Faithfull

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Icona della musica inglese, Marianne Faithfull viene celebrata – invero in maniera un po’ maldestra – nel documentario di Sandrine Bonnaire, intitolato semplicemente Faithfull. In Festa mobile al Torino Film Festival.

Sister Marianne

A diciassette anni regina incontrastata della Swinging London, grazie al successo ottenuto con i primi singoli nelle classifiche inglesi. Poi compagna e musa di Mick Jagger, che a lei si è ispirata per alcuni dei pezzi più celebri da lui scritti e cantati nei Rolling Stones. Quindi la discesa nel baratro nella dipendenza dalle droghe e dall’alcol, l’anoressia, l’abbandono da parte di Jagger, gli scandali, lo stallo della carriera, l’eclissarsi della celebrità, l’oblio… Fino al ritorno sulle scene, come cantante e attrice… [sinossi]

Non è mai facile rapportarsi con il proprio mito nel momento in cui si prende la decisione di fare un film su di lui (o su di lei). È questo, banalmente ma anche fatalmente, il problema principale di Faithfull, documentario che l’attrice francese Sandrine Bonnaire ha dedicato a un’icona della musica quale Marianne Faithfull. La Bonnaire, con ogni evidenza, non si deve essere interrogata abbastanza sulle modalità con cui poter meglio affrontare il personaggio da lei scelto, come si vede in particolare in quelle sequenze in cui la Faithfull le chiede di spegnere la camera, perché è stanca e provata, e la regista – in maniera ottusa, senza particolari motivazioni (perché non ci pare che lasciando acceso riesca a rivelare chissà quale segreto) – non lo fa.
Lo stesso meccanismo delle interviste alla Faithfull sembra ben poco ragionato: all’inizio, ad esempio, si dice che andranno in giro per parlare perché sarebbe meglio fare conversazioni in esterno e poi invece quel che vediamo è soprattutto quella prima intervista casalinga e poi un’altra – in una location abbastanza ridicola – in cui la Faithfull è seduta su una specie di trono.

Presentato nella sezione Festa mobile alla 35esima edizione del Torino Film Festival, Faithfull è dunque un documentario abbastanza tradizionale su un personaggio senza dubbio cruciale della musica e dello spettacolo anglosassone, compagna per diversi anni di Mick Jagger, figura fondante del processo di liberazione sessuale, personaggio anticonformista e maledetto per eccellenza (addirittura, alla fine degli anni Settanta, ha vissuto per due anni in strada, dipendente da ogni tipo di droga); una donna che ad un certo punto ha riflettuto: o muoio o la smetto con tutto. Ed ecco perciò che adesso la Faithfull che vediamo non è più una ribelle, come ci dice lei stessa; certo, non sarà mai una conformista, ma – abbandonando quella sua aura di maledettismo – ha finito per perdere qualcosa di fondamentale della sua identità, e probabilmente anche della sua arte. E lei lo sa, ne è perfettamente consapevole.
Questo emerge in Faithfull, ed è un qualcosa di molto interessante, di prezioso perfino, ma il fatto è che un tema di tal fatta si fa luce nonostante Sandrine Bonnaire: di fronte alle riflessioni della sua protagonista, infatti la Bonnaire – che, ovviamente, è anche l’autrice delle interviste – oppone la resistenza del fan che crede di trovare davanti ai suoi occhi l’immutata star e non l’invecchiato essere umano. E dunque ad esempio la regista rifiuta in maniera infantile la scoperta che la Faithull non è più l’incarnazione di quel che era un tempo, e oppone in tal senso qualche ridicola frase di circostanza (“Ma no, sei sempre tu, sei sempre la stessa”).

Tutto questo naturalmente indebolisce la portata di Faithfull, ma per fortuna c’è lei, Marianne, sia nella bellezza delle riprese di repertorio, sia nella debolezza e nella vecchiaia di oggi (compreso un problema alla schiena): una donna che ha vissuto e ha sofferto, che ha abbracciato il lato oscuro della vita e se n’è fatta risucchiare, che è stata scelta e sfruttata dallo show business ma che ad un certo punto ha deciso di scegliere lei. Una donna che ha segnato un’epoca che non tornerà più.

Info
La scheda di Faithfull sul sito del Torino Film Festival.
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