La ruota delle meraviglie

La ruota delle meraviglie

di

La ruota delle meraviglie è la quarantottesima regia per il cinema di Woody Allen, che attraverso un gioco di riflessi con Tennessee Williams rinverdisce una volta di più la sua lettura filosofica della vita e della ‘naturale’ sofferenza dell’umano.

Il bagnino

1950, le vite di quattro personaggi si intrecciano ai piedi della celebre ruota panoramica costruita negli anni venti: quella dell’imbronciata e malinconica Ginny, ex attrice emotivamente instabile, ora cameriera presso un modesto ristorante di pesce; di suo marito Humpty, rozzo manovratore di giostre; del giovane Mickey, un bagnino di bell’aspetto che coltiva aspirazioni da commediografo; e della ribelle Carolina, la figlia che Humpty non ha visto per molto tempo e che ora è costretta a nascondersi nell’appartamento del padre per sfuggire a un gruppo di spietati gangster che le dà la caccia… [sinossi]

La ruota delle meraviglie è ovviamente quella che domina il panorama del parco di divertimenti a Coney Island, pedice meridionale di Brooklyn. L’inquadratura iniziale non può non riportare alla mente l’incipit sontuoso de Lo specchio della vita (Imitation of Life nella versione originale), ultimo film hollywoodiano della carriera di Douglas Sirk. Lì la folla che invadeva la spiaggia serviva a creare il caos necessario affinché la figlia della protagonista si perdesse nella calca, escamotage per arrivare a una relazione affettiva improvvisa, e inaspettata. Per Woody Allen questo punto ha già un peso superfluo: gli esseri umani si inseguono non per desiderio di conoscenza, né possono trarre effettivo vantaggio interiore dalla presenza dell’altro. Se è il caso a dominare gli eventi – e ovviamente (non) lo è –, è il desiderio a veicolare lo sguardo, a scegliere l’inquadratura, a costruire la messa in scena che in molti, in troppi, continuano imperterriti a chiamare vita. Non c’è dubbio che anche La ruota delle meraviglie eserciti il suo potere coercitivo sul pubblico come una dichiarata ed evidente “imitation of life”: lo strapotere del digitale, affidato ancora alle cure ultra-espressive di Vittorio Storaro (già al lavoro con Allen nel precedente Café Society, dove lavorava di dicotomia tranciando a metà il film tra assolate perdizioni di senso californiane e ben più terracei soggiorni newyorchesi), fa rinascere tra colori intensi e tendenti all’ocra e all’amaranto, un luogo mitizzato come il luna park di Coney Island. Ma in un gioco di falsità d’autore Allen compie l’estremo sberleffo, ambientando il film negli anni Cinquanta, quando il parco era oramai già chiuso, dopo che il terribile incendio del 1946 – forse di matrice mafiosa – lo aveva ridotto a un cumulo fumante di macerie.

Lì, in un luogo già perfetto per i fantasmi, prende corpo la quarantottesima fantasia cinematografica di Allen, tra le più cupe della sua intera filmografia. Lo schema è quello classico del melodramma, ma più che al divin Sirk, che pure fa capolino da ben più di un’inquadratura, sembra rifarsi alle strutture delle pièce di Tennessee Williams. Non è certo la prima volta che Allen guarda dalle parti dell’autore de La gatta sul tetto che scotta, Improvvisamente l’estate scorsa e La dolce ala della giovinezza: anche Blue Jasmine, opera tra le più struggenti dell’Allen dell’ultimo ventennio, riprendeva a grandi linee temi e tipi di Un tram che si chiama Desiderio, a partire dalla sovrapposizione tra i personaggi di Blanche DuBois e Jasmine Francis.
L’errore più grande, se di errore è lecito parlare, che si può commettere nell’avvicinarsi a La ruota delle meraviglie, sta proprio paradossalmente nel lasciarsi blandire con troppa facilità dallo splendore visivo orchestrato da Storaro. Non perché il lavoro del settantasettenne direttore della fotografia debba venir sminuito o criticato, sia ben chiaro. Il punto è un altro: la perdizione nell’immagine, nella superficie inattaccabile del visionario, sarebbe la stessa cui va incontro Ginny Rannell, un tempo attrice di non particolare successo e ora cameriera in un ristorantino di pesce senza troppe pretese. Nel suo occhio, in quella vertigine di senso che ancora la afferra e la tiene vincolata alla vita come esperienza pulsante, romantica, erotica, il tramonto arancione ha come silhouette quella del bagnino Mickey Rubin, aspirante scrittore e studente universitario, nonché voce narrante della storia.

La ruota delle meraviglie gira e rigira, ma non può che incepparsi, con quegli ingranaggi enormi e usurati su cui deve mettere mano nel caso il giostraio per disperazione Humpty, marito di Ginny (“mi ha salvata”, ripete lei più per convincere se stessa che per altro) e ubriacone che ha a sua volta un sussulto di vita, in questa eterna imitazione della vita, solo quando ricompare Carolina, figlia di prime nozze perduta e forse perfino ripudiata quando ha deciso di sposare un fellone, un gangster, un criminale della mafia. Non c’è salvezza dallo squallore, per Woody Allen, e anche l’infatuazione più sincera di Mickey per la nuova arrivata – mentre è ancora l’amante di Ginny, alla quale promette senza mai crederci viaggi in posti esotici e lontani, quasi come l’Aruba impossibile ed evanescente evocata in Suburbicon di George Clooney, altro film demitizzante sull’America degli anni Cinquanta – non potrà far altro che degenerare ulteriormente un equilibrio che si è sempre retto solo sull’autocensura e sulla negazione. Gli esseri umani convivono solo quando vietano l’espressione del proprio io reale. Pena la dissoluzione di ogni sogno, la concretizzazione della vacuità e della macerante usura del tempo.
Ma forse, a ben vedere, questa macchina insensata della vita è già tutta nel piccolo Richie, figlio che Ginny ha avuto da un batterista vagheggiato e scomparso nel nulla, che marina la scuola per andare al cinema e non ha altra passione se non quella di appiccare incendi. Anche per questo l’ultima inquadratura de La ruota delle meraviglie, che si apriva sulla magniloquenza della tecnologia e dell’uomo/massa, arriva come un pugno dolorosissimo, e segna forse la chiusura più potente del cinema del 2017, e forse dell’intera carriera di Allen. Un parco giochi in cui nessuno, neanche il più puro dei mentecatti, sa come o perché divertirsi.

Info
Il trailer de La ruota delle meraviglie.
  • la-ruota-delle-meraviglie-2017-wonder-wheel-woody-allen-15.jpg
  • la-ruota-delle-meraviglie-2017-wonder-wheel-woody-allen-14.jpg
  • la-ruota-delle-meraviglie-2017-wonder-wheel-woody-allen-13.jpg
  • la-ruota-delle-meraviglie-2017-wonder-wheel-woody-allen-12.jpg
  • la-ruota-delle-meraviglie-2017-wonder-wheel-woody-allen-11.jpg
  • la-ruota-delle-meraviglie-2017-wonder-wheel-woody-allen-10.jpg
  • la-ruota-delle-meraviglie-2017-wonder-wheel-woody-allen-09.jpg
  • la-ruota-delle-meraviglie-2017-wonder-wheel-woody-allen-08.jpg
  • la-ruota-delle-meraviglie-2017-wonder-wheel-woody-allen-07.jpg
  • la-ruota-delle-meraviglie-2017-wonder-wheel-woody-allen-06.jpg
  • la-ruota-delle-meraviglie-2017-wonder-wheel-woody-allen-05.jpg
  • la-ruota-delle-meraviglie-2017-wonder-wheel-woody-allen-04.jpg
  • la-ruota-delle-meraviglie-2017-wonder-wheel-woody-allen-03.jpg
  • la-ruota-delle-meraviglie-2017-wonder-wheel-woody-allen-02.jpg
  • la-ruota-delle-meraviglie-2017-wonder-wheel-woody-allen-01.jpg

Articoli correlati

  • Venezia 2017

    Suburbicon

    di Scritto a otto mani dai fratelli Coen, da Clooney e dal fidato Heslov, Suburbicon è un divertissement brillante, capace di intrattenere con secchiate di humor nero e sana violenza, e di veicolare ideali pienamente condivisibili. In concorso a Venezia 2017.
  • Berlinale 2017

    Io e Annie

    di Compie quarant'anni Io e Annie: il capolavoro di Woody Allen, quello che meglio armonizza l'inventiva e la prorompenza del suo primo cinema con la fase successiva. Presentato alla Berlinale in versione restaurata.
  • Torino 2016

    Il dormiglione

    di Il dormiglione segna l'incursione di Woody Allen, alla quinta regia, nei territori della fantascienza, tra eversioni del corpo e del linguaggio. A Torino nella retrospettiva Cose che verranno.
  • Cannes 2016

    Café Society RecensioneCafé Society

    di Leggiadro, ironico, romantico, nostalgico. Il nuovo film di Woody Allen apre ufficialmente la 69a edizione del Festival di Cannes. Un’apertura glamour, da copertina, col riflesso della Hollywood d’antan e le bellezze di oggi Kristen Stewart e Blake Lively.
  • Bif&st 2016

    Il prestanome

    di Per la retrospettiva "Red Scare Black List", dedicata al maccartismo, è stato riproposto al Bif&st 2016 Il prestanome con un Woody Allen 'prestato' al servizio di Martin Ritt per una coraggiosa tragicommedia tipicamente New Hollywood.
  • Archivio

    Irrational Man RecensioneIrrational Man

    di Il nuovo film di Woody Allen racconta la storia di un professore di filosofia in crisi esistenziale. Sarà una sua studentessa a dargli un nuovo scopo nella vita. Fuori Concorso a Cannes 2015, una delle opere più ispirate del regista newyorchese da molti anni a questa parte.
  • Archivio

    Magic in the Moonlight

    di Una commedia in costume intimamente autoreferenziale, nella quale Woody Allen tiene a parlarci, fondamentalmente, della sua arte e dei suoi vecchi trucchi.
  • DVD

    Blue Jasmine

    di Woody Allen si odia o si ama, e così molti dei suoi ultimi film, il cui giudizio tende a cambiare a seconda delle visioni. Non con Blue Jasmine, che è e resta uno dei suoi migliori film degli ultimi vent’anni. La recensione del DVD edito dalla Warner Bros.
  • Archivio

    Un'immagine di Blue Jasmine, il nuovo film di Woody AllenBlue Jasmine

    di Lasciati da parte i cliché da cartolina, Woody Allen con Blue Jasmine torna a puntare l'obiettivo sugli esseri umani e sulle dinamiche del vivere, realizzando un film dolente e doloroso che non cede al patetismo.
  • Archivio

    Midnight in Paris RecensioneMidnight in Paris

    di Rimettendosi in gioco, Allen prende di petto i cliché dei suoi stessi film e li sfrutta per mettere in scena una pochade magari inessenziale ma indubbiamente graziosa. Pellicola di apertura del Festival di Cannes 2011.
  • Archivio

    To Rome with Love RecensioneTo Rome with Love

    di A partire da Lo sceicco bianco, citato apertamente, To Rome with Love non è un film che si confronta con la capitale italiana, ma con la storia del cinema italiano: lo spunto di riflessione più interessante di un’operazione dominata da una mancanza di ispirazione preoccupante...

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento