Balon

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Torna al cinema Pasquale Scimeca, ma il suo Balon è un rovinoso tentativo di film etnografico fuori tempo massimo, girato male, recitato peggio e anche poco appassionato nel raccontare l’odissea di due fratelli africani in fuga dal loro paese verso l’Europa. Al Torino Film Festival nella sezione Festa mobile.

L’esodo, un grande esodo

Amin e sua sorella Isoké vivono in un villaggio di povera gente, senza luce né acqua, nell’Africa subsahariana. Un giorno, una banda di predoni assalta il villaggio, bruciando la loro casa e uccidendo i genitori e i fratelli. Rimasti soli, i due bambini fuggono verso nord, finché non raggiungono il deserto, dove vengono soccorsi da una coppia di archeologi che li porta in Libia. Catturati da una milizia, dopo mesi di prigionia, di violenze e lavoro da schiavi, riescono a salire su un barcone che leva l’ancora verso l’ignoto… [sinossi]

Il tema dell’immigrazione verso l’Europa, in particolare da parte della popolazione africana subsahariana, è un tema fondante di questi ultimi anni, nodo cruciale delle sorti dell’intero pianeta, visto che la reazione ottusa da parte della politica del Vecchio Continente rischia di rituffarci in un periodo buio in cui il razzismo avrà definitivamente la meglio sull’accoglienza. Dunque, ben vengano storie che, magari anche in modo un po’ didascalico e divulgativo, si pongano l’obiettivo di raccontare questo dramma, questa tragedia costante che si tiene in quel mar Mediterraneo che un tempo univa e oggi divide. Ben venga, sì. Ma che lo si faccia con un minimo di convinzione e con un minimo di competenza, con una certa cura. Perché invece Balon di Pasquale Scimeca è esattamente il contrario: lo svogliato volontarismo del suo racconto – e la mancanza di passione, e quasi il sentore del dover narrare una storia, perdendone del tutto il piacere di farlo – rappresenta un limite insormontabile di questo film, presentato troppo generosamente in Festa mobile alla 35esima edizione del Torino Film Festival.

Il primo appunto che ci sentiamo di dover fare a Scimeca è l’aver deciso di raccontare una storia del genere – quella della fuga di due bambini africani dal loro paese verso l’Europa – calandola dall’alto, arrogandosi il diritto di poter essere lui a raccontare una storia di cui lui – come noi europei – non possiamo che sapere troppo poco. E allora forse sarebbe stato il caso, ad esempio, di trovare la collaborazione di qualche scrittore africano per la sceneggiatura del film, o forse si sarebbe dovuto fare un ben maggiore di lavoro di documentazione. Perché invece in Balon tutto va come deve andare, secondo lo stereotipo che si racconta delle popolazioni in fuga: il villaggio dei due bambini viene assaltato da dei guerriglieri non meglio definiti, i due attraversano il deserto e quando arrivano in Libia trovano i libici cattivi – e uno di loro violenta una ragazza – mentre loro sono totalmente vittime e accettano supinamente ogni tipo di angheria.
Solo stratificando si può dare senso a un racconto del genere, solo contrassegnando la storia di chiaro-scuri si può far percepire un’emozione nello spettatore e si può restituire il dolore di queste popolazioni. Invece così va a finire che Balon, impregnato com’è di populismo cattedratico e di buoni sentimenti aprioristici sul mito del buon selvaggio, risulta essere niente altro che un film etnografico fuori tempo massimo, come quelli che si facevano negli Sessanta.
E, in contrasto alla non-chiave di lettura che Scimeca ha dato della tragedia dell’immigrazione dall’Africa, basti ripensare al più recente film di Andre Segre, L’ordine delle cose, che – pure non esente da difetti – sceglieva di affrontare lo stesso identico argomento avvicinandolo però da una prospettiva inconsueta e allo stesso tempo più credibile (protagonista era un italiano al servizio dello Stato, colmo di ambiguità e cattiva coscienza borghese, usato da Segre come suo e nostro alter ego).

Ma, al di là degli enormi limiti di natura ideologica e di approccio, ciò che fa davvero cadere le braccia – purtroppo, visto che Scimeca è un autore solitamente molto apprezzabile – è la troppo palese amatorialità del film: gli attori non professionisti ad esempio recitano in maniera maldestra, troppo rigidi e come prigionieri di un brechtismo inconsapevole, e quando appaiono in scena due interpreti italiani le cose vanno addirittura peggio. Il racconto poi, nonostante sia estremamente lineare, procede in maniera incerta, soffermandosi su alcuni aspetti (la descrizione iniziale del villaggio è decisamente troppo lunga) ed eludendone altri (il viaggio dei bambini è, in fin dei conti, sin troppo facile), fino al picco dell’assurdo dei due protagonisti che, mezzi morti in mezzo al nulla del deserto, vengono trovati da due italiani a bordo di una jeep. Ma perché dovremmo credere a una tale casualità, visto che si trovano per l’appunto in un deserto in cui non c’è anima viva e non ai bordi di una strada trafficata?
Vi è infine anche un’abborracciamento complessivo della regia che arriva a far sospettare che ci siano stati diversi problemi produttivi nel corso della lavorazione. Si pensi solo a un esempio: il bambino protagonista, ossessionato dal calcio (da qui il balon del titolo), viene privato del suo pallone da un truce libico. Questi prende la palla e la calcia, sembra lontanissimo. E invece l’inquadratura successiva ci mostra il pallone che sta rimbalzando placido a qualche metro più in là.
È un dettaglio, è vero, ma ci pare rivelatore del metodo complessivo di Balon: l’insormontabile impaccio, sotto ogni aspetto, nel dare credibilità al racconto. Che poi, al limite, questa regia sbilenca poteva anche essere accettabile, ma almeno doveva trasparire un po’ di sentimento, un po’ di passione, uno sbagliare dovuto al troppo fervore. E invece ciò che finisce per essere percepito è per l’appunto il troppo impaccio, e nulla più.

Info
La scheda di Balon sul sito del Torino Film Festival.
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