Charlotte et Véronique

Charlotte et Véronique

di

Charlotte et Véronique, noto anche con il titolo (in realtà un sottotitolo) Tous les garçons s’appellent Patrick, è il terzo cortometraggio diretto da Jean-Luc Godard, stavolta su sceneggiatura di Eric Rohmer; uno schizzo di vita parigina rohmeriano nella progressione narrativa ma già perfettamente aderente al suo regista sotto il profilo della forma.

Galeotto fu le jardin du Luxembourg

Un giovane di bell’aspetto avvicina una dopo l’altra nei giardini del Luxemburg due studentesse, Charlotte e Véronique, che condividono un appartamentino a Parigi. Entrambe accettano di rivederlo nei giorni seguenti, e la sera a casa si raccontano con piacere l’esperienza e si stupiscono che entrambi i giovanotti incontrati si chiamino Patrick. [sinossi]

Charlotte et Véronique, noto anche come Tous les garçons s’appellent Patrick – molte fonti in realtà riportano il cortometraggio con questo nome, che è in realtà soltanto un sottotitolo, anticipato infatti anche sullo schermo da un letterario ou – ha compiuto nel 2017 sessant’anni, ma sembra provenire da molto più lontano, da un’epoca perduta nelle brume del tempo nella quale un gruppo di critici cinematografici, senza una preparazione tecnica alle spalle, si imbarcava nell’industria francese e film dopo film, anno dopo anno, finiva letteralmente per cannibalizzarla riscrivendo non solo la storia del cinema francese ma il senso stesso del moderno nella Settima Arte. Altri tempi, per l’appunto, che in molti – troppi – con ogni probabilità vorrebbero relegati nei libri di storia. Perché l’esempio di quella che poi venne comunemente chiamata nouvelle vague, e che si fece megafono di un’intera generazione di cineasti in giro per il mondo stanca della reiterazione priva di spirito e volontà del medesimo schema produttivo, ha ancora i suoi spigoli, per niente smussati nel corso dei decenni. Una generazione relegata in un ideale museo con la speranza che non si ricordasse di essere viva, ma che ha continuato a straripare sugli schermi con la sua forza annichilente (gli esempi? Partite dagli ultimi sublimi Rohmer, Rivette e Resnais, Gli amori di Astrea e Celadon, Aimer, boire et chanter e 36 vues du Pic Saint-Loup).

Addio al linguaggio, questo ha sentenziato Jean-Luc Godard tre anni e mezzo fa. Addio al linguaggio, ultima vestigia di un Novecento che sarà anche stato il secolo breve ma ha saputo condensare al proprio interno un nugolo di riflessioni, di cambi di prospettiva, di analisi. Addio al linguaggio, quel linguaggio che è sempre più gioco di parole nel cinema di Godard ma che con le parole giocava anche sessant’anni fa, nei pressi del jardin du Luxembourg, in una Parigi borghese come non mai che ancora non profumava del maggio rovente o forse sì, ma che era già l’habitat naturale di un microcosmo (post) universitario colto ma alla ricerca di piaceri puramente terreni, senza troppi alambicchi. Charlotte et Véronique è uno split screen ideale cui fa seguito un controcampo in piano medio. Lo split screen vede insieme le due ragazze del titolo, che scherzano, giocano, hanno appeso alle pareti delle loro stanze i poster dei divi del cinema e dei film che prediligono. Il controcampo è ovviamente Patrick, che è un ragazzo uno e bino, e nella sequenza/scherzo finale perfino trino: tutti i ragazzi, lo dice il titolo, si chiamano Patrick.

Girato in tre giorni da Godard che aveva già le idee abbastanza chiare su ciò che non voleva fare nel mettere in scena un film – anche se manca ancora la radicalità che traumatizzerà il mondo con Fino all’ultimo respiro –, e sceneggiato da Eric Rohmer, Charlotte et Véronique appare come un miracoloso connubio tra due menti geniali. Lo sviluppo narrativo e la pur abbozzata psicologia dei personaggi in scena si rifà in tutto e per tutto all’etica e alla morale rohmeriana, così come la danza a tre che i protagonisti inconsapevolmente iniziano, ma le scelte dei campi di ripresa, l’utilizzo scomposto del montaggio e dell’equilibrio dell’inquadratura, la ridefinizione del tempo e del suo senso all’interno di un film mostrano già l’impronta di Godard. Charlotte e Véronique, pur senza alcun rigore filologico, rappresenteranno le prime icone della nouvelle vague, e i personaggi verranno riutilizzati – in modo completamente libero – sia da Rohmer che da Godard. La storia vera, quella fuori dallo schermo e dal bianco e nero, racconta di come nel 1967, a dieci anni di distanza da questo piccolo e delizioso cortometraggio, Nicole Berger (che nel film è Véronique) perì in un drammatico incidente automobilistico dalle parti di Duranville, in Normandia. Aveva trentaquattro anni e a bordo con lei c’era la sua compagna, la cantante Dany Dauberson, che rimase ferita e che da allora, in pratica, smise di cantare. In quello schianto contro un albero si infranse anche quel piccolo schizzo metropolitano, vagito di una rivoluzione incompiuta. Come tutte le rivoluzioni, forse.

Info
Charlotte et Véronique su Youtube.
  • charlotte-et-veronique-tous-les-garcons-sappellent-patrick-1957-jean-luc-godard-eric-rohmer-01.jpg
  • charlotte-et-veronique-tous-les-garcons-sappellent-patrick-1957-jean-luc-godard-eric-rohmer-02.jpg
  • charlotte-et-veronique-tous-les-garcons-sappellent-patrick-1957-jean-luc-godard-eric-rohmer-03.jpg
  • charlotte-et-veronique-tous-les-garcons-sappellent-patrick-1957-jean-luc-godard-eric-rohmer-04.jpg

Articoli correlati

  • AltreVisioni

    Film Socialisme RecensioneFilm Socialisme

    di Una sinfonia in tre atti a partire dal Mediterraneo e da una nave di crociera, dove si incrociano conversazioni, citazioni, lingue e formati video differenti: Film Socialisme di Jean-Luc Godard, presentato in Un certain regard alla 63esima edizione del Festival di Cannes.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento