Appennino

Appennino

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Come per le fatiche di Sisifo, i terremoti dell’Italia centrale condannano chi li subisce a operare una inesausta rimessa in forma di architetture, esistenze e immagini: Appennino di Emiliano Dante, in concorso in Italiana.doc a Torino 2017.

Il mondo non si è fermato mai un momento

Un diario cinematografico girato tra l’agosto del 2016 e lo stesso mese dell’anno successivo, in cui si passa dalla lentissima ricostruzione dell’Aquila, la città dove il regista vive, al terremoto di Amatrice e Arquata del Tronto, alla vita in albergo dopo i terremoti di Norcia e di Montereale-Campotosto. Un percorso intimo e ironico, lirico e geometrico, dove il racconto della vita in un’area sismica diviene lo strumento per riflettere sul senso stesso del fare cinema. [sinossi]

A tre anni da Habitat – Note personali, Emiliano Dante torna in concorso al Torino Film Festival in Italiana.doc con Appennino, dove ancora ragiona intorno al concetto del terremoto e dell’influsso traumatico che questo ha sulla vita delle persone, in primis sulla sua.
Se però Habitat – Note personali era incentrato sul terremoto dell’Aquila del 2009, Appennino è – purtroppo – un ‘inseguimento’ di nuovi altri smottamenti terrestri che si sono susseguiti nel centro Italia (da Amatrice a Norcia) a un ritmo impressionante tra il 24 agosto del 2016 e il 18 gennaio del 2017. E dunque, se Appennino inizia come un tentativo di documentare lo stato in cui si trova la città dell’Aquila (città natale del regista) a sette anni dal disastro, si trova poi costretto a proseguire altrove e a deragliare continuamente, interrogandosi al tempo stesso sulle direzioni da prendere.

Appennino è perciò un continuo ripartire da zero, un inesausto e vano ricostruire sulle macerie, e va dato merito a Emiliano Dante di aver fatto di questo dato caratteristico delle scosse sismiche un concetto attorno a cui far ruotare con estrema coerenza il suo film. Raccontando ciò che gli accade in prima persona, infatti, Emiliano Dante incontra i nuovi terremotati e si confronta con loro da ‘vecchio’ esperto del tema, allo stesso tempo però prova a interrogarsi su quale possa essere il centro del film – che procede dunque come un work in progress – e su chi possa essere il suo vero protagonista. Finché una nuova ennesima scossa lo fa ripartire daccapo ancora una volta, e così via, in una spirale infinita. La messa e rimessa in forma allora diventa il nucleo instabile di Appennino, una messa in forma che ha allo stesso tempo a che vedere con il desiderio di ricostruire quei palazzi che sono crollati, con il tentativo ricomporre esistenze sballottate dagli eventi e con il saggiare la possibilità del cinema di chiudere – e in qualche modo anche di far finire – tutto questo in base a un discorso coerente e uniforme. Ecco perché allora Dante costella il suo film di elementi meta-cinematografici atti a esplicitare il processo del ‘fare’ e del ‘rifare’ il film: il numero delle inquadrature (500, a scalare, in una sorta di countdown), lo schermo del pc dove si lavora al montaggio, l’astrazione geometrica dei luoghi, il disegno e accenni di animazione. Tutto questo conduce a un unico discorso: l’inane sforzo di astrarre e di dare forma al materiale bruto (e brutale) della realtà che ci circonda e che non possiamo accettare così com’è, informe, sepolta dalle macerie, dai detriti, dai ruderi e dalle rovine dell’esistere.

È vero, Appennino a tratti rischia di cadere nel cronachistico, con quel suo tragico susseguirsi a stretto giro di scosse sempre più fatali, ma è un rischio che era giusto correre per poter riuscire a sviluppare questa chiave di lettura che fa del terremoto un simbolo acuito della precarietà delle nostre esistenze. A partire dal disastro e dall’impossibilità stessa della ricostruzione, Emiliano Dante è riuscito infatti a costruire qualcosa, qualcosa di immateriale e di resistente: un film. Ed è così riuscito a ricordarci che il cinema ha talvolta una portata salvifica. Vorremmo poterlo ricordare più spesso.

Info
La scheda di Appennino sul sito del Torino Film Festival.
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