Uomini di domenica

Uomini di domenica

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Pensavate fosse impossibile trovare un film sul quale avessero lavorato insieme Billy Wilder, Fred Zinnemann, Robert e Curt Siodmak, Edgar G. Ulmer? Si vede che non avete mai avuto l’occasione di vedere Uomini di domenica, tra le opere fondamentali del cinema della Repubblica di Weimar.

La domenica della brava gente

Girato con stile semi-documentaristico, il film segue un gruppo di giovani berlinesi, tra cui un tassista, una commessa in un negozio di dischi, un rappresentante di vini, una comparsa nel cinema e un’indossatrice, che trascorrono la domenica a Wannsee, un’occasione per dimenticare i malesseri quotidiani e le seccature lavorative… [sinossi]

Uomini di domenica è un film di quelli che sembra impossibile che esistano. Il film è montato da Robert Siodmak, che lo dirige insieme a Edgar G. Ulmer; il soggetto da cui si sviluppa il progetto lo ha scritto il fratello di Siodmak, Curt, e la sceneggiatura è firmata da Billy Wilder; uno dei due operatori alla camera è Fred Zinnemann. Stropicciatevi pure gli occhi, se lo credete necessario, ma è tutto vero. Nella Germania che viveva gli ultimi anni della Repubblica di Weimar prima della salita al potere di Adolf Hitler e della Gleichschaltung, la “messa in riga” della Costituzione repubblicana, un gruppo di cineasti che avrebbe dominato di lì a un paio di decenni la scena hollywoodiana lavorò insieme per portare a termine un film, un’operazione fieramente indipendente, un lungometraggio che nulla o quasi avesse a che spartire con ciò che l’industria di Berlino proponeva agli spettatori. La prima considerazione che viene naturale fare osservando con ammirazione lo splendore impossibile all’invecchiamento di Uomini di domenica riguarda una generazione mandata al macello o nei casi più fortunati, come quelli sopracitati, destinata all’esilio, alla fuga verso terre meno liberticide. Dei cinque giganti che diedero vita a un piccolo miracolo cinematografico nel 1930 nessuno morì nella terra in cui era nato: Curt Siodmak, Wilder e Ulmer morirono in California, Zinnemann a Londra e Robert Siodmak a Locarno, in Svizzera. Espatriati per necessità, non ebbero modo (e voglia) di reinserirsi nel tessuto sociale germanico, a eccezione di Robert Siodmak che tornò a lavorare in patria dopo alcuni dissidi con la Warner Bros. durante la lavorazione de Il corsaro dell’isola verde, nel 1952.

Anche alcuni degli attori, quasi tutti non professionisti, che lavorarono a Uomini di domenica fuggirono all’estero in seguito alla presa del potere da parte del nazionalsocialismo, come nel caso di Christina Ehlers e Valeska Gert (che interpreta se stessa e a New York aprì un cabaret di un certo successo, e per la quale lavorò per un breve periodo un allora sconosciuto Tennessee Williams). Kurt Gerron, che era una stella di prima grandezza del firmamento dell’UFA e che qui si presta a recitare in un piccolo ruolo nella parte di se stesso, venne internato ad Auschwitz, e ucciso nel novembre del 1944. Un’altra vittima del nazismo fu il produttore Moriz Seeler, di cui si persero le tracce dopo la deportazione nel ghetto di Riga. Nella sua bucolica rappresentazione di una quotidianità moderna e civile, Uomini di domenica assume i contorni fiabeschi di un ritorno alla pace impossibile, un luogo mai davvero esistito – così come tutto il cinema – che sa riprodurre la vita ed estrapolarla dal tempo. Nei primi piani della Gert, della Ehlers, del tassista Erwin Splettstößer (morte assurda la sua, schiacciato nel 1931, a pochi mesi dall’uscita del film, dal suo stesso taxi a causa della rottura del freno a mano), c’è l’incanto di un istante che non potrà mai più essere replicato, perché la Germania che stava cercando di gettarsi alle spalle il trauma della sconfitta nel conflitto bellico costruendo dal nulla una pur vacillante socialdemocrazia dopo il 1933 non esisterà più, e non sarà più possibile ricostruirla.
Uomini di domenica (ma il titolo italiano è un po’ fuorviante, visto che sia l’originale Menschen am Sonntag che l’inglese People on Sunday, fanno riferimento a un generico gente, senza alcuna volontà di sottolineare il gender: dopotutto è un film in cui le due protagoniste femminili hanno un ruolo preponderante e cruciale all’interno della narrazione) è un “film senza attori”, come si premura di specificare un cartello dopo il titolo. Anzi, i non-attori che vi hanno preso parte sono già tornati al loro vero lavoro, che è quello di cui parlano anche nel film, al momento dell’uscita nelle sale tedesche. Potrebbe sorprendere pensare a Uomini di domenica come a un grande successo commerciale, ma la realtà racconta di file lunghissime fuori dalle sale che lo proiettavano. I tedeschi avevano voglia di verità? Può essere. Ma è più probabile pensare che si sentisse la necessità di ritrovare un punto di contatto umano tra spettatore e spettacolo. La tonitruante macchina produttiva industriale aveva staccato, seppur con risultati sublimi, il filo diretto tra il pubblico e ciò che prendeva corpo sullo schermo: vedere quella Berlino così “normale”, quegli attori dai fisici per niente perfetti, quelle situazioni ai limiti del banale – il film non fa altro che raccontare una domenica come tante altre, d’estate, con flirt più o meno a lieto fine e la sola voglia di staccare dal tran-tran giornaliero e lavorativo –, non può non aver colpito in profondità l’immaginario di un popolo che pagava le colpe di una sconfitta bellica della quale si era addossato l’intera responsabilità.

A quasi novant’anni di distanza dalla sua realizzazione, Uomini di domenica sembra un magico interludio tra le trincee nelle quali si scannavano gli eserciti d’Europa e l’ascesa del nazismo. Un canto popolare pre-zavattiniano, punto d’unione tra le future pulsioni neorealiste e una passione per l’intreccio narrativo che già fa intravedere alcuni dei temi portanti della carriera hollywoodiana di Wilder. Berlino è città aperta, condivisa e vissuta, moderna metropoli che respira insieme alla sua classe lavoratrice, che può permettersi di sognare e di liberarsi solo la domenica, unico giorno in cui il giogo del salario non fa sentire la sua stretta mortale. Tra gelosie femminili e meschinità maschili il film procede con un ritmo folle, classico senza aver dimenticato l’esempio delle avanguardie, naturalista ed espressivo allo stesso tempo. Ne viene fuori un’opera irreplicabile, e irreplicata non solo per le angherie e le vessazioni di un tempo tragico. Un’elegia, una sinfonia metropolitana che neutralizza i miasmi a colpi di luce estiva. Beato chi può immergersi in questo capolavoro fuori dal tempo, e distendersi al bordo di un’acqua mai così riposante. Che la guerra incalza, e incalza, e incalza…

Info
Uomini di domenica su Youtube.
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