Omicidio in diretta

Omicidio in diretta

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Con Omicidio in diretta Brian De Palma firma un thriller tesissimo, che una volta di più ragiona sull’immagine e sulla sua presunta ‘verità’; con uno splendido Nicolas Cage e uno dei più elaborati piano-sequenza della storia del cinema. Al Torino Film Festival nella retrospettiva dedicata al regista.

L’immagine vera

Ad Atlantic City, in occasione di un incontro di boxe con in palio il titolo di campione dei pesi massimi, Rick Santoro, poliziotto dai comportamenti non sempre puliti, incontra Kevin Dunne, amico di vecchia data ed attualmente ufficiale di Marina nello staff del ministro della difesa che è presente alla manifestazione. Quando il match è cominciato e il clamore è grande, in un momento di distrazione di Dunne parte un colpo e il ministro viene assassinato. L’arena viene chiusa: i 14mila spettatori dell’incontro sono fermati come sospetti, possibili complici o testimoni. Rick comincia ad indagare, e allo stesso tempo cerca di consolare Dunne, che avverte quell’infortunio come un brutto ostacolo alla propria carriera… [sinossi]

Omicidio in diretta è l’adattamento italiano del titolo originale Snake Eyes (lo stesso del film di Abel Ferrara del 1993, più noto però come Dangerous Game), che fa riferimento al punteggio più basso realizzabile con un lancio di dadi. La sfortuna, dunque, la mala sorte. Quella che può scegliere di accompagnarti fedelmente ad Atlantic City, la Las Vegas della costa est, che ospita per l’occasione un incontro di boxe che mette in palio la cintura di campione mondiale dei pesi massimi. In questo senso acquista peso e valore il titolo italiano, quell’Omicidio in diretta che per una volta snatura l’originale per arricchirlo, e non per svuotarlo di significato: al di là del disvelamento di ciò che accadrà in scena, un assassinio, si gioca infatti con le variabili possibili del termine diretta. L’omicidio è in diretta perché l’incontro è ripreso da un numero spropositato di emittenti televisive; è in diretta perché lo spettatore vi assiste esattamente nel momento in cui capita; è in diretta perché Brian De Palma gira un film quasi in tempo reale, senza mai abbandonare quell’edificio che dovrà a breve essere sventrato e ricostruito come hotel ancor più esclusivo e di lusso. Anche Rick Santoro, cui presta corpo e spirito un Nicolas Cage luciferino e infernale ma in grado di reggere sulle proprie spalle il peso del kalos kai agatos, assiste in diretta all’omicidio. E cerca di venirne a capo…
Nell’agosto del 1998, quando uscì nelle sale statunitensi – registrando il secondo incasso della settimana dietro Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg – Omicidio in diretta venne pressoché snobbato in maniera unanime dalla critica, che lo inscatolò tra le supposte opere minori di De Palma e lamentò uno sviluppo troppo rozzo dell’intreccio giallo. Chissà dove avevano posato gli occhi i detrattori tra il secondo e il dodicesimo minuto del film, quando un infinito piano sequenza accompagna Santoro tra i meandri di uno spettacolo che tutti aspettano, ma che non è quello che andrà davvero in onda. È l’omicidio in diretta, il vero show. L’uccisione del ministro della difesa. Per arrivare a quel punto saliente, al momento di svolta, De Palma dopo aver introdotto il vero tema cruciale del film – l’era televisiva che non si ferma davanti a nulla, nemmeno a un tifone – si lancia nella più evidente negazione dello spazio televisivo: l’assenza di tagli, l’annientamento del montaggio. Tutto in tempo reale. Tutto in diretta.

Fermarsi al mero intreccio, che tra l’altro dimostra in ogni caso una vitalità non comune, e riesce a tenere aggrappato lo spettatore alla sedia nonostante alcune forzature logiche che sono però intessute con una certa maestria nel racconto, significa non aver compreso un granché del cinema di Brian De Palma. L’occasione dunque di riscoprire Omicidio in diretta, forse il titolo più clamorosamente sottostimato dell’intera carriera del regista di Newark, non la si deve lasciar scappare: nel suo peregrinare attorno e al fianco del mastodonte hitchcockiano, De Palma traccia qui una traiettoria precisa, secca e netta. Una teoria magari già vista, ma che non presenta falle sul percorso. La verità dell’immagine diventa la metafora della verità nella vita, nella costruzione sociale di rapporti ai quali ci si deve aggrappare nel momento del bisogno: mentire non è più solo l’escamotage di genere per costruire ad arte un personaggio “cattivo” (qui tra l’altro clamorosamente scoperto, visto che Gary Sinise è forse il villain più ricorrente del cinema hollywoodiano degli anni Novanta), ma il punto di caduta dell’intera architettura umana, e quindi anche artistica.
Tutto quello che avviene nei dieci minuti di piano sequenza, messa in mostra delle raffinate qualità di De Palma ma per niente pretestuosa scelta estetica, è una rappresentazione della possibile verità. Ma non è verità in quanto tale. C’è la meschinità umana a corrodere l’immagine, la sua nettezza, la sua chiara presa di posizione. Esiste l’immagine, l’immagine-cinema, ma solo in un iperuranio può evitare di macchiarsi dell’ipocrisia umana, della sua doppiezza, della sua capacità innata di confondere e irridere.

Può apparire come un costoso giocattolo iper-visivo, Omicidio in diretta, e anche qualora fosse soltanto quello sarebbe una visione irrinunciabile; ma la verità è che in poche occasioni la narrazione estetica per immagini di De Palma aveva sposato in maniera così decisa la poetica umanista del regista, il suo sguardo sul mondo. Non è certo un caso che i primi titoli a venire in mente durante l’indagine di Santoro siano Blow Out e Omicidio a luci rosse, altre due clamorose riflessioni su una menzogna così evidente e palese da rendere quasi impossibile smentirla e allo stesso tempo due indagini sul corpo vivente e pulsante del cinema, sull’atto meccanico come specchio non deforme dell’atto umano. In Omicidio in diretta De Palma sa di non aver più bisogno di celare nulla negli anfratti bui vietati allo spettatore: tutto è in scena, perfino le pareti dell’albergo sono destinate a essere superate dalla macchina da presa che non trova ostacoli perché oramai può e deve mostrare ogni cosa, senza reticenze. Anche così, infatti, non può far altro che mentire o smentirsi. Anche così, in ogni caso, lo spettatore non potrà conoscere la verità.
Perché quella esiste solo ed esclusivamente nel rapporto di fiducia e di affetto tra gli esseri umani, unici e più grandi traditori del loro stesso essere. Rick Santoro, squallido poliziotto dedito alla piccola corruzione, non è nulla di fronte alla corruzione come filosofia, come concetto basilare di vita. No. Di fronte a ciò non è nulla, e non può far altro che perdere, cadere nella disillusione, e cercare di rialzarsi combattendo. Trovando forse casualmente un’anima gemella nella lotta – Carla Gugino, in uno dei primi ruoli davvero rilevanti dell’intera carriera – ma non potendo far altro che assistere alla decadenza del mondo. Così come il Jack Terry interpretato da John Travolta in Blow Out. Dopo l’immagine-spazio e l’immagine-tempo arriva l’immagine-verità, ma è una tesi che non può essere postulata senza negarla o recintarla nel dubbio. E non c’è piano sequenza che possa impedirlo…

Info
Il trailer originale di Omicidio in diretta.
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    di Impossibile immaginare quale forma assumesse nella testa di Brian De Palma Domino; lascia interdetti la versione rabberciata, tagliata e di fatto massacrata che raggiunge le sale, capace di reggersi solo su un paio di sequenze.

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