Racconti di cenere e lapilli

Racconti di cenere e lapilli

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Racconti di cenere e lapilli di Gabriele Di Munzio, presentato nel concorso di Italiana.doc al Torino Film Festival, è un viaggio sensoriale nel magma di Napoli, nei suoi vicoli, nella percezione di una città che è teatro prima ancora che architettura.

Il racconto dei racconti

Senza premeditazione, in cerca di un sentimento; mistura paradossale senza un senso apparente; figure di danza, sequenze marziali. A dispetto della evidente estroversione, i napoletani vivono i propri sentimenti veri nascosti da una maschera, con riservatezza e nobiltà. Napoli, definita da più parti un luogo di vita e di allegria, in realtà è un sublime racconto della morte. [sinossi]

I racconti di cenere e lapilli sono quelli che potrebbe cantare lo “sterminator Vesevo”, se solo avesse una bocca adatta alle parole e non solo al magma. I racconti di cenere e lapilli, forse, sono anche quelli che ha scritto nel Diciassettesimo Secolo Giambattista Basile noti al mondo come Lo cunto de li cunti o Pentamerone, e che tanta parte hanno avuto nell’immaginario cinematografico partenopeo e italiano (si pensi a Francesco Rosi con C’era una volta e a Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, ma anche a Gatta Cenerentola di Alessandro Rak & Co., riuscito tentativo di rinascita dell’animazione italiana). Ma sono racconti di cenere e lapilli anche i pensieri e il manifesto poetico di Tadeusz Kantor, racchiusi nel Teatro della morte. I lapilli volano, la cenere si deposita e crea un universo a se stante, strato dopo strato, pulviscolo su pulviscolo. Su questa stratificazione nasce, cresce e si vivifica ogni singolo giorno Napoli, forse la più complessa e affascinante delle grandi città italiane, un cosmo pulsante vita che si adagia sulle acque del Tirreno e arriva fino alle vette del Vomero e di Capodimonte.
Questo cosmo è alla base di Racconti di cenere e lapilli, primo lungometraggio di Gabriele Di Munzio, napoletano che da anni vive e lavora a Marsiglia. Il suo è dunque in qualche modo un ritorno a casa, un punto di vista sulla città da parte di chi non ne ha più una percezione quotidiana, ma conserva un sentimento che non può che deflagrare sullo schermo.

Si parte nel negativo di un super-8 con cui riprendere le guglie, la sommità di Sant’Elmo, quello spazio che gioca tra il blu del cielo e del mare e che con troppa facilità decodifica un senso di appartenenza che non deve trovare spazio; non c’è spazio per la retorica, né per la prassi consolidata, nel film di Di Munzio. E se c’è è lasciata solo alle parole di Luigi De Magistris, il sindaco che sembra essere un attore, l’incarnazione di una spinta partenopea verso il basso, le azioni collettive, la (ri)nascita di una città che non sia spezzata a metà – come Spaccanapoli da un punto di vista prospettico – tra chi agisce senza reti di protezione e la città borghese, quella dei musei e dei vernissage. Racconti di cenere e lapilli si muove in questo subbuglio continuo zampillando da un formato all’altro, tra minidv e cellulari, improvvisando riprese per strada o “pedinando” figure cardine dei pochi isolati nei quali va muovendo la ricerca d’immagini. Non è un film su Napoli, Racconti di cenere e lapilli, e sarebbe superficiale fermarsi a questo: è semmai il viaggio sentimentale in un arcipelago umano, di isolotto in isolotto, frantumato e frantumabile ma proprio per questo ancora più vivo, eternamente in grado di rinascere in sé e attraverso sé. L’immagine trema, a tratti si disperde in nuvole/lapilli di pixel, squaglia al sole questa città imperdibile, che ancora mantiene un forte senso dell’arcaico e lo mette in scena. Si mette in scena, Napoli, agitando davanti al volto una maschera che è sia specchio per il turista che nient’altro vuole, sia specchio per sé, per quell’intimità che solo in maniera fugace è davvero regalata agli sconosciuti, per quanto sembri invece dichiarata a gran voce.

Tra svolazzi poetici e brusche frenate nella volgarità (nel senso etimologico di volgo, senza alcuna accezione negativa da legare al termine), Racconti di cenere e lapilli si pone come primo tassello di un viaggio nello spazio-tempo partenopeo, sperso tra gloriose vestigia e contemporaneità in continuo sommovimento, come i bradisismi che da sempre caratterizzano quest’area dell’Italia. Gabriele Di Munzio sta già lavorando sui successivi capitoli (due? Tre? Chissà..), in cui i lapilli continueranno a schizzare dolorosi verso l’alto per poi trasformarsi in cenere, e discendere a ricoprire di grigio-nerastro tutte le cose. Per rinascere e morire. Come un cunto, a ben vedere.

Info
Racconti di cenere e lapilli sul sito del Torino Film Festival.
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