Don’t Forget Me

Don’t Forget Me

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Don’t Forget Me dell’israeliano Ram Nehari si propone come una rilettura della rom-com, rivista con inedita franchezza e approccio doloroso. Tuttavia il risultato finale è più esile delle sue intenzioni. Vincitore della 35esima edizione del Torino Film Festival.

Sognando Berlino

Tom è ricoverata in un istituto di recupero per ragazze con disturbi alimentari. Dopo aver incontrato Neil, un suo coetaneo suonatore trasognato di tuba, si allontana dall’istituto e si ripresenta in famiglia. Intanto, Tom e Neil iniziano a fare progetti, che prevedono soprattutto l’abbandono d’Israele per andare in Europa… [sinossi]

Tentativi di rilettura della rom-com. Don’t Forget Me, opera prima in lungometraggio dell’israeliano Ram Nehari in concorso al TFF, cerca di reinventarsi la commedia romantica operando su di essa almeno tre interventi sostanziali: corroborare la levità del genere con l’inserzione di tematiche molto dolorose, aderire a un’inconsueta schiettezza narrativa e, sul piano formale, scegliere il dipanarsi degli eventi in sequenze audiovisive molto lunghe. Nehari lo annuncia fin dall’esordio, quando ci presenta un istituto medico di recupero per ragazze con disturbi alimentari dilatando i tempi di una visita dell’infermiera in corsia. “Ciclo? Movimenti intestinali?” ripete la donna lungamente, con approccio meccanico al disagio di molte ragazze. Da lì in poi, Don’t Forget Me inanella una lunga sequenza dopo l’altra, magari non veri e propri piani-sequenza ma sezioni di racconto dilatate nel tempo e affidate a un ininterrotto e placido dialogo, dove lo humour emerge per vie spontanee dal flusso delle parole, riprodotto nel suo naturale alternarsi, sul lungo periodo, di momenti divertenti e aperture drammatiche.
Vi è almeno un’altra sequenza, lunga ed elaborata, piuttosto significativa nell’economia globale del film: il ritorno a casa della ragazza Tom, che si presenta con la sua recentissima conquista, Neil. Costante è la preoccupazione del padre, la cui determinazione nel riportare la figlia all’istituto ritorna più e più volte, per sparire nei dialoghi, e poi riemergere, e via così, seguendo il naturale flusso delle chiacchiere. È una sequenza, oltretutto, che allarga frammentariamente il quadro suggerendo letture sociali nel panorama dell’attuale Israele, un paese non ancora in grado, probabilmente mai, di elaborare il trauma della Shoah (la madre perde le staffe quando Tom annuncia in famiglia di volersi trasferire a Berlino…), cesura storica che ineluttabilmente riemerge quasi come decisivo atto fondante di un paese e di una cultura. Questo è solo uno dei cenni sociali che ritornano nel film, proposti sempre come incidentali al racconto. Scegliendo la via del racconto libero e divagante, più o meno tutto in Don’t Forget Me risulta incidentale. Al centro rimane, in forme un po’ più salde, la struttura di una commedia romantica resa eccentrica dalla particolarità dei suoi due protagonisti.

Il dramma dell’anoressia è affrontato con piena schiettezza, senza arretrare neanche di fronte alle effettive ricadute fisiologiche del disturbo. Si avverte un’apprezzabile franchezza, insomma, anche riguardo all’avviarsi di una storia romantica prendendo le mosse da un incontro di sesso occasionale, oltretutto offerto da Tom a Neil quasi su un tavolo di moneta di scambio. Entrambi combattono sia con un disagio esistenziale, sia con aspirazioni sui generis: lei segue patologicamente la perfezione fisica delle top model (ma al limite le sta bene pure fare la prostituta ad Amsterdam), lui suonare la tuba in un gruppo. Il profilo comune ai due protagonisti è quello dell’esclusione sociale, ricondotto a un quadro d’insieme che tuttavia non emerge mai a determinare gli eventi in modo diretto e meccanico.
In siffatta rarefazione narrativa, Ram Nehari non disdegna neanche qualche parentesi puramente romantica, in cui si riconosce al commento musicale il ruolo di estraniare la vicenda dalla concretezza della realtà verso l’astrazione sentimentale. Se quindi Don’t Forget Me testimonia una discreta riflessione dell’autore sulle modalità espressive tramite le quali dar forma alla sua storia, d’altro canto il film ci congeda con la netta sensazione di aver raccolto meno di quanto seminato fino a quel momento.

Benché i due ragazzi protagonisti siano indagati con delicatezza e discrezione, si avverte sempre un leggero filtro tra noi e loro che ci impedisce di amarli davvero. Probabilmente ciò è dovuto a quel tanto di convenzione romantica alla quale Nehari mostra di non voler rinunciare, soprattutto nel personaggio di Neil. Il residuo di convenzione ci allontana, così come, forse, una descrizione più convinta del contesto sociale ci avrebbe aiutati nella comprensione della specifica necessità espressiva di riproporre una vicenda dai tratti anche universali in questo preciso contesto. Quel che si può vagamente dedurre è che anche in Israele la globalizzazione è arrivata, i modelli culturali ai quali soggiacciono le giovani donne anche là risultano schiaccianti, gli istituti di recupero per disturbi alimentari sembrano prigioni e più in generale l’orizzonte sociale fa nascere desideri di fuga nelle giovani generazioni. E, non ultima, rimane una certa rocciosa diffidenza verso lo straniero, che dal padre (riconosce lo strano accento di Neil, che ha una formazione in parte olandese) sembra riverberarsi nella figlia (il rifiuto razzistico verso l’infermiera russa). Certo, l’umorismo cinico spesso va a segno, e più volte Don’t Forget Me ci fa ridere sanamente di pancia. Tuttavia a conti fatti si resta con la sensazione di un film più esile delle sue intenzioni, tutto sommato convenzionale nonostante l’intenso impegno nel cercare vie personali. Il finale sopraggiunge affrettato, e quei due ragazzi (i giovani attori Nitai Gvirtz e Moon Shavit) raramente ci conquistano. Al massimo, si sorride loro con benevolenza.

Info
La scheda di Don’t Forget me sul sito del Torino Film Festival.
  • don-t-forget-me-2017-Ram-Nehari-1.jpg
  • don-t-forget-me-2017-Ram-Nehari-2.jpg

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