Kings

Dopo i successi di Mustang, con Kings l’autrice franco-turca Deniz Gamze Ergüven approda in terra americana per confrontarsi nientemenoché con le rivolte di Los Angeles del 1992 a seguito della triste vicenda di Rodney King. Occasione del tutto sprecata, film sbagliato, confuso e infelice. Nel programma del Torino Film Festival all’interno della sezione non competitiva Festa Mobile.

Tu ti ribelli, io m’innamoro

Los Angeles, 1991/92. Nei giorni del pestaggio di Rodney King e del successivo processo ai poliziotti coinvolti, Millie è alle prese con la sua famiglia fortemente allargata, dal momento che ha deciso di accogliere in casa, insieme ai propri figli, numerosi bambini e ragazzi di varia età per salvarli dalla strada. Dopo la sentenza di assoluzione per i poliziotti, scoppia il malcontento della comunità afroamericana, mentre Millie e Obie, suo dirimpettaio bianco, cercano di mettere in salvo se stessi e i ragazzi… [sinossi]

Mettiamola giù molto semplice, per quel che riguarda Kings di Deniz Gamze Ergüven. Rodney King e la rivolta di Los Angeles si meritavano decisamente un trattamento migliore al cinema, data la portata davvero drammatica di quegli ormai lontani giorni a inizi anni Novanta. Momento nodale per l’orgoglio afroamericano, trovatosi a confronto con un pestaggio di inaudita violenza e con una vergognosa sentenza d’assoluzione per i poliziotti coinvolti, a distanza di anni i riots losangelini assumono i tratti di un’ulteriore occasione di autocoscienza collettiva per la comunità, che lasciò tragicamente più di 50 vittime per le strade negli scontri con le autorità. Dopo l’ottimo risultato ottenuto con la sua opera prima Mustang, rappresentante per la Francia agli Oscar e ricoperto di una messe di premi, l’autrice franco-turca Deniz Gamze Ergüven fa adesso il suo esordio in terra americana con la realizzazione di un progetto da lei a lungo accarezzato. Kings affronta con piglio popolare l’affaire Rodney King e le relative sommosse cercando l’indignazione nel pubblico, ma ahinoi il film è brutto, papale papale. L’indignazione, pure quella più rozza e diretta, richiederebbe in ogni caso una saldezza di polso nell’affrontare il racconto, e la credibilità di situazioni e caratteri. Kings assomma invece fin dai suoi primi istanti un indistinto caos narrativo che si vorrebbe far passare per realismo, tutto affidato all’eccesso visivo e soprattutto audio. Un continuo fuoco di fila di urla, strepiti, porte che sbattono, rumori assordanti in strada, macchine che sfrecciano, isterismi vari tra i personaggi, tanto che quando poi esplode davvero la rivolta a Los Angeles, nel procedere del film non si nota neanche la differenza rispetto a prima. Nell’impostazione corale del racconto si vorrebbe dare maggior rilievo a due figure adulte, disperse in un mare abbastanza insignificante di giovani di colore: la “madre surrogata” impersonata da Halle Berry, che raccoglie in casa bambini e ragazzi di ogni età per salvarli dalla strada, e l’unico bianco del quartiere al quale dà volto Daniel Craig, figura ai limiti del pleonastico nell’economia del film, se non fosse che la Ergüven vuol rispondere anche all’esigenza commerciale del romance. Così, del tutto gratuita in tale contesto, emerge a poco a poco un’immotivata passione amorosa tra i due, sottolineata da una delle sequenze oniriche più infelici che la storia ricordi (alla quale segue peraltro un meccanismo di rammemorazione del sogno altrettanto assurdo e inaccettabile – vedere per credere). A questo si aggiunga che, in un contesto di violenza urbana e politica radicata su ben altre ragioni, Kings non si risparmia nemmeno il “dramma nel dramma” provocato da un conflitto puramente individuale (il triangolo fra i tre giovani), che nulla ha a che fare col discorso politico che si vorrebbe tentare. Infine, Deniz Gamze Ergüven cede pure (incredibilmente) alle parentesi leggere e divertite, specie tra Berry e Craig, con momenti di stonatissimo humour mentre in lontananza la violenza impazza.

In ultima analisi Kings è un film semplicemente infelice, che dimostra scarsa cura pure nei minimi dettagli di coerenza narrativa. Daniel Craig si ritrova con una sigaretta tra le labbra mentre è ammanettato a un lampione insieme alla sua bella; e, se ci si chiede in prima battuta come abbia fatto ad accendersela, viene soprattutto da domandarsi l’utilità di accendersela mentre si cerca di liberarsi dalle manette… Ma magari siamo noi a essere più realisti del re. Resta comunque un’esilarante parentesi da McGyver nei lunghi contorsionismi di Craig sul lampione, ulteriore dimostrazione di un film che sembra sempre stare dove non dovrebbe, mentre le cose davvero salienti avvengono altrove. Più in generale, resta netta la sensazione di un gigantesco equivoco intorno all’idea di realismo, praticamente associato in linea diretta con l’isteria. Sotto tale luce Kings è un film urticante e fastidioso, fuori giri da inizio a fine. In tale e tanta volontà di realismo, colpisce invece la trascuratezza nei confronti della ricostruzione d’epoca. Fatta eccezione per la pettinatura azzardata di Halle Berry, per il resto sembra di stare in un tempo di nessuno, dove fanno capolino giusto un paio di televisioni catodiche a dare il segno del tempo.

Info
La scheda di Kings sul sito del Torino Film Festival.
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