Free Fire

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Una lunga, interminabile sparatoria. Questo è Free Fire, il sesto lungometraggio del regista britannico Ben Wheatley, che arriva in sala in Italia a un anno dalla sua realizzazione. Un giocattolo divertente, che però non osa molto sotto il profilo teorico.

Spara che ti passa

1978. Sulle strade di Boston a notte fonda, un camion sfreccia verso l’area portuale scortando due fratelli di origini irlandesi fino al molo. Bernie, al volante, impreca contro gli altri automobilisti, mentre Stevo, sul sedile passeggeri, si lecca le ferite riportate nella rissa del giorno prima. Ad attenderli sul luogo dell’appuntamento, Frank, cognato di Stevo, il socio in affari Chris e l’intermediaria Justine. Un uomo ben curato, polo e giacca sportiva, si avvicina alla banda per conto del commerciante d’armi che deve incontrare. L’emissario si chiama Ord e terminate le presentazioni perquisisce i “clienti” in cerca di microfoni nascosti. Controllato che siano tutti puliti, la festa si sposta in un fabbricato abbandonato poco distante. “Fanculo i convenevoli, andiamoci a comprare delle armi”, dice Chris. Ma al momento del faccia a faccia con Vernon, il suo braccio destro Martin, e gli scagnozzi Harry e Gordon, qualcosa va storto. [sinossi]

Free Fire arriva in sala (poche però per ora, 9 sparse su tutto il territorio nazionale e concentrate solo al nord: non una novità per la piccola realtà Movies Inspired) dopo essere andato incontro a un anno tutt’altro che positivo sotto il profilo degli incassi: costato dieci milioni di dollari – comunque una bazzecola per una produzione di questo tipo – il sesto lungometraggio da regista del britannico Ben Wheatley ha fatto fatica a trovare un pubblico fedele in tutti i paesi anglofoni, dalla natia Inghilterra ai cugini d’oltreoceano canadesi e statunitensi. Se si considera che anche il precedente High-Rise, versione cinematografica de Il condominio di J.G. Ballard, aveva trovato resistenza in sala – ma il tema era uno scoglio assai più scosceso per il pubblico medio, così come l’ambizione che guidava il regista – è indubbio che Wheatley stia cercando ancora una propria naturale collocazione all’interno dello scacchiere sistemico industriale. Regista ancora pressoché ignorato in Italia, dove il suo gioiello A Field in England è approdato direttamente in home video, dopo un fugace passaggio festivaliero a Ravenna per l’oramai defunto “Mosaico d’Europa”, Ben Wheatley è in realtà uno dei nomi centrali della ‘nuova’ cinematografia d’Albione, quella che va da Peter Strickland a Neil Marshall, da Tom Kingsley a James Watkins, passando per Deborah Haywood, Alice Lowe, Oliver Frampton. Fin dai tempi di Down Terrace, l’esordio firmato a ventisette anni, Wheatley si è distinto per la sua capacità di giocare con ironia sul registro del macabro e dell’insolito.

Di sangue ne scorre davvero tanto anche in Free Fire, e quasi da subito: prima ancora di arrivare al luogo dell’incontro che si trasformerà in una pentola in ebollizione, l’eroinomane Stevo è già ferito, reduce da una scazzottata avvenuta la sera prima a causa di una ragazza. Rissa sedata al pub ma che riesploderà (con esiti assai più mortiferi) proprio in un hangar abbandonato nei pressi del porto di Boston; è il 1978, l’IRA è in piena guerra contro l’esercito inglese e ha bisogno di armi, così come molti altri popoli in lotta… Ben Wheatley è un regista ambizioso, e per quanto Free Fire come indica con acutezza il titolo non metta in scena altro che una lunga, interminabile sparatoria in cui tutti in fin dei conti sparano contro tutti, e nessuno può davvero sperare di uscirne indenne, l’intenzione è quella di spingersi un passo più in là. Ecco dunque una location sola, uno spazio limitato in cui muovere la camera, un quadrilatero di spari, proiettili vaganti, personaggi che arrancano mestamente in uno stato di pre-morte: una sfida per un regista, che Wheatley supera senza alcuna difficoltà, dimostrando di sapersi destreggiare con grande e non usuale maestria nella rappresentazione di un’azione concitata.
In uno schema narrativo inevitabilmente ridotto all’osso, Free Fire riesce a tenere desta l’attenzione del pubblico con un approccio alla materia divertito, mettendo in scena personaggi che anche di fronte a una morte quasi certa non lesinano in battute, in motti di spirito, in sagaci affermazioni lanciate contro gli altri quasi con la stessa velocità dei proiettili espulsi dalla canna della pistola.

Quel che viene fuori è un giocattolo godibile, marchingegno che riesce a evitare la stasi e avanza per la sua ora e mezza di durata – di più sarebbe stato fisiologicamente difficile resistere – senza alcun intoppo. Certo, l’impressione forte è che nelle mani di un autore di maggior spessore (il nome che viene naturale pensare è quello di Quentin Tarantino, uno che a trielli, duelli e situazioni simili ha abituato il pubblico) Free Fire si sarebbe dimostrato un oggetto in grado di coniugare il ludico al teorico, con una riflessione sua coazione a ripetere i medesimi gesti e sulla prigionia all’interno dei codici del genere, riflessioni che Wheatley riesce solo a sfiorare, senza addentrarvisi. Nulla di tragico, ma un leggero amaro in bocca al termine della visione rimane…

Info
Il trailer di Free Fire.
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