L’ora più buia

L’ora più buia

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Winston Churchill bonario e accattivante, al fatale crocevia tra etica e politica. Tramite una figura storica controversa, L’ora più buia di Joe Wright si traduce in veicolo di populismo di ultima generazione. Con Gary Oldman e Kristin Scott-Thomas. Al TFF per Festa Mobile e da gennaio in sala.

Il presidente di tutti

Con la Germania nazista che raccoglie successi bellici ovunque in Europa, l’anziano Winston Churchill è richiamato d’urgenza al governo britannico poiché l’unico in grado di mettere più forze politiche d’accordo per un esecutivo di unità nazionale. Lo statista si trova di fronte a una difficile decisione: accettare un tavolo di trattative per la pace con Hitler, o proseguire nello scontro… [sinossi]

Più che la rievocazione di una figura storica nodale e di un momento cruciale della storia europea, L’ora più buia di Joe Wright (Darkest Hour il titolo orignale) sembra lo specchio dei suoi tempi di realizzazione. Tornare a parlare del passato è sempre utile nell’ordine della riflessione storica e soprattutto del confronto coi rimossi: risulta meno utile ed efficace se il passato è rievocato come cartina di tornasole del presente, quando cioè sul film si riverberano tendenze di oggi come rilettura forzosa (non arriviamo a dire ideologica, poiché non ci pare che Joe Wright miri a tanto), sorretta da un maggiore o minore grado di consapevolezza. Nell’affrontare di petto la figura di Winston Churchill, colto in uno dei passaggi fondamentali della Seconda Guerra Mondiale (accettare o meno, da lato britannico, un piano di trattative di pace con Hitler), L’ora più buia si affida in generale alle certezze dello spettacolo mainstream, acritico nel suo tirare a lucido mise e arredamenti d’epoca, “moderno” a buon mercato grazie ai virtuosismi visivi un po’ gratuiti cui Wright ci ha abituati. Stavolta, un esempio fra i tanti, ricorrono restringimenti e doppie cornici nel frame a sottolineare la solitudine del leader o l’abbandono dei soldati al loro destino. A sorreggere l’impalcatura interviene uno script furbamente infarcito di umorismo e strizzatine d’occhio, che risponde puntualmente alla finalità generale di rendere bonaria e familiare una figura storica piuttosto controversa. “È un uomo come tutti gli altri”, afferma a chiarissime lettere la consorte Clementine Churchill, tanto per rendere più che esplicito lo scopo dell’intero film.

L’operazione umanizzante nei confronti di figure storiche britanniche, specie quelle meno simpatiche, non è del resto inedita (The Queen, 2006, Stephen Frears; The Iron Lady, 2011, Phyllida Lloyd…); parzialmente in sintonia con gli esempi precedenti, nel caso di L’ora più buia l’umanizzazione non passa attraverso la problematicità dell’analisi, ma si affida invece agli strumenti più facili e immediati. Churchill è presentato infatti come un irresistibile brontolone, dalla battuta pronta e aguzza, parecchio affezionato alla bottiglia. Più che di umanizzazione si tratta quindi di ruffiana edulcorazione, offerta al pubblico più ampio perché esso non possa fare a meno di amare il protagonista. Dopo una lunga introduzione calibrata su questi elementi, si apre però una pagina centrale che farebbe sperare in sviluppi interessanti. Churchill infatti è colto nel momento di una decisione fatale, di stringente sostanza etica e pratica: seguire la via della trattativa di pace, sedendosi a un tavolo con Hitler che sta raccogliendo ovunque successi bellici, o restare sulla linea dura del rifiuto di trattare con un nemico tanto riprovevole? Sul tavolo vi sono due ordini di problemi, strettamente intrecciati: continuare la guerra significa probabilmente mettere a repentaglio molte altre vite di soldati, mentre il tavolo di pace potrebbe delinearsi come una débacle prima morale, poi nazionale. E poi probabilmente mondiale, dal momento che la Germania nazista non poteva certo essere un soggetto politico affidabile riguardo a compromessi e pacificazioni. Se quindi il quesito al centro del racconto si solleva dal caso particolare verso riflessioni universali (dove sta il limite della trattativa politica? la morale può soprassedere alle esigenze di una scelta?), d’altro canto Darkest Hour sembra cogliere l’occasione per trovare risposte nel presente del tutto in linea con le attuali derive populistiche internazionali.

L’attendibilità storica di fatti e personaggi, in operazioni come queste, risulta del tutto ininfluente. L’ora più buia può infatti risultare storicamente perfetto e imperfettibile, fondato su un amplissimo lavoro di documentazione intorno a materiale originale o quant’altro, ma nella sua narrazione finzionale mostra comunque una precisa scelta di fatti, una loro mirata concatenazione e soprattutto modalità specifiche di rappresentazione. Che Churchill sia sceso insomma nella metropolitana a consultare il popolo sul da farsi può essere realmente accaduto o meno, ma la veridicità non c’importa. Resta importante, invece, la scelta di Wright di aver inserito quel frammento nel racconto, di avergli dato enorme peso nell’economia narrativa e soprattutto di averlo rappresentato come una vera e propria alzata di fierezza nazionale “dal basso” (per il buon peso dell’unità nazionale, del politicamente corretto e dello smussamento degli angoli, tra i sostenitori di Churchill nella metropolitana troviamo pure un uomo di colore, britannico incredibilmente fiero nel contesto degli anni Quaranta). Churchill come “presidente di tutti”, etichette tristemente note alla nostra attualità. Tale idea di politica “dal basso” viene direttamente dai nostri tempi e finisce pure per deresponsabilizzare la figura storica di Churchill di fronte a decisioni di tale portata. Ribadiamo, sarà anche accaduto realmente (chissà, ci sta pure…), eppure L’ora più buia riduce di fatto quell’intervento popolare a vero elemento dirimente della questione. La scelta di Joe Wright e dei suoi sceneggiatori mira quindi più o meno volutamente al populismo di ultima generazione. Affrontando spinose questioni di etica, amor patrio e politica, L’ora più buia sceglie sempre le vie più facili e immediate, ivi compresa l’insistenza sulla mozione degli affetti operata sullo statista da un caso strettamente privato (una delle fonti di dubbio per Churchill viene dalla sua giovane dattilografa e dalla vicenda di suo fratello al fronte di guerra).

La risposta per L’ora più buia, insomma, è da cercarsi “dal basso” in chiave di populistica unità nazionale, o nelle emozioni del privato. Qualcosa che ha molto a che fare con la nostra contemporaneità, e probabilmente pochissimo con l’epoca narrata. L’ora più buia quindi finisce per cercare nel suo racconto risposte attuali che sono già comprese, del resto, nelle sue stesse premesse. Un dialogo dei nostri tempi con se stessi, che usano come canale il buon vecchio Winston. Ed è abbastanza sconfortante ritrovare tracce di tale facile populismo ormai a livello quasi di inconsulto riflesso espressivo.
Detto questo, è molto probabile che vedremo Gary Oldman e Kristin Scott-Thomas ben piazzati alla prossima notte degli Oscar. Tutto affidato alla bonarietà e alla battuta di spirito, il Churchill di Oldman è ruffiano e amabilissimo. Maledettamente amabile.

Info
Il trailer de L’ora più buia.
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