My War is Not Over

My War is Not Over

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Presentato nella sezione Festa mobile del Torino Film Festival, My War is Not Over, il documentario di Bruno Bigoni su Harry Shindler, il veterano di guerra che ha passato la vita a identificare i militi ignoti. Un’agiografia necessaria.

Noi e loro

Poco più che ventenne, nel 1944, il soldato semplice inglese Harry Shindler sbarcò ad Anzio e risalì l’Italia per combattere una guerra che lo rese adulto, segnando il resto della sua esistenza. Oggi, a 95 anni, Harry vive a San Benedetto del Tronto, è vedovo di una moglie italiana e ha un figlio a Roma, conserva una grande energia e trascorre le sue giornate di veterano facendo luce su casi e vicende irrisolte dell’avanzata alleata in Italia. È un “Cacciatore di memoria” affidabile ed esperto, al suo indirizzo continuano ad arrivare appelli, richieste di reduci o parenti che vorrebbero conoscere il destino di un soldato scomparso, trovare la sepoltura di un combattente al fronte, rintracciare un relitto… [sinossi]

Porta un cognome che curiosamente suona come quello di un altro uomo giusto, quell’Oskar Schindler protagonista del film di Spielberg. Anche l’inglese Harry Shindler, veterano di guerra che partecipò allo sbarco di Anzio, ha la sua lista, anzi lavora su liste potenzialmente interminabili. Sono quelle dei militi ignoti della Seconda guerra mondiale, dei soldati anglosassoni che hanno perso la vita per la libertà del nostro paese. Dal giorno dopo la liberazione a oggi, questo signore sta combattendo una nuova battaglia, quella di garantire una sepoltura, una lapide o un semplice luogo di commemorazione per i familiari dei dispersi in guerra, per garantire una corrispondenza di amorosi sensi con i propri cari defunti. Solo nel momento dell’identificazione del luogo di sepoltura o delle semplici documentazioni delle circostanze della morte, Shindler può dire ai famigliari che in quel momento la loro guerra è finita, che la loro anima può serenamente riappacificarsi. Ma non è finita la sua di guerra, in una ricerca infinita che lo tiene in vita tra archivi, scartoffie, documenti, registri, in un’esistenza dedicata completamente a togliere l’anonimato fino all’ultimo caduto ignoto.

Il documentarista Bruno Bigoni racconta in My War is Not Over – in Festa mobile al Torino Film Festival – di questo uomo straordinario, novantacinquenne, minuto, con quel suo italiano ancora pesantemente commisto a un accento british che non si è mai tolto. Un uomo d’altri tempi, che usa ancora un linguaggio antico, che non sa chi sia Roger Waters e che, chiedendo a un giovane, scopre essere un personaggio molto popolare tra i ‘giovanotti’. Bigoni usa lo stile del documentario classico, incentrato sull’intervista, in un film secco e breve di neanche un’ora. Non c’è bisogno d’altro per raccontare questo personaggio. E My War is Not Over riporta tre casi di ricerche di Harry Shindler, coadiuvato dal giornalista Marco Patucchi. Il primo è quello di colui che una lapide ha riportato, per sessant’anni, come l'”inglese sconosciuto”, trucidato insieme ad altri prigionieri dai soldati tedeschi in ritirata. Si trattava in realtà di un agente segreto ungherese, Gabor Adler. Il secondo è quello dell’aviatore Bob Millar e dell’equipaggio di un aereo che non fece più ritorno e di cui non sono stati trovati relitti. Un caso ancora non del tutto risolto. Il terzo riguarda l’identificazione delle circostanze di combattimento in cui perse la vita Eric Fletcher Waters, il padre di Roger Waters, che aveva cantato della sua condizione di orfano di guerra, di chi ha visto il padre richiamato dalla patria senza più fare ritorno, in numerosi suoi brani, da When the Tigers Broke Free a Us and Them.

L’operazione di Bruno Bigoni su Harry Shindler è sì un’agiografia, ma un’agiografia necessaria. Un lavoro sulla memoria da tenere viva, una sorta di Antologia di Spoon River per dare voce ai defunti in guerra, a ciò che possono ancora raccontarci. Un grande messaggio pacifista.

Info
La scheda di My War is Not Over sul sito del Torino Film Festival.
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