Lorello e Brunello

Lorello e Brunello

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Sacche di resistenza alla globalizzazione in piena Maremma toscana. Lorello e Brunello di Jacopo Quadri mira al racconto di una cocciuta estraneità in un mondo sempre più vittima dell’omologazione. Lirico e prezioso. In concorso al Torino Film Festival 2017.

Non è un mondo per vegani

Nella Maremma grossetana, Lorello e Brunello sono due gemelli che conducono insieme il podere di famiglia, in cui si svolgono attività di agricoltura e di allevamento di animali. La vita è scandita dalle stagioni, esiste solo il lavoro, non esiste riposo e le giornate sono uguali una all’altra. Mentre l’attività è sempre meno redditizia, e alle porte preme il mercato globale… [sinossi]

Premessa autobiografica. Vedere un film come Lorello e Brunello, per un toscano come me, rischia di annullare in parte quel senso di estraneità forse necessario per allinearsi agli scopi dell’autore Jacopo Quadri. Mosso dal desiderio di testimoniare una realtà lontana dalla globalizzazione, involontariamente barricadera rispetto alle invasioni barbariche di un mondo ormai tutto uguale, Quadri ricorre agli strumenti del “cinema del reale” in cui risuonano parlate e dialetti estranei al resto d’Italia (e in un’ottica internazionale, ovviamente a chiunque), che però risultano del tutto familiari a chi proviene da quelle terre. Così, di fronte a Lorello e Brunello l’esser spettatori toscani produce un doppio effetto: l’immedesimazione è facilitata, l’estraneità non si avverte, e s’innescano anzi meccanismi memoriali fonte d’emozione. Nelle modalità di esprimersi delle figure narrate, nelle loro strutture di pensiero si riconoscono volti e anime note, si rammemora e magari ci si emoziona pure. Anche nei modi di produzione, nella vita di campagna, nel duro lavoro seguito stagione dopo stagione, si possono ritrovare ricordi della propria infanzia, che per l’appunto attengono al proprio passato individuale e che adesso si presentificano sullo schermo mettendosi in comunicazione con la sfera del sentimento. Ciò, ovviamente, esula un po’ dalle finalità della critica cinematografica. Lorello e Brunello non aderisce certo al dialetto toscano per compiacimento localistico o folclorico: i suoi personaggi così si esprimono poiché così “sono”, e non è certo la lingua l’oggetto principale del film.

Il racconto testimonia di quel contesto anche tramite la lingua perché non potrebbe essere diversamente, la lingua interviene come pura e necessaria appartenenza culturale a un profilo socio-antropologico, e in quel “non capirsi” con tutti i pubblici possibili risiede in parte anche il senso del film. In quella distanza è possibile infatti intavolare ancora un dialogo sulla difesa della diversità, sull’individuo che è tale finché non subentra la coazione a ripetere di modelli egemonici, sulle ambiguità della scelta, che può essere anche necessaria e inconsapevole, e può tradursi in scelta morale prima della morale stessa. Così Lorello e Brunello risulta a sua volta locale e in qualche modo “globale”: parla di una frazione geo-antropologica nel panorama occidentale, ma attraverso di essa si canalizzano le minoranze culturali di ogni dove. Nella fattispecie dell’Italia, forse quest’ampiezza di sguardo, fuori dalla testimonianza strettamente locale, risulta ancor più pertinente, poiché tutto sommato da noi la globalizzazione ha raggiunto in modo massiccio solo le aree urbane e metropolitane, ma la campagna italiana è tanta, accomuna la Toscana alla Pianura Padana al Lazio alla Puglia e altrove, e altre forme di vita per fortuna continuano a esistere, cocciutamente, fiere, piene d’orgoglio più o meno cosciente. In questo sta probabilmente il contributo più interessante portato dal film: i fratelli Lorello e Brunello forse non hanno mai scelto, ma semplicemente “sono”, e nelle loro vite prodotte da una spontanea adesione al proprio contesto con ogni evidenza non si è mai insinuato il dubbio, l’unico a poter produrre scelte consapevoli, se non nei comprensibili momenti di scoraggiamento per un’attività lavorativa sempre più faticosa e sempre meno redditizia.

Jacopo Quadri struttura il racconto sull’arco simbolico di un’annata, dall’estate alla primavera: risiede nella scansione delle stagioni, del resto, quel ritmo naturale della vita contadina, che prevede attività ben precise per ogni periodo dell’anno. Intorno ai due protagonisti, proprietari e gestori di un podere di famiglia nella Maremma grossetana, ruotano altre figure, parenti e collaboratori, giovani e soprattutto anziani, testimoni viventi di altri tempi, altri cicli e altri equilibri. Non è un mondo per vegani, si direbbe: nel profilo antropologico evocato la vita ripercorre tragitti ancestrali, dove l’animale è funzionale all’uomo ed è da esso dominato, e i moderni dubbi animalisti non hanno residenza. Un mondo dove esiste solo il lavoro, dove la programmazione urbana delle ferie neanche è concepita, dove non ci sono fronzoli né ridondanze. Nelle parole dei più anziani (meravigliosa la figura di Ultimina) risuona semmai la rabbia e il rimpianto per una vita di sacrifici, ma non è che un momento. Andarsene altrove dopo settanta anni, al seguito della figlia, è inconcepibile, da quella terra non ci si separa. Jacopo Quadri mostra un approccio prezioso all’immagine, alternando a sequenze sulle tracce dei suoi protagonisti momenti di sospensione lirica, in cui la macchina fissa produce quadri di gusto pittorico. È cinema del reale, che però mostra spesso una cura non comune nella composizione del frame, che trascende il dato bruto verso un visivo prezioso. Solo in un caso Jacopo Quadri tradisce un gusto fin troppo estetizzante nei confronti della propria materia narrativa, quando a enfatizzare il visivo interviene un contributo di musica sacra. Per il resto, comunque, l’operazione si mantiene su una via mediana tra lirismo e realismo, e anzi ogni tanto il lirismo è forse da rintracciarsi proprio nella rappresentazione del lavoro scabro e quotidiano, fuori dalla composizione preziosa dell’inquadratura. Ancor di più, anzi, il lirismo risuona nelle parole dei testimoni, specie in quelle dedicate a memorie e bilanci di vita (ancora Ultimina: se per lirismo s’intende qualcosa che sgorga dall’intimo di un individuo, niente è più lirico delle sue parole, del suo modo di esprimersi, che congiunge nel presente della testimonianza il passato di una vita). Sintonizzandosi su quei ritmi, lasciandosi cullare dalla quotidianità di azioni e parole, ci si ritrova alla fine di Lorello e Brunello con la voglia di saperne ancora, vederne ancora, oltre quello scorcio temporale da estate a primavera. Saremmo rimasti volentieri altre 2 ore a seguire il ciclo delle stagioni, il lavoro nei campi, i momenti buffi raccolti nel confronto tra i personaggi (una battuta su Donald Trump e il muro sul confine messicano manderebbe disoccupate generazioni di sceneggiatori). Per Jacopo Quadri è un’ottima prova di aver raggiunto il proprio scopo. Se da un film non vuoi separarti, è sempre un buon segno.

Info
La scheda di Lorello e Brunello sul sito del Torino Film Festival.

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