Vento di soave

Vento di soave

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In concorso in Italiana.doc al festival di Torino, Vento di soave di Corrado Punzi è il ritratto – duro, esatto, ma forse troppo freddo – di una città, Brindisi, ostaggio dell’inquinamento industriale.

Città invivibili

Come si vive in una città del Sud Italia, a pochi metri da una centrale a carbone e da un petrolchimico tra i più grandi d’Europa? Cos’è rimasto delle iniziali promesse di progresso? Due agricoltori e un sub ambientalista dal profilo contraddittorio cercano di dimostrare i danni economici e sanitari subiti. Eppure, l’addetto stampa della centrale racconta una realtà diametralmente opposta. Così, mentre si svolgono eventi culturali e sportivi finanziati dalle industrie, la verità e la giustizia rimangono sospese e indecifrabili come in un processo kafkiano. [sinossi]

Di Taranto e dell’inquietante stato di inquinamento in cui versa la città si sa un po’. Non troppo, ma qualcosa, visto che l’Ilva è finita spesso sulle prime pagine dei giornali in anni recenti. Si sa molto meno invece – sempre in Puglia – di Brindisi, vittima anch’essa della trasformazione in città industriale e quindi nociva per la salute dei suoi abitanti. Da un lato la centrale termoelettrica a carbone dell’Enel, dall’altro un impianto di petrolchimico, fanno sì che Brindisi abbia dei dati di mortalità e di malattia di molto superiori alla media. Ce ne parla Corrado Punzi nel suo film – presentato in Italiana.doc al Torino Film Festival – Vento di Soave, che prende amaramente il titolo dall’epiteto che Dante diede a Federico II di Svevia, imperatore cui per l’appunto è dedicata la centrale.

Punzi istituisce il suo racconto su più binari: segue due agricoltori con le rispettive mogli che vivono proprio di fronte alla centrale, tallona un dipendente della centrale che fa pesca subacquea allo scopo di dimostrare come i pesci soffrano i danni dell’inquinamento, osserva la propaganda che viene messa in piedi dai ‘potentati’ brindisini (comizi di candidati sindaci, partite di basket in cui la squadra locale viene finanziata dalla politica, gare di vela dall’identico veicolo ideologico di distrazione delle masse, ecc.), e – ancora – documenta il processo intentato contro la centrale teso a dimostrarne gli effetti dannosi sulla cittadinanza. Punzi istituisce così molti piani di lettura – troppi, forse – e passa dall’uno all’altro attraverso un montaggio che pian piano riesce a far emergere la complessità della situazione brindisina così come la stratificazione del suo film.

Geometrico nella costruzione del discorso e girato con ottimo polso registico, Vento di soave si segnala dunque in positivo quale esempio di ‘superamento’ del basico documentario di osservazione, cui pure sembra aderire all’inizio, per approdare a una sorta di film-saggio dallo sguardo ontologicamente e antropologicamente muto su una città. Ma questo, visto il tema trattato, finisce per essere anche in parte il limite del film. Si ha infatti, a tratti, l’idea che il discorso raffinato e concettuale di Vento di soave rischi di approdare al ‘concettoso’, a una denuncia da pensiero debole che rimane un po’ inerte.

Certo, siamo d’accordo che non si debba mai scadere nel banale film di denuncia, nel film a tesi, nel contenutismo, però forse sarebbe stato necessario in Vento di soave un’affermazione più netta di rifiuto verso le meschine politiche locali, tutte tese a occultare il male che queste industrie stanno facendo alla cittadinanza. Invece, tutto resta un po’ sospeso e astratto, come quel bell’incipit su una nave-cargo o come, verso il finale, quando Punzi stacca prima di farci sentire la sentenza del processo (con un gesto che vuole sottolineare l’aspetto kafkiano della situazione e che però ci priva di un’informazione), e tutte le spiegazioni vengono relegate alle didascalie che fanno da cornice al film.
Quel che manca a Vento di soave è dunque un po’ di emotività, di umanità (eppure i personaggi scelti sembravano perfetti per lasciar trapelare il loro malessere, suggerito comunque in alcune belle sequenze); tutto è troppo trattenuto e quasi glaciale, come per un arrendersi al gattopardismo della nostra politica e della nostra storia nazionale. Che poi, in effetti, come dare torto a una tesi del genere? Ma almeno, prima di arrendersi, un po’ bisogna lottare, ci vuole un po’ di furia prima di ritirarsi, la si deve percepire un po’ di sofferenza.

Info
La scheda di Vento di soave sul sito del Torino Film Festival.
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