Closeness

Closeness

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Sbalorditivo esordio del russo Kantemir Balagov, allievo di Sokurov, Closeness è un melodramma familiare senza scampo che fa un uso espressivo della sua povertà di mezzi. In Festa mobile al Torino Film Festival, dopo essere stato in concorso a Cannes in Un certain regard.

Nelle famiglie, personalità sempre in conflitto…

1998, Nalchik, Caucaso del Nord, Russia. La ventiquattrenne Ilana lavora nel garage di suo padre per aiutarlo a sbarcare il lunario. Una sera, la sua famiglia e gli amici si riuniscono per festeggiare il fidanzamento del fratello minore, David. Più tardi nella notte, la giovane coppia viene rapita e segue una richiesta di riscatto. Per questa compatta enclave ebraica coinvolgere la polizia è fuori discussione. Come farà la famiglia a procurarsi i soldi per salvare David? Ciascuno a modo suo, Ilana e i genitori non si tireranno indietro, quali che siano i rischi cui andranno incontro… [sinossi]

Più che la dolenza poetica di Sokurov, di cui l’esordiente Kantemir Balagov è allievo e grazie a cui ha letteralmente scoperto il cinema, vedendo Closeness potrebbe venire alla mente un film come Little Odessa di James Gray. Vi è infatti la stessa atmosfera di melodramma familiare, di faide interne a una famiglia, e lo stesso ambiente di ebrei russi legati, tanto da sentirsi soffocare, a una tradizione che si vuole in qualche modo superare. Gray però ha quell’eleganza stilistica e quella fluidità narrativa che sono tipiche del cinema americano, mentre Balagov è imperniato di matericità e sofferenza tipicamente russe, liso e rabbioso, consunto e furente, così come sono i personaggi e, in qualche modo, anche gli interni del suo film.

Presentato in Festa mobile al 35esimo Torino Film Festival (perché non in concorso?), dopo essere stato selezionato alla scorsa edizione del Festival di Cannes in Un certain regard (a conferma di come, anche negli anni infelici, Cannes comunque mostri la strada che prenderà il cinema nel corso dell’anno), Closeness è una dramma a quattro: una madre, un padre, una figlia (Ilana, la vera protagonista), e un altro figlio, il figliol prodigo, promesso sposo a un’altra ragazza ebrea e rapito all’inizio del film. E, per riavere il loro unico maschio, i genitori si accorderanno finendo addirittura per decidere di sacrificare Ilana, promettendola in sposa a un altro giovane ebreo, il cui padre darebbe i soldi necessari per il riscatto che è stato chiesto per salvare il loro David, il cui nome è – in ottica biblica – perfettamente programmatico.

Girato in 1:33 – con lo schermo dunque quasi quadrato -, fotografato in modo rude, brusco (probabilmente senza nessuna luce artificiale), raccontato in maniera molto personale (lunghe digressioni, impressionanti e sorprendenti scene madri e poi violente ellissi), Closeness ha una forza di messa in scena giovanile – il regista è del 1991 – che si accorda miracolosamente ai sentimenti della sua protagonista Ilana, insofferente verso le ridicole regole materne, fidanzata con un ragazzo di un’altra etnia indigesto ai suoi genitori, appassionata di auto e dunque restia verso ogni tipo di vezzo femminile.
Potrebbe sembrare un po’ scontato dirlo a questo punto, ma vedendo Closeness non può non venire in mente il grande romanzo e i grandi personaggi dostoevskijani, sia per la solo apparentemente disordinata struttura narrativa (si pensi all’esigua voice over all’inizio e alla fine del film, ad indicare una presenza autoriale il più possibile celata), sia per la lotta della protagonista per affermare la propria libertà e indipendenza, per le sue debolezze, per i colpi di teatro di certi suoi eclatanti atti di disobbedienza (come quando lancia sul tavolo il fazzoletto sporcato dal sangue che dimostra la sua perdita di verginità); tutte caratteristiche che connotano i comportamenti dei personaggi dell’autore de I fratelli Karamazov. Anche se quel che manca a Balagov è la polifonia dei caratteri, dato che il punto di vista di Ilana finisce per prevalere su tutti gli altri. Ma, ricordiamoci che Closeness rappresenta pur sempre un esordio alla regia.

Per essere più veritiero e personale Balagov decide poi di ambientare Closeness nella sua città natale – Nalchik, capitale della Repubblica autonoma russa di Kabardino-Balkaria, nata dall’unione di due differenti etnie e sita a sud del paese, vicino alla Cecenia – e decide anche di spostare il racconto nel passato, alla fine degli anni Novanta, in prossimità con l’esplosione della seconda guerra cecena. In questo modo Closeness allude anche alla radicalizzazione religiosa del presente, a un modo di vivere sempre più racchiuso nelle proprie comunità (da un lato i musulmani, dall’altro gli ebrei), e dunque la sua sofferenza, la sua disperata vitalità la riversa su di noi facendoci venire i brividi per una doppia tragica ‘verità’, quella del mondo che descrive (che ha la forza di assurgere all’universale) e quella del modo in cui lo fa. Infatti, il “realismo” di Balagov – se ancora si può parlare di realismo nel cinema co – si alimenta di una aderenza al mondo violenta e fangosa, della volontà di non nascondere nulla, di farsi indirettamente sentire in ogni sua scelta stilistica (come quando, nella scena di sesso, ci occlude lo sguardo). Ed è – anche – questo che, ogni tanto, fa ancora grande il cinema.

Info
La scheda di Closeness sul sito del Torino Film Festival.
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