Wonder

Coming of age agrodolce di un outsider dal cuore d’oro, Wonder risulta eccessivamente stereotipato e improntato al buonismo, nonostante la buona confezione e l’apprezzabile prova di Jacob Tremblay.

Niente fuga dalla scuola media

Il piccolo August, 11 anni e una malformazione cranio facciale che gli impedisce una vita normale, si appresta ad affrontare per la prima volta la scuola, e il contatto con gli altri bambini. Dopo l’ingresso traumatico, il ragazzino trova l’amicizia del coetaneo Jack, mentre deve guardarsi dal gruppo di bulli capitanati dal viziato Julian… [sinossi]

Probabile protagonista del periodo natalizio al botteghino, accanto ai “pezzi da novanta” Star Wars: Gli ultimi Jedi e Coco, rappresentante ideale di un cinema per famiglie dal sapore indie, che trova nelle imminenti feste il suo naturale terreno d’elezione, Wonder va a innestarsi su una tradizione (cinematografica e non) ben rodata e consolidata. Non è la prima volta che il tema della diversità, sul grande schermo come nella narrativa, si mescola ai cambiamenti e alle sfide della tarda infanzia e dell’adolescenza, trovando una sintesi nelle storie di outsider che dalle loro stesse debolezze, e da uno sguardo non ancora incline alle contaminazioni e ai compromessi dell’età adulta, traggono un elemento cruciale per la propria formazione: i losers di It di Stephen King (e della sua recente, discussa incarnazione cinematografica) sono solo tra le espressioni più vicine nel tempo di un filone che viene da lontano. Proprio da un suo recente esempio letterario (l’omonimo romanzo di R.J. Palacio, pseudonimo della scrittrice Raquel Jaramillo) prende spunto il film di Stephen Chbosky, a sua volta scrittore, già esploratore delle problematiche adolescenziali e del coming of age nel suo recente Noi siamo infinito.

Questo Wonder, film indipendente forte dell’appeal della grande produzione (spiccano nel cast Owen Wilson e Julia Roberts, oltre al giovanissimo, già lanciato Jacob Tremblay nel ruolo principale) sceglie di giocare sul sicuro, presentando una struttura e una confezione tali da non scontentare “fisiologicamente” nessuno: l’approccio al racconto è edificante e praticamente scevro da qualsiasi accenno di violenza, la morale risulta volutamente priva di sfumature e trasparente fin dalla prima scena, mentre la levigata estetica del film si contamina con piccole aperture oniriche (i sogni di peregrinazioni spaziali del protagonista), qualche inoffensivo cliché nerd (le citazioni di Star Wars e Scream) e una colonna sonora dal taglio classico che non disdegna il rock di ieri e di oggi (i White Stripes e Bruce Springsteen fanno capolino tra le tracce). La scansione del racconto abbozza una divisione dei capitoli per punto di vista (dopo quello del piccolo Augie, troviamo quelli della sorella Via, della di lei amica Miranda, dell’amico del protagonista Jack), mutuata dal romanzo originale; ma la sceneggiatura non sembra credere troppo a questa soluzione, finendo per lasciare la sostanziale esclusiva della ribalta al protagonista, astro intorno al quale (per restare alla metafora cosmologica) ruotano tutti i satelliti.

È sostanzialmente ben narrato e messo in scena, il film di Stephen Chbosky, che trova i suoi limiti prevalentemente (se non esclusivamente) in un problema di concept: la rappresentazione della diversità (ma anche quella dell’ambiente scolastico americano tout court) è troppo stereotipata per mantenere vivo l’interesse, mentre non si dubita mai, nemmeno per un attimo, del lieto fine che coronerà il racconto di formazione e presa di coscienza del protagonista (insieme a quello, parallelo, dei suoi compagni). Proprio a proposito dell’accennata (e un po’ velleitaria) struttura polifonica del film, sarebbe stato interessante inserire nella storia anche il punto di vista del “bullo” Julian (a cui l’autrice originale ha dedicato uno spin-off letterario), personaggio che intuiamo nel finale essere non privo di potenzialità. Ma la scelta riflette, in fondo, la voglia di mantenere il mood del film nel rassicurante alveo di un cinema per famiglie che non osa, che sfuma tutti gli accenni di inquietudine e conflittualità di cui pure la storia è disseminata (la violenta reazione del piccolo Jack alla provocazione di Julian, l’appena accennata rissa con i ragazzi più grandi nella frazione finale), e che tende a dipingere l’individuo portatore di diversità come un rassicurante angelo, negandogli i lati oscuri che ne potrebbero (e dovrebbero) sostanziare il carattere. Anche la vaga connotazione gifted data al protagonista (dotato nel campo delle scienze) è in fondo coerente con questo approccio.

Parto rassicurante di una Hollywood che mette in scena, in serie, storie di diversità sempre più organiche allo status quo, prodotto che cerca (e trova) la trasversalità nel modo più semplice, Wonder scivola indolore dallo schermo ai sensi dello spettatore, trovando solo qualche sporadico guizzo di realismo (la prima, dolorosa rottura tra i due amici, il già citato – seppur breve – confronto col piccolo villain Julian); restando, in modo assolutamente voluto, alla superficie della vicenda narrata. Il riscatto e il riconoscimento sociale, per il giovane protagonista, sembrano arrivare fin troppo presto: se un ventennio fa, nell’indie americano, qualcuno fuggiva dalla scuola media, ora quest’ultima sembra diventata un luogo in fondo accogliente (già dal primo anno), giusto con qualche occasionale scossone di assestamento. Ma, in fondo, l’approccio fiabesco ed edificante qui adottato contribuisce ad addolcire (almeno in parte) l’occhio cinico. Così come contribuisce la buona prova del protagonista Jacob Tremblay (l’abbiamo visto nel recente Il libro di Henry, ma soprattutto in Room): qui, sotto un makeup non troppo invasivo, il giovanissimo interprete modula la sua prova in modo apprezzabile, dando precoce prova di una buona versatilità attoriale.

Info
Il trailer di Wonder.
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