L’ombra del gatto

L’ombra del gatto

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Gioiello noir gotico con ambientazione vittoriana, L’ombra del gatto di John Gilling approda sugli schermi del Torino Film Festival in occasione del piccolo omaggio ai gatti. E chi più della splendida soriana Tabitha può meritare un omaggio?

Tabitha, la vendicatrice miagolante

Walter, che da tempo odia la moglie, la ricchissima Ella, decide di sopprimerla dopo averla costretta a firmare un testamento che lo nomina suo erede universale. Complici il maggiordomo e la cuoca, Walter compie il delitto. Unico testimone dell’omicidio è Tabitha, la soriana cicciottella tanto amata da Ella; sarà lei a vendicare il turpe omicidio. [sinossi]

L’ombra del gatto di cui parla il titolo (anche l’originale recita The Shadow of the Cat) è quello della splendida soriana Tabitha, adorabile gattina che assiste impotente all’omicidio della sua padrona, la ricca possidente britannica Ella, perpetrato dal marito della donna in combutta con i due servitori della magione; testimone muta e ovviamente poco attendibile in sede di processo, Tabitha si trasforma nell’arco di poche ore nell’ossessione di Walter, l’omicida, e di tutta la pletora di scherrani con i quali dovrebbe dividere i beni ottenuti grazie a un falso testamento estorto a Ella. Da tranquilla micetta accoccolata vicino al fuoco mentre la sua padrona le recita i versi de Il corvo di Edgar Allan Poe, ecco dunque Tabitha divenire una vendicatrice in piena regola, che agisce nella notte e approfitta delle sue agilità feline per sfuggire alle trappole, per la verità non troppo brillanti, architettate dai malintenzionati, che vorrebbero disfarsi tanto della gatta quanto della nipote della defunta…
Approdato sugli schermi del Torino Film Festival in occasione del bizzarro omaggio al mondo dei mici allestito con la piccola sezione “Non dire gatto…”, L’ombra del gatto è un gioiello noir con venature gotiche e ambientazioni vittoriane – ma di fatto l’unica location è l’enorme magione che fu di Ella e nel corso del film passa di mano in mano a seconda di chi raggiunge più in fretta la tomba – che colpisce nel segno fin dalla sua gestazione. L’idea di fondo, quella di un gruppo di criminali che si sente così sopraffatto dall’orrore per l’atto compiuto da vedere in una tranquilla micetta domestica un demone assetato di vendetta, sfiorerebbe la demenza pura, ancor più se si considera che l’assunto di fondo (“Tabitha ha visto tutto, va eliminata”) non trova davvero alcuna giustificazione logica possibile.

In mano alla stragrande maggioranza dei registi L’ombra del gatto si sarebbe rivelato dunque fallimentare, o al massimo una bizzarria di cui tenere conto per qualche retrospettiva dedita al culto del weirdo, ma la BHP affidò l’incarico di mettere in scena la sceneggiatura scritta da George Baxt – sì, proprio il creatore del personaggio di Pharaoh Love – a John Gilling, nome forse oggi sconosciuto ai più ma che segnò con vigore stili e stilemi dell’orrore britannico, grazie a titoli come Le jene di Edimburgo, La morte arriva strisciando, La lunga notte dell’orrore e Il sudario della mummia. È la regia, di fatto, a tenere insieme e in piedi la narrazione e il senso ultimo de L’ombra del gatto: Gilling è sottile nel giocare in modo ironico sulla piccola Tabitha, come dimostra la sequenza in cui la micia attira il maggiordomo Andrew verso la palude in cui troverà la morte per poi osservarlo annegare con sguardo severo, il musetto tetro e gli occhi vitrei. Questo schema si ripeterà in occasione di ogni decesso dei criminali (compresi tre parenti di Walter accorsi in soccorso solo per aiutare l’uxoricida a sbarazzarsi del felino), che muoiono nei modi più impensabili, chi cadendo dal tetto, chi schiacciato dal crollo del controsoffitto, chi addirittura per infarto, con l’orma delle zampette lasciata sul pigiama, all’altezza del cuore, a mo’ di firma neanche si stesse parlando di Zorro.

Questa strana fusione tra Il castello maledetto e i live action Disney degli anni Sessanta e Settanta con protagonisti animali (per quanto riguarda i gatti si pensi a L’incredibile avventura di Fletcher Markle, Le tre vite della gatta Tomasina di Don Chaffey, F.B.I. Operazione gatto di Robert Stevenson, il micione nero Brivido Cosmico in Pomi d’ottone e manici di scopa e il tardo Il gatto venuto dallo spazio di Norman Tokar) si rivela vincente, perché L’ombra del gatto resta uno spettacolo godibilissimo, colmo di un’ironia che si evince dalla brillantezza dei dialoghi e si ritrova anche quando Gillian, dopo aver mostrato l’ennesima morte degli assassini, stacca su Tabitha che – come ogni gatto che si conviene – sta gioiosamente giocando a pancia all’aria con un gomitolo.
Rocambolesco e spietato – ai criminali non è concesso alcuno scampo dal loro peccato – il film si costruisce minuto dopo minuto ad altezza felino, con tanto di soggettive di Tabitha che osserva gli umani che le si agitano accanto, senza riuscire a ghermirla né a comprenderne e anticiparne le azioni. Esempio di un’epoca in cui la libertà creativa si espandeva fino ai confini più estremi , L’ombra del gatto scivola via agile come la sua protagonista, destinata a rimanere impressa nella memoria cinefila, al punto da non comprendere come qualcuno (come accade nel finale del film) possa decidere di non prenderla a vivere con sé. Tabitha la vendicatrice, la riparatrice dei torti. Un’eroina alta venticinque centimetri e pelosetta.

ps. La colonna sonora è di Mikīs Theodōrakīs, che di lì a un decennio sarebbe diventato l’eroe della sinistra greca in lotta contro il regime dei colonnelli…

Info
La scheda de L’ombra del gatto sul sito del Torino Film Festival.

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