The White Girl

The White Girl

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Presentato in concorso al Torino Film Festival, The White Girl, esordio alla regia di Jenny Suen insieme a Christopher Doyle, di cui aveva già prodotto Hong Kong Trilogy. Ancora una volta è protagonista la metropoli-stato, e il suo essere crocevia tra Oriente e Occidente.

Il porto profumato

Una ragazza allergica al sole nell’ultimo villaggio di pescatori di Hong Kong. Il suo disagio fisico e psicologico viene lenito dall’incontro con un misterioso viaggiatore, con cui nasce una speciale intimità, un distillato dell’amore. [sinossi]

Doppi titoli di testa per The White Girl, in caratteri cinesi e in alfabeto occidentale e con lo stesso rilievo: non c’è una scrittura più evidenziata. Coerentemente con la filosofia di vita del grande direttore della fotografia e cineasta Christopher Doyle, o Dù Kěfēng come si fa chiamare, capace di passare dalla cultura e sensibilità orientali a quelle occidentali. Che ora firma un film con la sua compagna Jenny Suen, già produttrice di Hong Kong Trilogy. E il punto di incontro e di scontro non può che essere ancora la città-quasi stato di Hong Kong, crocevia tra Occidente e Asia, la ex-colonia britannica che sorge sul delta del fiume Guangdong, il fiume delle perle. In un villaggio di pescatori di ostriche tra le vegetazione a mangrovie è ambientato il film, in un avamposto di una tradizione che va scomparendo.

In concorso al Torino Film Festival, The White Girl è l’incontro tra due solitudini, tra due personaggi marginali. Uno di questi è Sakamoto, un misterioso giapponese che prende possesso di una vecchia abitazione diroccata vicino al villaggio, che sostiene che lo zen sia l’essenza del mondo. L’altra è la ‘ragazza bianca’ del titolo, la ragazza fantasma che non può tollerare la luce solare, rappresentante del principio femmineo, dello yin, della luna.

La contrapposizione tra modernità e tradizione, tra l’arrendersi al principio capitalista del profitto, e la tutela dello spirito ancestrale, tra il pragmatismo occidentale e l’ascetismo orientale, si scatena con l’arrivo di turisti dalla Cina Mainlander, che si rivelano dei detestabili uomini d’affari che pianificano una speculazione edilizia, volendo radere al suolo il villaggio di pescatori e la foresta di mangrovie che dirada nel mare, per edificare un gigantesco parco di divertimenti. Siamo quindi al paradosso di vedere l’ex-colonia britannica un tempo avamposto del capitalismo europeo, venire minacciata, inghiottita da quella Repubblica Popolare Cinese ormai ancor più asservita a un sistema economico predatorio e alle logiche commerciali e al dio profitto. Questa situazione, dei cattivi speculatori che vogliono cancellare un piccolo mondo antico, fa scivolare The White Girl nel facile e semplicistico manicheismo, ma per Christopher Doyle e Jenny Suen si tratta in fondo di mettere in scena una fiaba. Con una principessa e un principe, e un palazzo che si può immaginare come reale. Cui si aggiunge il personaggio del monaco buddhista impegnato nella campagna elettorale, ancora un’inversione di buono e cattivo, oriente e occidente.

Ma la cosa più interessante del film del grande e innovativo direttore della fotografia Doyle è un discorso sulle immagini, sulla loro trasparenza, sulla loro riproducibilità. Immagini eteree come lo è la ragazza fantasma stessa e la sua storia d’amore con il misterioso eremita giapponese. Come lo è il cinema stesso, proiettato su uno schermo. Dalla casa diroccata, incrostata, che ha occupato, con una sorta di camera oscura per stenoscopia si proiettano o riflettono gli esterni, gli scorci della città, in un palazzo da cui si vede il mondo. Per arrivare poi al momento catartico per i personaggi dell’eclissi lunare. Un film poco parlato, i dialoghi ridotti all’essenziale, un patchwork fotografico che include anche immagini di repertorio.

The White Girl non ha nulla a che vedere con quello che Christopher Doyle ha fatto con Wong Kar-wai e in generale nel cinema hongkonghese: si tratta dell’ideale proseguimento della Hong Kong Trilogy, della visione che gli autori hanno di quella città che è nata come il “porto profumato”.

Info
La scheda di The White Girl sul sito del Torino Film Festival.
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