Egon Schiele

Egon Schiele

di

Improntato a una certa asciuttezza, e al rifiuto di qualsiasi facile “maledettismo”, Egon Schiele cerca di raccontare l’artista attraverso il quotidiano dell’uomo, sacrificando tuttavia elementi importanti della sua biografia, e non riuscendo a coglierne il quid.

La morte e la tela

Agli inizi del XX secolo, a Vienna, l’arte di Egon Schiele provoca e scuote una società che si sta rapidamente trasformando. La vita e il lavoro dell’artista sono condizionati in particolare da due donne, che ne accompagneranno fino alla fine l’evoluzione: sua sorella Gerti, sua prima musa, e la sua modella diciassettenne Wally, probabilmente il suo unico amore, ritratta nel famoso dipinto La morte e la fanciulla [sinossi]

La vita di un artista importante quanto complesso come Egon Schiele poteva facilmente dare adito, se trasposta al cinema, a un certo numero di stereotipi. La tentazione di un racconto improntato a un maledettismo d’antan (favorito anche dalla morte in giovane età, la stessa di figure successive – e diversissime – come Jean Michel Basquiat e Kurt Cobain) viene tenuta costantemente a bada dal film di Dieter Berner, improntato (e di questo va dato atto al regista) a una certa asciuttezza nel tono, e al rifiuto della facile enfatizzazione di una parabola artistica sui generis. Raccontato prevalentemente in flashback, con occasionali digressioni in un presente che ha il passo e i colori plumbei dell’ineluttabilità, Egon Schiele si sforza di raccontare l’uomo prima dell’artista/innovatore che scardinò l’estetica e il gusto della società viennese pre (e post) bellica; i soggetti ritratti da Schiele, il suo problematico rapporto con l’adolescenza e la sua rappresentazione figurativa, le implicazioni etiche e sociali del suo lavoro, vengono narrate qui in funzione di un privato che lo vede portatore di una fragilità che (annunciata dal suo corpo malato e febbricitante nella sequenza iniziale) non viene mai meno per tutta la durata del film.

Si affida molto alla prova di un protagonista obliquo e decentrato il giusto, il film di Berner, che affronta il soggetto senza timori reverenziali: la fragilità, nella prova del quasi esordiente Noah Saavedra, è presente tra le pieghe di una recitazione improntata al naturalismo, a un’istintività bohémienne che non nasconde esitazioni e increspature, segni rivelatori di un’instabilità esistenziale che si farà col tempo cronica. Tuttavia, il senso di quotidianità, persino di (positiva) banalità che la prova del protagonista trasmette, tradotta nella riduzione di un personaggio tormentato alla sua dimensione più terrena e concreta, è forse l’elemento più interessante di questo biopic. Una visione che smonta l’aura mistica e posticcia di un’arte che deve mantenere un elemento di impenetrabilità, riportandola all’esistenza di un uomo diviso tra le sue tante donne, da una sorella che ne rispecchia (da un’età di poco più giovane) l’attitudine infantile, a una serie di modelle/oggetti (l’artista immigrata Moa Mandu, l’amore mancato – e rimpianto – Wally Neuzil, la sfortunata moglie Edith Harms) che ne segneranno fino all’ultimo l’arte come l’esistenza. Una sovrapposizione tra la dimensione privata, quotidiana dell’uomo, e la valenza pubblica della sua opera, tutta giocata nel segno di un efficace understatement.

Spiace tuttavia, proprio in virtù dell’interessante registro scelto per la narrazione, che la sceneggiatura non riesca a tenere con efficacia le fila del racconto, conferendo a tratti alle vicissitudini del protagonista una poco stimolante connotazione soap-operistica. Bandito (quasi) interamente ogni elemento visionario dalla narrazione, la parabola personale e artistica di Schiele trova il suo fulcro e la sua principale ragion d’essere nella parte centrale, con la delineazione di un rapporto (quello con la Wally interpretata da Valerie Pachner) che innesta finalmente sussulti melò e autenticamente vividi in un racconto altrimenti all’insegna di un piatto cronachismo. Complice la necessità della sintesi, che confligge con un’evoluzione personale e artistica tutt’altro che lineare, il film sacrifica alcuni fondamentali elementi (la creazione del Neukunstgruppe con gli amici e colleghi, il deterioramento del rapporto con questi ultimi, il rapporto – qui appena accennato – con Klimt) lasciando volutamente in ombra l’artista, senza far emergere un ritratto soddisfacente e a tutto tondo dell’uomo. Lo stesso, complesso rapporto con la sorella Gerti, che si intuisce all’insegna di una problematica e reciproca dipendenza affettiva, viene qui ridotto a poco più di una sequela di ripicche alimentate dalla gelosia.

A restare principalmente impressi, di questo Egon Schiele, sono la sontuosa rappresentazione scenografica della Vienna di inizio secolo, i toni caldi della fotografia degli interni illuminati dalle candele, testimoni di creazioni che vivono in funzione di una biografia di cui non cogliamo (quasi) mai l’autentico quid. Resta anche l’indubbia validità di prove attoriali (a quella del protagonista aggiungeremmo quella, altrettanto efficace, della Pachner) a cui il regista si affida in modo forse eccessivo, confezionando un biopic che, scegliendo in modo consapevole di sfrondare e sottrarre il superfluo, finisce per non cogliere tutte le sfaccettature di una figura più che mai difficile da raccontare sullo schermo.

Info
Il trailer di Egon Schiele.
  • Egon-Schiele-2016-Dieter-Berner-1.jpg
  • Egon-Schiele-2016-Dieter-Berner-2.jpg
  • Egon-Schiele-2016-Dieter-Berner-3.jpg
  • Egon-Schiele-2016-Dieter-Berner-4.jpg
  • Egon-Schiele-2016-Dieter-Berner-5.jpg
  • Egon-Schiele-2016-Dieter-Berner-6.jpg

Articoli correlati

  • Rassegne

    Sotto le stelle dell'Austria 2017Sotto le stelle dell’Austria 2017

    Si tiene a Roma dal 27 giugno al 12 luglio la quinta edizione di Sotto le stelle dell'Austria, rassegna dedicata al cinema austriaco contemporaneo. Dal biopic su Egon Schiele a Safari di Ulrich Seidl.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento