Directions – Tutto in una notte a Sofia

Directions – Tutto in una notte a Sofia

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Con Directions – Tutto in una notte a Sofia, il regista Stephan Komandarev punta a raccontare un pezzo di Bulgaria contemporanea, attraverso una notte nella capitale vista dall’ottica di cinque conducenti di taxi.

Notturno taxi

Misho, piccolo imprenditore, guida il taxi la notte per arrotondare le sue entrate. Quando scopre di dover pagare, per avere un prestito, una tangente doppia rispetto a quanto pattuito, trovandosi sotto minaccia di pignoramento della sua fabbrica, uccide il banchiere che lo stava vessando per poi suicidarsi. L’evento suscita un vivo dibattito nazionale in tutta la Bulgaria: quella stessa notte, a Sofia, le vite di cinque conducenti di taxi si incrociano (e a volte si scontrano) con quelle dei rispettivi passeggeri… [sinossi]

Quello del taxi è da sempre un luogo (o meglio un non luogo) foriero di idee e suggestioni per il grande schermo. Sono diversi i titoli, del genere più vario, che hanno sfruttato la cabina di un’auto a pagamento per raccontare una storia (o, in qualche caso, la Storia con la S maiuscola) da un’ottica tutta particolare e decentrata: dalla ballata metropolitana del Taxi Driver di Scorsese ai frammenti di vita jarmuschiani di Taxisti di notte, dal disperato noir di Collateral di Michael Mann ai ritratti urbani contemporanei di Ten e Taxi Teheran, rispettivamente a firma Abbas Kiarostami e Jafar Panahi. L’abitacolo del taxi, al cinema, permette un resoconto della realtà che è insieme interno ed esterno al contesto rappresentato, garantendo un punto di osservazione unico che lo schermo trasfigura rendendolo spesso (nella sua potenzialità di cogliere la vita pulsante di una metropoli) intrinsecamente lirico. Proprio su queste componenti, e su questa capacità unica, gioca Directions – Tutto in una notte a Sofia, film con cui Stephan Komandarev punta a raccontare uno scorcio della Bulgaria contemporanea, attraverso un’unica intensa notte vissuta da cinque conducenti di taxi.

Tenendo un unico evento come filo conduttore (l’omicidio di un banchiere a opera di un imprenditore/tassista da questi vessato, e ridotto alla disperazione) il regista bulgaro confeziona un film corale che punta a fare la cronaca dal vivo di una Sofia notturna ostile e respingente, ritratto in piccolo di un paese ancora preda delle sue contraddizioni, smanioso di affrancarsi dal passato ma privo di una direzione (e di una precisa identità) da giocare nel futuro. Proprio la direzione e l’identità sono i temi che il film mette sotto la sua lente di ingrandimento, motivi strettamente correlati tra loro che, dalla dimensione privata di ogni singolo personaggio, assurgono a una portata e a un valore collettivi: direzione quale valore e punto di arrivo ideale per la biografia personale di ogni personaggio (qualche volta drasticamente modificata a causa di contingenze esterne – la donna tassista vessata, ricattata da un meschino burocrate e finita in depressione, qualche altra volta raggiunta a costo di lasciarsi alle spalle casa e affetti), identità come biglietto da visita sociale da offrire al mondo. Un biglietto da visita, quest’ultimo, spesso scisso, diviso tra un’identità diurna (da insegnante, imprenditore, prete) e una notturna da autista di taxi. Una sorta di dualismo Jeckyll/Hyde forzato e doloroso.

Nel racconto atomistico e irripetibile del particolare, del frammento di vita colto nel suo farsi, nell’aneddoto svelato (spesso a dispetto di colui che lo custodisce) che racconta di un’intera biografia, sta la forza viva (e l’attrattiva) di un film come Directions – Tutto in una notte a Sofia. Gli eventi, a volte tragici, a volte ridicoli, spesso semplicemente rivelatori di una cruda quotidianità con cui si è costretti a venire (difficoltosamente) a patti, segnano il fil rouge che unisce le diverse figure rappresentate nel film, tassisti e passeggeri, alternativamente vittime e carnefici; un fil rouge che lega inoltre questi personaggi ai luoghi visualizzati con stile semi-documentaristico dall’occhio del regista, trasfigurati in un mood notturno che sembra rivelarne l’essenza autentica, più sanguigna e priva delle convenzioni sociali che ne costituiscono il rivestimento diurno. Una dimensione in cui un vecchio torto, quello che ha piegato e distrutto una vita, può essere riparato permettendo persino (forse) di empatizzare col vecchio carnefice; o in cui un ponte, da luogo di una fine programmata, può diventare inizio di una nuova progettualità; o, ancora, in cui un cane abbandonato può farsi catalizzatore di un’improvvisa, violenta e catartica empatia.

Lo spaesamento, la difficile decodifica del futuro, la precarietà esistenziale diffusa (e condivisa) segnano a fondo il film di Komandarev, che concede a sé (e ai suoi personaggi) un alito di speranza solo laddove mette in scena una figura, come quella del passeggero-chirurgo, in procinto di emigrare. “Solo gli ottimisti restano in Bulgaria, perché pessimisti e realisti se ne sono già andati”, dice proprio quest’ultimo personaggio in un significativo dialogo: affermazione che porta a pensare che il regista, a dispetto della cupezza del suo film, faccia parte della prima categoria. Un’ipotesi paradossale, ma in fondo confermata dalla chiusura nel segno del bianco neutro della neve, e di una riappropriazione di spazi e luoghi che è anche proposito (embrionale ma significativo) di resistere. E così, gli occasionali sospetti di un certo grado di compiacimento nella scelta delle storie da mettere in scena (lutti familiari, vite piegate, tentati suicidi) trovano il giusto bilanciamento in un’attitudine al realismo che, della realtà stessa, non nega neanche la capacità di evoluzione e trasformazione.

Info
Il trailer di Directions – Tutto in una notte a Sofia.
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