Nella golena dei morti felici

Nella golena dei morti felici

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Con Nella golena dei morti felici il ravennate Marco Morandi si introduce nella filosofia campestre romagnola, partendo dalla rappresentazione tra il documentale e il teatrale della grande arena di balle di fieno allestita dalla popolazione di Cotignola, ampia e fertile pianura alluvionale che circonda Ravenna, sulle sponde del fiume Senio. A Torino 2017 nella sezione Italiana.doc.

Di terra, sangue e paglia

Tra gli anfratti e le golene del fiume Senio, nella bassa provincia romagnola, la piccola comunità di Cotignola si prepara a costruire una grande arena fatta di paglia per ospitare letture, spettacoli, concerti. Nasce così una grande festa ma due banali incidenti, in circostanze simili, provocano due morti tra gli organizzatori. Le vittime si incontreranno in una dimensione parallela dove i confini con il mondo reale saranno sempre più sottili. [sinossi]

Nella golena dei morti felici è un oggetto sognato prima ancora che un film; fa la sua apparizione fantasmatica a pochi passi dalla Mole Antonelliana in un pre-inverno già glaciale ed è inserito nel concorso di Italiana.doc. Proprio quell’estensione, quel puntodoc, può rappresentare un’ottima base di partenza per comprendere il senso di un’operazione straniante, che assembla in un unico corpo le derive più distanti e destabilizzate. Sull’interrogativo sempre aperto che vorrebbe trovare una definizione sempre adatta al termine documentario si potrebbero aprire disquisizioni e dibattiti tesi alla linea dell’infinito, ed è preferibile con ogni probabilità smarcarsi subito da una simile pastoia; Nella golena dei morti felici, che pure non si fa scrupolo giustamente di mostrare una scrittura evidente, palesata attraverso dialoghi, passaggi narrativi che non possono che esulare dalla “realtà” (quella più mediocre, che si vorrebbe semplicemente attaccata a fatti incontestabili), è un viaggio scoordinato eppur rigoroso in un cosmo a se stante, scorbutico come le acque del Senio, il torrente che scende giù dall’Appennino Tosco-Emiliano per poi confluire nel Reno dalle parti di Alfonsine. La terra è quella aspra e fertile del ravennate, e alle sue genti, alle sue abitudini, alla sua cultura guarda con un affetto non privo di sottile ironia Marco Morandi, trentanovenne già all’opera su molti lavori sviluppati sulla breve distanza. Per ribadire la sua postura inattuale, Nella golena dei morti felici si attesta poco sotto i cinquanta minuti, una dimensione da mediometraggio che poco sembra adattarsi agli standard attuali, e che pure funziona alla perfezione.

Sorta di lunga e spaventosamente divertita elaborazione del lutto, accettazione della morte come unico e primigenio momento di (ri)nascita, il lavoro di Morandi si muove tra gli anfratti di un mondo contadino a sua volta morente, eppure vivo, vivace, teatro della vita che può essere solo imitato dal teatro tout court, quello che prende corpo tra le balle di fieno di Cotignola, quelle stesse balle di fieno che andranno a ingrassare i cammelli di chissà quali sceicchi in terre lontane (raccontate, strano paradosso che forse paradosso non è, da un altro ravennate, Yuri Ancarani, in The Challenge). Perché l’antica terra romagnola, che parla un dialetto che sa di terra, animali al pascolo, vanghe e sudore, è internazionale – e internazionalista. Si apre al mondo, alla sperimentazione teatrale, al gioco eterno di una vita che è routine ma anche sotterranea distruzione della stessa.
Nella golena dei morti felici (la golena, per chi fosse all’oscuro, è quell’area pianeggiante che viene a svilupparsi attorno all’argine di un corso d’acqua, rischiando così sempre di venire sommersa in maniera totale o parziale) ha i ritmi zigzaganti dell’opera buffa, e a volte arrischia forse surrealismi troppo ardimentosi, ma non manca mai di coraggio, e la regia di Morandi si dimostra a suo agio nella scrittura per immagini di un trauma perennemente in fieri tra antico e moderno, tra conservazione e rivoluzione, tra lavoro e gioco, tra arte e fatica. Visivamente sorprendente, non si lascia assuefare dall’istigazione al visionario e non perde mai di vista i suoi protagonisti, artisti e contadini non tanto perplessi ma piuttosto riottosi, gaudenti di un’esistenza che non ha timore della morte. Perché i morti sono felici. Nonostante i suoni elettronici che si fanno largo qua e là, Nella golena dei morti felici appare come una mazurka, un quattro quarti leggiadro e a suo modo malizioso. Un po’ Grifi un po’ E’ Zaclén, tra polli gargantueschi e fuochi nella notte. La conferma di una scena-non-scena, quella romagnola, che vede tra i suoi protagonisti anche Daniele Pezzi, qui non a caso accreditato come supervisore al montaggio.

Info
Il trailer di Nella golena dei morti felici.
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