Revenge

Revenge

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Presentato al Torino Film Festival 2017 nell’adrenalinica sezione After Hours e già acquistato dalla Koch Media, Revenge è l’opera prima della regista e sceneggiatrice francese Coralie Fargeat: un action thriller che non arretra di fronte all’inverosimile, spargendo in lungo e in largo sangue e budella, violenza e vendetta. Una produzione che guarda al mercato internazionale, buon trampolino di lancio per la protagonista Matilda Lutz.

Il corpo delle donne

Jen, una lolita dei giorni nostri, viene invitata da Richard, il suo ricco amante, alla tradizionale battuta di caccia che l’uomo è solito organizzare con due amici. Lontana da tutto e immersa nello spettacolare scenario del Grand Canyon, la ragazza diventa presto preda del desiderio degli uomini e la gita prende una piega inaspettata… [sinossi – TFF 2017]

Sono chiare le intenzioni di Coralie Fargeat, regista e sceneggiatrice francese alla prese con la sua opera prima, il sanguigno Revenge: «Si trattava davvero di simbolizzare la mutazione di un certo modo di rappresentare la donna al cinema, troppo sovente vista come semplice comprimario o come oggetto sessuale da svestire o sminuire. Inizialmente il film gioca con questo tipo di rappresentazione, spingendola però all’estremo fino a sfociare nella sua controparte brutale. A quel punto la protagonista diventa la vera figura forte del film, una supereroina donna e il motore dell’azione» [1]. Presentato al Torino Film Festival 2017 nell’adrenalinica sezione After Hours e già acquistato dalla Koch Media, l’esordio della Fargeat è un action thriller grandguignolesco, metaforico, programmaticamente sopra le righe. Eccessivamente sopra le righe. Così tanto sopra le righe da farsi ripetutamente e purtroppo disordinatamente beffe di qualsiasi verosimiglianza (interna ed esterna, perché anche la sospensione dovrebbe avere le sue logiche e i suoi limiti), giocando d’accumulo, in un improbabile crescendo condito da budella & peyote e innaffiato da litri, litri e litri di sangue.

Già, proprio i litri di sangue. Nel corso di questo rape and revenge movie si è portati più volte a interrogarsi, non troppo seriamente, sui limiti della narrazione e della finzione. Quanti litri di sangue può perdere una persona? Per quanto tempo? Per quanti chilometri (nel deserto)? E poi la caduta, il ramo acuminato, le budella e la lattina usata à la Rambo… la lista potrebbe continuare, perché nella costruzione logica di Revenge, in questo suo essere volutamente eccessivo e debordante, viene concessa davvero troppa libertà agli eventi e al loro lapidario susseguirsi (in questo senso, è a suo modo memorabile l’inseguimento macchina-uomo nella seconda parte della pellicola). Mancano, nel violento e putrescente microcosmo creato dalla cineasta transalpina, degli snodi narrativi solidi, una scrittura che faccia da collante alla componente action/thriller e che sostenga a dovere le intenzioni metaforiche e il côté drammatico – in sostanza, exploitation, pulp, la grana grossa da anni Ottanta e via discorrendo sono una coperta un po’ troppo corta.

L’eccessiva disinvoltura della scrittura, che peraltro tratteggia dei personaggi maschili ferini ma un po’ troppo inetti, è in parte bilanciata dalla più che apprezzabile messa in scena. Assai funzionale, tra l’altro, la location desertica, rocciosa, inospitale, e il contrasto con la villa lussuosa, moderna, così pulita da sembrare asettica. Ancor prima di essere imbrattata di sangue, la villa di Richard, con quella sua patina fintamente perfetta e linda, è la cartina tornasole di un sistema fasullo, superficiale, intriso di ipocrisia e alimentato da sopraffazione e violenza – i tre uomini, chiaramente, non potevano che essere cacciatori armati fino ai denti, nonché morbosi, corrotti e codardi.
Le derive grandguignolesche, anche se un po’ fuori controllo, disegnano una vigorosa parabola al femminile: la scoperta di sé, portata fino alla mutazione e rinascita, è un tema ancora tragicamente centrale nella società contemporanea, impregnata di maschilismo, e la Fargeat decide di non fare vittime, di brandire l’artiglieria grossa. Nei suoi eccessi carnali, dall’esibizione erotica compiaciuta e reiterata di Jen alla sua martirizzazione, Revenge cerca di riappropriarsi del corpo femminile: operazione indubbiamente non nuova, ma che Coralie Fargeat porta avanti con ruvida efficacia, riuscendo a cogliere alcune sequenze indubbiamente incisive.

Note
1. Dichiarazione di Fargeat presa dal sito del Torino Film Festival.
Info
La scheda di Revenge sul sito del TFF 2017.
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