Il fantasma del pirata Barbanera

Il fantasma del pirata Barbanera

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Il fantasma del pirata Barbanera è una commedia fantasy diretta da Robert Stevenson, e tra i più felici risultati live action della produzione Disney. Può essere considerato l’ultimo film ‘dal vivo’ prodotto con la benedizione dello zio Walt che morì durante le riprese.

Quindici uomini sulla bara del morto

Un allenatore di atletica evoca per gioco lo spirito del perfido pirata Barbanera che, bisognoso di compiere buone azioni per uscire dal limbo in cui è confinato da duecento anni, aiuterà lui e una giovane insegnante a sconfiggere una banda di gangster che si vuole impossessare della locanda in bancarotta delle vecchiette pronipoti del pirata stesso… [sinossi]
È giunto il momento di andare a lottar,
noi nulla temiamo, siam figli del mar!
Mostriamo al nemico che liberi siam,
al par delle onde su cui navighiam!
Temerario è colui che a noi si opporrà,
siam pronti alla rissa, forza dai issa!
E un alba di gloria per noi sorgerà!
Brano cantato ne Il fantasma del pirata Barbanera.

Il fantasma del pirata Barbanera uscì nelle sale statunitensi i primi giorni di febbraio del 1968; Walt Disney era morto da più di un anno, il 15 dicembre del 1966, lasciando le lacrime degli appassionati di tutto il mondo e un impero fiorente, economicamente solido, come dimostravano anche i parchi a tema che portavano impresso il marchio della Casa del Topo. Oltre ai classici d’animazione – Il libro della giungla, uscito nell’autunno del 1967, è l’ultimo a cui lavora direttamente Disney, ma fino al 1977, e alla produzione de Le avventure di Bianca e Bernie, si continueranno a portare a termine lavori già messi in cantiere dal fondatore – grande spazio hanno le realizzazioni di film “dal vivo”, con attori in carne e ossa. L’ultimo film live action a uscire con Disney ancora in vita è I ragazzi di Camp Siddons di Norman Tokar, con un Kurt Russell quindicenne. All’inizio del 1966 era però uscito un altro film, sempre per la regia di Tokar, che aveva ottenuto un notevole successo: 4 bassotti per 1 danese doveva il suo risultato al botteghino senza dubbio alla presenza in scena di un nugolo di animali, ma anche all’alchimia in scena tra i due protagonisti umani, Dean Jones e Suzanne Pleshette, entrambi esordienti o quasi in produzioni Disney (Jones aveva brillato nel successo del 1965 F.B.I. Operazione gatto), e destinati a segnare con forza il futuro delle stesse. Nove saranno i lungometraggi Disney con Jones, quattro quelli con Pleshette, di cui tre in coppia con l’attore nativo di Decatur, Alabama. Fu un’idea di Disney in persona quella di rimettere insieme i due per Il fantasma del pirata Barbanera, e in più di un’occasione la Pleshette ricordò l’arrivo sul set di un Disney oramai malato in modo irreversibile: anche per questo, al di là di tutto, il film rappresenta un punto fondamentale per chiunque si interessi alla storia di una delle major più potenti di sempre – come dimostra anche il recente acquisto della 21st Century Fox per oltre 50 miliardi di dollari.

Sarebbe però ingiusto, e assai riduttivo, costringere Il fantasma del pirata Barbanera nel ruolo scomodo di lapide commemorativa di uno dei più grandi geni della storia del cinema. Basta anche solo l’incipit del film, con il riassunto dell’epoca gloriosa e terribile della pirateria e quelle onde che si infrangono sugli scogli, per immergersi in un’alba livida e piena di brume, ma che lascia già intravedere un solo lucente. Uno stile che ben si addice a Robert Stevenson, che prima di diventare regista tra i migliori dell’intera scuderia Disney (i titoli più significativi? Zanna Gialla, Darby O’Gill e il re dei folletti, Un professore fra le nuvole, Mary Poppins, F.B.I. Operazione gatto, Un maggiolino tutto matto, Pomi d’ottone e manici di scopa, L’isola sul tetto del mondo, Quello strano cane… di papà) aveva diretto il livido noir politico anticomunista Lo schiavo della violenza, il poliziesco Disonorata e soprattutto l’algida versione di Jane Eyre racchiusa ne La porta proibita, con Orson Welles e Joan Fontaine come protagonisti.
È in effetti un gran film di regia, Il fantasma del pirata Barbanera, che gioca tutte le sue carte su un mélange piuttosto ardito – e spesso troppo poco considerato – che unisce il fantasy alla commedia, il film sportivo al gangster-movie, con tanto di parte in costume seicentesco. Insomma, un melting pot culturale che negli anni della contestazione serve anche a elaborare due concetti: l’America è dei giovani, perfino quegli improbabili atleti che rappresentano il liceo di Godolphin, fantomatica cittadina sulla costa del North Carolina, oppure deve ancorarsi alla memoria di un passato non proprio edificante ma preferibile sia alla classe media che domina l’educazione (l’allenatore della squadra di football, rivale di Dean Jones anche in amore, ma senza speranza) sia ai piccoli-imprenditori grandi-mafiosi.

È un’educazione quella a cui va incontro l’allenatore di atletica, educazione alla vita ed educazione sentimentale: che questo avvenga attraverso le armi del sovrannaturale – è lui l’unico a “vedere” il pirata Barbanera, che ha evocato con la seguente formula magica: “cri cru vergo ghiebba altu cri” – è solo la firma della Disney. Così come Steve Walker cerca di insegnare un’etica ai suoi ragazzi, che vinceranno però solo grazie all’aiuto dal limbo di Barbanera, così il pirata tenta di restituire all’allenatore quell’ordine del disordine in cui visse, prosperò e morì lui stesso, tradito da una delle tante mogli, forse la più amata. Una delle mogli a cui aveva riservato lo stesso trattamento di tutte le altre, tra una passeggiata sulla tavola per far divertire i suoi uomini e chissà quanti tradimenti. Anche Stevenson sembra guardare sempre a un cinema oramai evanescente, evaporato dagli schemi produttivi hollywoodiani. Affida a uno straordinario Peter Ustinov uno dei ruoli della vita (sì, anche per un attore fresco di due Oscar vinti in quattro anni, per Spartacus di Stanley Kubrick e Topkapi di Jules Dassin) e dedica un tenerissimo omaggio a tre eroine dello spettacolo statunitense del tempo che fu. Tra le “figlie dei bucanieri”, le proprietarie a rischio sfratto della locanda attorno alla quale ruota gran parte del film, si possono infatti ammirare Elsie Baker, Betty Bronson e soprattutto Elsa Lanchester, colei che fu la moglie di Frankenstein e che proprio in quegli anni si legò con un contratto alla Disney. Moglie di Charles Laughton, in quello che si vociferò essere un “matrimonio bianco”, la Lanchester lascerà il cinema nel 1980 con il rocambolesco e un po’ demente Die Laughing di Jeff Werner; vederla, altera e pronta alla commozione, nel finale de Il fantasma del pirata Barbanera vale da solo la visione del film, avventura tra mystery e noir che spiazza, diverte e, perché no, avvince alla sedia.

Info
Il trailer originale de Il fantasma del pirata Barbanera.
Il fantasma del pirata Barbanera, una clip.
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