Mary Shelley

Mary Shelley

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Anticonformismo che si traduce nel suo contrario, anonimato mainstream di confezione. Mary Shelley di Haifaa al-Mansour vorrebbe inneggiare a una proto-femminista, ma l’operazione naufraga nel prodotto di vaglia. Con Elle Fanning protagonista. Al TFF per Festa Mobile.

Beverly Hills 90210 Reloaded

Nella Londra di inizio Ottocento, Mary Wollstonecraft Godwin, appena diciottenne, cerca di farsi largo nel contesto letterario del tempo sfidando il maschilismo degli ambienti culturali. Incontra il poeta Percy Bysshe Shelley e se ne innamora alla follia. Nei primi anni del loro amore i due frequenteranno Lord Byron, presso il quale passeranno alcuni giorni d’estate a Ginevra. Lì, in compagnia anche della sorellastra Claire e del dottor John Polidori, Mary concepirà il romanzo “Frankenstein”… [sinossi]

Le notti di Ginevra appartengono a un territorio tra storia e leggenda, se non fosse che la stessa Mary Shelley ne diede conto in prima persona, riconducendo al suo soggiorno in Svizzera presso Lord Byron, a villa Diodati, l’origine del suo epocale romanzo “Frankenstein”. Lo statuto di leggenda è dato semmai dal fiorire dell’aneddotica popolare e dal ripetuto incontro di questa vicenda con il cinema, che negli anni Ottanta, nel volgere di appena un biennio vide ben due riletture cinematografiche: Gothic (1986) di Ken Russell e L’estate stregata (1988) di Ivan Passer. Adesso ritorna sugli stessi percorsi la regista saudita Haifaa al-Mansour, chiamata a dirigere una produzione di mainstream anglosassone.
In realtà stavolta l’intenzione è quella del biopic ad ampio raggio, che dia conto della nascita di “Frankenstein” con particolare enfasi sulle difficoltà incontrate da Mary Wollstonecraft Godwin nel veder accreditato il proprio nome per la maternità del romanzo. Anzi, la lotta per l’affermazione dell’autrice si espande nel film in tutte le direzioni della vita, anche nel rapporto con l’amato Percy Shelley e con la propria famiglia d’origine. Appartiene infatti all’opinione pubblica (e probabilmente con buona attendibilità storica) l’immagine di Mary Shelley come di una proto-femminista, che agli inizi dell’Ottocento già si batteva per il riconoscimento della donna in ambienti culturali, dominati inequivocabilmente da figure maschili. In ambito strettamente letterario, basti pensare sempre in terra britannica all’esempio opposto, qualche decennio più tardi, di George Eliot, che scelse uno pseudonimo maschile per un duplice scopo: fare implicita polemica culturale e garantirsi al contempo una più facile via alla pubblicazione delle sue opere.

Tuttavia questo nuovo Mary Shelley sembra restare prigioniero del suo afflato femminista, riducendo a una sola nota, suonata all’infinito, la più ampia portata di una figura storicamente così importante. Tanto che, se pure lo spirito anticonformista fece parte della scrittrice, si resta sempre con la sensazione che tale rilettura sia un’aggiunta forzosa e a posteriori, un caso insomma di riscrittura di una biografia tutta segnata dal “senno di poi”. O meglio, a tale nota se ne alterna costantemente un’altra, che finisce spesso per smentire paradossalmente gli assunti principali del film: a fianco delle rivendicazioni della scrittrice si lascia spazio infatti a un romance da operina adolescenziale tra lei e l’amato Percy Bysshe Shelley, passione nata all’insegna del libero amore e della poesia. Ma nel confronto tra l’estrema disinvoltura erotica del poeta Shelley e l’assolutezza del sentimento promossa da Mary, è quest’ultima spesso a farci la figura della conservatrice, con pieno appoggio nei confronti del suo ideale romantico ed esclusivo d’amore. Si finisce insomma per respirare un certo moralismo di ritorno proprio in una figura storicamente accreditata come anticonformista, e che pure nel film si vorrebbe in tal senso celebrare.
Nel percorso decadente al seguito del futuro marito, della sorellastra e di Lord Byron, Mary si profila costantemente per la più irreprensibile, con un certo vittimismo moralistico che riverbera su entrambe le figure femminili e che trova giusto un controcanto laterale nell’umile figura del dottor Polidori, futuro autore di “Il vampiro”. Haifaa al-Mansour sembra insomma più interessata alla confezione di un’opera puramente mainstream, che non sconvolga troppo le platee anche di fronte al racconto di libere trasgressioni d’epoca. Ne è prova il fatto che al centro del racconto si erge un romance automaticamente tributato di nobiltà solo perché animato da figure storiche di poeti (e, come spesso accade in operazioni del genere, non si esce mai dalla retorica di far parlare i poeti, per tutto il film, sempre e soltanto “da poeti”, sulla base di uno script pericolosamente vicino al romanzetto Harmony).

Poi certo, risulta abbastanza intelligente la radiografia di un falso anticonformismo maschile, che professava libero amore per tutti ma magari restava compiacente nei confronti di un mondo editoriale in cui non v’era posto per le donne. Tuttavia, la figura centrale di Mary Shelley, incarnata con evidente impegno da Elle Fanning, non riesce mai a conquistarci fino in fondo, così come l’intento mainstream resta ben evidente nelle rimozioni operate nei confronti dei giorni a Ginevra, di cui si mostra ben poco e molto si lascia intendere. Mentre del momento creativo, della nascita del mostro di Frankenstein, poco si dice restando in superficie, e adottando la soluzione più ovvia (l’incanto istantaneo dell’intuizione). In tale direzione risulta abbastanza prevedibile pure l’anonimo preziosismo blu-grigio delle luci, riconoscibile in numerosi altri film recenti in costume di ambiente anglosassone, specchio diretto di un anonimato di confezione che rimane costante da inizio a fine. Sono Percy e Mary Shelley, e Lord Byron di rincalzo, ma si resta con l’impressione che potrebbero essere i protagonisti di un qualsiasi teen-drama televisivo, soltanto più tragicamente ambizioso.

Info
La scheda di Mary Shelley sul sito del Torino Film Festival.
  • Mary-Shelley-2017-Haifaa-Al-Mansour-1.jpg
  • Mary-Shelley-2017-Haifaa-Al-Mansour-2.jpg

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