Babel Film Festival 2017

Babel Film Festival 2017

Si è svolto dal 4 al 9 dicembre a Cagliari il Babel Film Festival, arrivato alla quinta edizione e ora a cadenza biennale, manifestazione unica del suo genere, dedicata alle opere cinematografiche parlate con lingue minoritarie, dialetti, slang, gerghi, alle aree periferiche, alle minoranze culturali ed etniche.

Appena concluso a Cagliari il Babel Film Festival 2017, arrivato alla quinta edizione e ora a cadenza biennale, manifestazione probabilmente unica del suo genere, dedicata alle opere cinematografiche parlate con lingue minoritarie, dialetti, slang, gerghi; alle aree periferiche, alle minoranze culturali ed etniche, finanche con film in LIS, la lingua dei segni. Dando spazio così a quel cinema che rifiuta l’omologazione hollywoodiana, e non solo, dell’inglese o delle lingue maggioritarie. Si è svolto dal 4 al 9 dicembre, organizzato dalla Cineteca Sarda – Società Umanitaria, con la direzione artistica di Antonello Zanda, Paolo Carboni e Tore Cubeddu, con un programma molto serrato in cui sono passati 22 documentari, 25 cortometraggi, 18 lungometraggi e 9 film fuori concorso, e poi con focus tematici, seminari, masterclass e un concerto.

I campi agricoli quasi verticali, che si sviluppano in obliquo, le coltivazioni collinari che si inerpicano su terreni scoscesi, in pendenza, mescolandosi ai pascoli: rappresentano una delle immagini viste più volte tra i film di questa edizione del festival. Sono emblema di tante cose, dell’operosità antica dei contadini, ma anche moderna in situazioni dove la meccanizzazione dei lavori agricoli è giocoforza limitata, di un equilibrio tra uomo e natura raggiunto con tanti sforzi, ma anche un segno di marginalità del territorio contro la monocultura dei campi piani, intensivi, squadrati, regolari. Una monocultura omologante che è anche culturale. Un’immagine quindi che può benissimo rappresentare l’emblema delle tematiche affrontate dal Babel.
La troviamo anche nel film vincitore, Amama di Asier Altuna, film parlato in lingua basca. Un’opera che mette a confronto la cultura tradizionale della campagna con la modernità cui i figli, la nuova generazione, sono attratti. Nonostante l’apparato elegiaco, a volte ai limiti dell’estetismo, sia funzionale a un lamento per un piccolo mondo antico sull’orlo dell’estizione, il film non prende posizione manicheistica. E nel conflitto generazionale tra il padre autoritario e la figlia ribelle, è difficile stare dalla parte del primo, dalla mentalità che ci può apparire anacronistica e retrograda. Così come le leggi della vita di campagna possono sembrarci ora crudeli. Ma si tratta in realtà di norme amorali volte all’efficienza in un contesto dove un raccolto andato a male poteva significare patire la fame. Così la situazione del padre che ammonisce la figlia a non coccolare il cagnolino, a non affezionarsene, perché destinato a essere ucciso una volta che, da vecchio, non riesca più ad abbaiare forte, diventando così inutile. Per contro i pochi momenti urbani del film mostrano un contesto cittadino di degrado, mentre l’ipotesi di conversione in agriturismo viene vista come una stucchevole via moderna alla vita di campagna, di facciata, comunque svincolata alla vera cultura rurale, dove le strade asfaltate sono viste come l’Anticristo. Un mondo contadino che si incarna negli alberi, che rappresentano i tre figli, che si possono anche abbattere, ma non eradicare e anche il ceppo può rinascere grazie a un innesto. Al cinema basco è stato anche dedicato un prezioso focus, con sette cortometraggi nella lingua euskera.

Campi in verticale sono anche quelli del documentario Ostana Viva, Viva Ostana di Elisa Nicoli, che torna nei luoghi del film Il vento fa il suo giro. Si tratta in questo caso di una storia a lieto fine, come raccontano gli anziani giocando a carte nel bar del paese. Un esodo massiccio, in giovane età, verso Torino, ma hanno poi sentito il richiamo della loro ‘heimat’, cui hanno fatto ritorno, salvando così l’antico borgo dal rimanere disabitato. E ora popolato anche da giovani attratti da una vita diversa, dagli studenti della scuola di cinema, fondata da Giorgio Diritti e dallo sceneggiatore Fredo Valla, che parla ancora in occitano, che sta a quei luoghi come Tonino Guerra a Santarcangelo di Romagna.

Nel vero spirito del Babel Festival il documentario Colours of the Alphabet di Alastair Cole, sorta di Essere e avere in una scuola elementare nello Zambia, dove tre bambini seguono lezioni in una lingua diversa da quella che parlano a casa propria. Sorta di pamphlet contro l’omologazione linguistica, denunciando il fatto che ben il 40% della popolazione mondiale non abbia accesso all’educazione nella propria lingua. E lo Zambia sembra un paese particolarmente emblematico di come possa mietere il rullo compressore dell’omologazione linguistica, un paese dove la lingua ufficiale è l’inglese, dove in inglese è pure l’inno nazionale – estremo paradosso –, accanto al quale ci sono sette lingue pricipali e 64 lingue minoritarie locali. E la colonizzazione nel film, si vede anche negli zainetti con l’immagine della Barbie, i marchi dei brand multinazionali che hanno l’Africa come ultimo ricettacolo. Alastair Cole sceglie, coerentemente al messaggio multilinguistico di melting pot lessicale, in un film sull’educazione e sull’imparare a scrivere, di fare i sottotitoli del film in tre colori diversi, in verde quando si parla la lingua nazionale – come verde è il colore della bandiera –, in marrone per la lingua della terra, il soli, e in bianco per il neutro inglese. E alla proiezione cagliaritana ha voluto che i sottotitoli fossero nella lingua locale, il sardo, altro idioma da tutelare. E il sardo è stato ovviamente protagonista del festival, già dal film d’apertura, il corto Futuro prossimo di Salvatore Mereu, già presentato a Venezia. Mentre la terra sarda è protagonista anche dell’impressionante documentario etnografico Su Battileddu di Cinzia Puggioni, sui riti carnevaleschi a Lula, nella Barbagia. Un retaggio ancestrale tra pratiche dionisiache e culti legati al sole, nonché esempio di teatro della crudeltà come teorizzato da Antonin Artaud.

Siamo in un paese dove ancora vige la dittatura del doppiaggio, e siamo nel momento in cui il film Silence, interamente in inglese, sembra far tornare ai tempi del cinema classico hollywoodiano dove anche i registi europei come Lubitsch realizzavano film in inglese pur di ambientazione europea. In questo contesto il Babel Film Festival rappresenta un momento di resistenza. L’appuntamento per la sesta edizione tra due anni.

Info
Il sito del Babel Film Festival.

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