Incanto

Incanto

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Il cinema di Claudio Romano ed Elisabetta L’Innocente appare come un incanto, un in-canto, un’elegia a bassa risoluzione di un mondo sperduto, contemporaneamente pre e post apocalittico, dimenticato. Una poesia sentimentale, campestre e casalinga. Incanto, il loro ultimo lavoro, viene presentato al Laceno d’Oro di Avellino dopo un anno di rifiuti festivalieri difficili da comprendere.

Ritorno a casa

Un giorno d’estate è lo spunto per l’osservazione del quotidiano da parte di due autori in cerca d’ispirazione. Mentre fluiscono le idee per realizzare un film, irrompono elementi umani e naturali come parti della narrazione stessa. La pioggia d’agosto, i turisti, la calura, la rifrazione della luce. L’ispirazione cede il posto all’incanto che la natura trasforma in estasi per gli sguardi. La poesia e la sua ricerca, tra le pieghe del quotidiano, dell’usuale, del banale, diventano le protagoniste del racconto. [sinossi]
Ma durante quel piccolo numero d’anni,
amato da una donna piena di compiacenza e di dolcezza,
feci quello che volevo fare, fui quello che volevo essere,
e con l’uso fatto dei miei ozi potei dare alla mia anima
ancora semplice e nuova la forma che meglio le conveniva,
e che poi ha conservato per sempre.
Il gusto della solitudine e della contemplazione nacque nel mio cuore
coi sentimenti espansivi e teneri fatti per alimentarlo.
Il tumulto e il rumore mondano li costringono e li soffocano;
la calma e la pace li rianimano e li esaltano.
Ho bisogno di raccogliermi, per amare.
Jean-Jacques Rousseau, Le passeggiate solitarie
Epigrafe in testa a Incanto di Claudio Romano.

Incanto è un piccolo film, girato in completa autarchia/anarchia da Claudio Romano insieme a Elisabetta L’Innocente, eppure nel leggerlo e nel leggere il mondo in cui si va a inserire si possono rintracciare molti spunti, schegge di pensiero, elaborazioni ed elucubrazioni. Andrà che il nuovo film di Claudio Romano (Ananke, Con il vento, Verso casa) esordirà al Laceno d’Oro, il festival avellinese diretto da Antonio Spagnuolo con i “selvaggi” Aldo Spiniello, Sergio Sozzo e Leonardo Lardieri. E va bene così, è giusto così: insieme a Incanto in territorio irpino ci saranno altri registi e autori inadatti all’istituzione, contro non solo per fiera posizione ideologica, ma per struttura, per conformazione, per naturale indole. Così insieme a Incanto troveranno spazio sullo schermo ad Avellino Canecapovolto, Luis Fulvio, Carlo Michele Schirinzi, Abel Ferrara. E poi ancora Federico Francioni e Yang Chen, Filippo Ticozzi, Giovanni Cioni. Ma l’occasione per incontrare Incanto non deve far dimenticare il lungo e triste peregrinare di questo film nel corso dell’ultimo anno: nessun festival, prima di Avellino, ha voluto accogliere il lavoro di Romano e de L’Innocente. Nessun festival, nessun evento cinematografico, neanche quelli che più di altri si fregiano di un patentino di libertà sulla carta assoluta, nella realtà dei fatti sempre legata a schemi, ad abitudini, a prassi. Ovvio, non si pretende uniformità di giudizio, e la libertà di scelta è patrimonio da difendere. Stupisce però che un’opera fragile ma potentissima come Incanto sia stata snobbata con così evidente semplicità, quasi che non vi si riconoscesse all’interno quella fiamma che brucia, con la lentezza delle fascine di legna sul focolare.

Chiunque si approcci alla visione di Incanto avendo già una pur minima dimestichezza con i lavori della coppia non potrà certo dirsi in alcun modo sorpreso da quel che prende corpo sullo schermo. Il paratesto viene già in aiuto dello spettatore, sotto forma di una lunga sequenza di scritte su fondo nero che racchiudono l’esergo che trovate anche in testa a questa recensione: Jean-Jacques Rousseau e la sua condizione di “passeggiatore solitario”. Come Rousseau, anche la visione della natura di Romano è profondamente deista, razionale ma adatta al lirismo, aperta all’immateriale ma mai confessionale. Una presa diretta del mondo che vive attorno al regista. Una presa diretta, una consonanza da ricercare nel modo più semplice, l’unico modo privo di filtri per quanto filtrato attraverso l’occhio/macchina: la videocamera. Incanto è un film di viaggio, un viaggio esteriore e interiore, un percorso in sé che diventa percorso, tracciato, sentiero battibile nella campagna, in quell’Alba Adriatica che è sempre più periferia di un impero malato, propaggine dimenticata, vestigia a suo modo – come quel ballo collettivo finale – di un tempo perduto, lontano eppure vivo perché attuale, centrale, esistente.
Come Rousseau, anche Romano e L’Innocente credono a un futuro verso cui si deve spingere, a una possibilità che è cinema ma è già cinema prima che qualcuno prenda in mano una videocamera. Ha una scrittura in fieri, ed è incompiuto, Incanto, perché non si può mettere fine a un gorgoglio sommesso, sotterraneo, vagito di un’eternità racchiusa in un lampo, in una pioggia improvvisa, in un pomeriggio al mare.
Incanto è un film impossibile, a suo modo, che Romano e L’Innocente ribadiscono dover esistere di volta in volta, parlando con una vicina di casa o con un venditore ambulante sulla spiaggia. “Perché gli hai datto che sei in vacanza? Dovevi dirgli che stiamo facendo un film”, afferma L’Innocente a Romano. In quel momento, in quell’istante, si ratifica l’esistenza di un film, con o senza un’idea, quell’idea di cui “abbiamo bisogno”, come risponde il regista. Cos’è l’idea? Quando allenava il Foggia delle meraviglie, Zdeněk Zeman chiarì un concetto basilare durante un’intervista: “Gli altri lavorano in base ai soldi, noi in base alle idee”. Non ci sono soldi, in Incanto, a parte l’energia utilizzata per ricaricare le batterie della videocamera, e ovviamente quel tempo utilizzato che oramai nessuno, nella patria del Jobs Act, osa più considerare lavoro. Ci sono idee? Sì, moltissime, la maggior parte delle quali elaborate in scena. Perché a ben vedere l’idea che sorregge Incanto è una, ed è quella di costruire un diario sentimentale del proprio esistere.

Un concetto che serpeggiava già in Ananke, anche se lì l’utilizzo della pellicola e la costruzione reale (e quindi inevitabilmente falsa) di un set poteva portare fuori strada lo spettatore disattento. Un concetto poi ribadito dapprima in Con il vento, e quindi nel sublime istante di Verso casa, bucolico riandare nei campi che è fratello gemello e omozigoto di Incanto e che, come praticamente tutti i lavori di Romano, ha trovato ospitalità a Pesaro, tra il mare che libera tutti e tutti affoga e il Teatro Sperimentale. Tra zoom sgranatissimi, rumori di fondo, immagini “rubate” (ma tutto il cinema è un furto dell’immaginario, riappropriazione debita di verità che esistono fuori dalla macchina), nuvole e piante, acquazzoni e lavoratori del mare e dei campi, Incanto vola via, descrive ciò che è vita, quel quotidiano che fa tremare, quel quotidiano che il cinema non dovrebbe permettersi, quel quotidiano però che è meraviglioso, imponderabile, eterno perché già finito, già vissuto. Là dove con frequenza il cinema cerca altri universi per raccontare il minuscolo e ingrandirlo a dismisura, in Incanto si raccontano pochi chilometri, poche centinaia di persone spesso neanche consapevoli di essere parte di un film, poche strade e fuori mano rispetto al centro del potere. Eppure, proprio in questa scelta di difformità, di abbandono della via più battuta, si nasconde il cuore di un racconto del mondo; come Salgari non si spostò mai dall’Italia per sognare di Malesia e di tigrotti combattenti, così Romano e L’Innocente non abbandonano Alba Adriatica, la loro Hollywood, per raccontare il mondo attraverso l’immagine, e l’immagine attraverso il loro occhio sul mondo.
È uno sguardo, Incanto, uno sguardo inevitabilmente incantato, sperso, riaperto a nuova vita di colpo, quasi senza preavviso. Romano e L’Innocente mettono lo spettatore di fronte a un’evidenza così palese da sfiorare la banalità (tutto può essere cinema, ovunque si può trovare una storia da narrare) ma che in troppi hanno dimenticato; Incanto può sembrare il disperato grido di chi vorrebbe fare cinema, ma è l’esatto opposto. È lo sguardo di chi il cinema lo fa e lo ha sempre fatto, senza dover aspettare nulla e nessuno. Una camera, un conciliabolo, un territorio da vivere, e quindi da filmare. Ci si commuove, durante la visione di questo piccolo lungometraggio che supera di poco l’ora di durata: ci si commuove perché c’è così tanto amore per ciò che è fuori, accanto, appena a pochi centimetri dall’obiettivo della camera, che spazza via ogni rimasuglio di quel narcisismo che invece spesso fa capolino da operazioni simili.

Se c’è voyeurismo, in Incanto, c’è non solo per le persone riprese di nascosto, ma anche per quegli alberi che si muovono al vento, quella mosca che non riesce a trovare requie sul vetro, quella luna che troneggia nel cielo, quelle nuvole che come questo film sono sempre in movimento. Come il cinema, come l’immagine che non ha sosta. Il cinema di Claudio Romano ed Elisabetta L’Innocente appare come un incanto, un in-canto, un’elegia a bassa risoluzione di un mondo sperduto, contemporaneamente pre e post apocalittico, dimenticato. Una poesia sentimentale, campestre e casalinga. Un’opera preziosa non come una gemma da nascondere nella cassaforte, ma come una splendida conchiglia raccolta sulla battigia, mentre la spuma di mare corre per portarsela via. Ad Avellino non arriva il percorso di questo film, ma parte. Buon viaggio.

Oh me, oh vita!
Domande come queste mi perseguitano,
infiniti cortei d’infedeli,
città gremite di stolti,
che vi è di nuovo in tutto questo,
oh me, oh vita!
/
Risposta:
/
Che tu sei qui,
che la vita esiste e l’identità,
Che il potente spettacolo continua,
e che tu puoi contribuire con un verso.
Walt Whitman, Lungo la strada.
Info
Incanto sul sito del Laceno d’Oro.
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