L’attentato

L’attentato

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Cinema fieramente politico anni Settanta, diretto e popolare, fortemente radicato nel linguaggio di genere. L’attentato di Yves Boisset rievoca il caso di Mehdi Ben Barka, con un cast di prim’ordine in grande spolvero. In dvd per Mustang e CG.

Leader politico dell’opposizione di un non meglio precisato paese arabo e rappresentante del movimento terzomondista, Sadiel è esiliato a Ginevra, ma viene contattato da un vecchio amico di battaglie, il giornalista François Darien, per manovrare il suo rientro a Parigi in vista di un programma televisivo. Approdato nella capitale francese, Sadiel viene in realtà prelevato dalla polizia e condotto in una villa, dove si trova di fronte il suo maggiore avversario in patria, intenzionato a torturarlo per ricevere informazioni. Ravvedutosi davanti a cotanta violenza politica, Darien cerca di dare voce alla verità in una disperata battaglia contro il potere costituito… [sinossi]

Denuncia e spettacolo, memoria storica e grande narrazione cinematografica. Fare cinema e fare politica intesi come un’unità inscindibile, sotto un’infinità di forme diverse. Si poteva fare politica discutendo e ragionando sul linguaggio cinematografico (Godard), oppure utilizzando appieno le potenzialità del linguaggio consolidato, tramite una conclamata e diretta iniezione di polemica socio-politica nelle strutture collaudate dello spettacolo. L’attentato (1972) di Yves Boisset appartiene a questo secondo versante, al quale per grande approssimazione in mezzo a diversificate personalità espressive possiamo associare figure (le prime che vengono in mente) come Elio Petri, Costa-Gavras, Damiano Damiani. A vario titolo, si tratta di figure autoriali che si confrontano col linguaggio popolare del cinema per darne una nuova veste e lettura, sotto l’egida della distorsione del segno o, al contrario, della piena valorizzazione delle risorse spettacolari tramite un serrato confronto con il cinema di genere.
Apparentarsi con la seria professionalità del grande spettacolo non metteva comunque al riparo da grane e rischi: L’attentato di Yves Boisset dovette incontrare infatti non poche difficoltà per vedere la luce, scontrandosi con censura e ostruzionismo. Restava comunque la solida difesa di un sistema-cinema che si faceva forte di star, autori e industria per preservarsi dagli attacchi di chi voleva mettere a tacere voci scomode.
A scorrere il cast d’attori di L’attentato si resta impressionati dal desiderio comune di sì tanti volti noti nell’aderire a un progetto di cinema scomodo e arrembante, per nulla spaventato dal porsi come vero attore sociale nel quadro culturale del tempo. Jean-Louis Trintignant, Gian Maria Volonté, Michel Piccoli, Jean Seberg, Philippe Noiret, Roy Scheider, François Périer, Michel Bouquet, Bruno Cremer… Tutti insieme per rievocare, tramite un meccanismo consueto nel cinema politico del tempo, una vicenda reale velatamente dissimulata sotto nomi inventati.

L’attentato si colloca così in un territorio ambivalente di film-denuncia (la vicenda riecheggiata era avvenuta pochi anni prima) e film-tesi (una proposta autoriale di svelamento di verità per una vicenda misteriosa che fin da subito aveva lasciato presupporre le letture di Boisset). Nel 1965 era avvenuta infatti l’oscurissima scomparsa a Parigi di Mehdi Ben Barka, leader marocchino dell’opposizione nel suo paese e, più in generale, rappresentante del movimento terzomondista. Nelle indagini successive alla scomparsa, praticamente mai concluse in via definitiva, si delineò un inquietante scenario di interessi incrociati tra governo marocchino, servizi segreti di varie nazionalità e, risvolto più scottante in terra francese, la probabile copertura di strutture istituzionali transalpine, deviate o meno.
Yves Boisset chiama a raccolta uno stuolo di attori di prim’ordine per gridare a chiare lettere il proprio atto d’accusa, affidandosi in sede di sceneggiatura all’italiano Basilio Franchina e a Ben Barzman, a suo tempo inserito nelle liste nere di epoca maccartista, con adattamento e dialoghi di Jorge Semprùn, già collaboratore di Costa-Gavras per Z – L’orgia del potere (1969) e La confessione (1970). Per giungere al proprio scopo di polemica socio-politica, Boisset aderisce ampiamente alle regole più consolidate del cinema, non disdegnando nemmeno le seduzioni del romanzato.
S’inventa infatti di sana pianta il vero protagonista, incarnato da Jean-Louis Trintignant, di nuovo alle prese, dopo Il conformista (1970) di Bernardo Bertolucci, con un personaggio ambiguo e scivoloso, un “traditore di tutti” che va incontro a un esemplare scatto d’orgoglio e amor proprio di fronte all’esplosione di un’inaudita e inaccettabile violenza politica. È tramite il suo personaggio, il giornalista François Darien con un passato di contestatore, che Boisset innesca sagacemente l’azione e l’intrigo spettatoriale.

Se la prima parte del film è tutta ben calibrata sul complotto che a poco a poco avvolge nelle sue spire il leader d’opposizione, esiliato a Ginevra, di un non meglio precisato paese arabo (un sempre ottimo Gian Maria Volonté), successivamente nella battaglia per la verità promossa dal personaggio di Darien L’attentato mostra le sue pagine migliori, nell’ordine di un’opprimente caccia all’uomo scandita su alcune splendide sequenze d’azione. Azione qui intesa nel suo senso più originariamente cinematografico: lontano dall’epoca dei dominanti effetti speciali, Boisset confeziona sequenze di puro inseguimento in cui l’unico strumento per mettersi in salvo è correre più veloce di chi insegue. Boisset mostra grande gusto nella scelta funzionale delle location, mentre sulla smorfia d’angoscia di Trintignant in mezzo alla strada risiede lo strumento di maggiore immedesimazione per chi vede, catapultato in un universo dove è impossibile trovare rifugio in nessuna istituzione, e in nessun luogo. Ovunque arriva un potere più forte e tentacolare, e qualsiasi figura, anche la più rassicurante, può tramutarsi in carnefice nel volgere di due inquadrature.
A differenza delle distorsioni petriane, Boisset ricorre alle sicurezze del cinema di genere, con sfruttamento fortemente espressivo dei luoghi reali di ripresa. Un appuntamento a due passi dall’Arco di Trionfo, un dialogo serrato in un’affollata metropolitana, una bidonville di periferia, una stazioncina ferroviaria: collocato nell’atmosfera di un realistico incubo diurno, L’attentato si pone a un crocevia espressivo tra polar francese e poliziesco all’italiana (eccellente e funzionale il commento musicale di Ennio Morricone), riletti alla luce del pieno e dichiarato impegno politico.

Certo, con il consueto furore del cinema impegnato anni Settanta, spesso rasente e oltre il rozzo didascalismo, L’attentato spara a zero contro tutto e tutti, coinvolgendo nello stesso calderone complottistico istituzioni, industria, poteri deviati e mass-media. In tal senso è interessante anzi una significativa modifica alla vicenda reale di Mehdi Ben Barka. Il leader marocchino sparì infatti a Parigi dove era riapprodato per discutere col cineasta Georges Franju (memorabile, tra gli altri, il suo Occhi senza volto, 1960) riguardo a un film da realizzare sul tema della decolonizzazione.
In L’attentato il pretesto, costruito ad arte, per riportare il leader in Francia è invece la sua partecipazione a un programma televisivo sullo stesso tema, e uno dei personaggi più laidi è per l’appunto un cronista-tv, incarnato da Philippe Noiret, con una doppia identità di collaboratore per i servizi segreti. Nell’attacco a testa bassa contro ogni forma di istituzione Boisset non risparmia insomma di inserire tra i poteri forti anche il nascente monstrum catodico, già identificato come fiancheggiatore strumentale dell’ordine costituito, specialmente nelle sue forme giornalistiche (nel finale, sarà proprio Noiret, mescolato col potere più oscuro, a porre strumentalmente la domanda più scomoda durante una conferenza stampa).
Più in generale, scorre tra vari personaggi un passato comune a suo modo glorioso, tra chi fu contestatore e chi partecipante alla liberazione del paese dal nazismo, che si è tramutato in un presente sozzo e plumbeo, del tutto votato alla conservazione dello status quo, nazionale o individuale, anche tramite gli strumenti della delazione e della violenza politica.

Se trasversalmente la condanna del film si abbatte a largo raggio nell’ordine di una denuncia unilaterale, tra le varie figure umane evocate si percepisce insomma un grigio reducismo, con alle spalle un cumulo di macerie di ideali e aspettative, in tutto tradite in nome di nuovi fascismi (del resto, pure il leader di Volonté, che rimane ovviamente la figura migliore, ammette la necessità di una pur minima forma di compromesso per mettere in atto veri cambiamenti). In questo, L’attentato riesce a rendere appassionanti anche i suoi personaggi, sorretti da una spiccata raffinatezza di dialoghi e profili psicologici, mai schiacciati nella figurina bidimensionale in funzione del messaggio polemico. Certo, per i puristi del cinema-verità e delle sue funzioni di denuncia questo cinema altamente spettacolare e professionale può tramutarsi a sua volta in una forma di tradimento. Nel realizzare il suo film Boisset incontrò molte difficoltà, ma L’attentato non discute minimamente il linguaggio e mescola disinvoltamente ricostruzione storica, ipotesi autoriale e puro senso dello spettacolo.
È il senso dello spettacolo, in questa triade, a profilarsi come “peccato istituzionale”, il piegarsi insomma a un gusto di massa che per un film anti-sistema dovrebbe essere invece il primo nemico. Ma lo scopo di Boisset (come lo fu del resto anche di Damiani) è sensibilizzare ad ampia portata, utilizzare il linguaggio consolidato nella ricezione popolare per veicolare messaggi. In questa direzione si può comprendere anche la scaltra disinvoltura nei confronti degli strumenti del romanzato. Fermo restando che L’attentato evoca vicende sulle quali non vi era chiarezza, e che in qualche modo le falle di verità dovevano essere colmate tramite la narrazione filmica, non si può comunque negare che il tentativo di riscatto dell’antieroe, identificato nel fittizio protagonista Darien, appartenga a solide e collaudate strutture narrative. Così, come si è visto, non è affatto casuale l’inserzione del ruolo televisivo nella vicenda. Si tratta di interventi espressivi mirati a un preciso scopo: spingere l’immedesimazione spettatoriale verso il senso d’angoscia provato da una mosca presa in mezzo alla ragnatela (Darien), e più in generale sfruttare lo sfondo di una vicenda reale per costruire una propria riflessione autoriale sulle mostruosità del Potere. Condivisibile o meno, tacciabile di eccessi pessimistici o meno. In ogni caso, non finiremo mai di dirlo, di un cinema così fieramente proiettato in un proprio ruolo di attore socio-politico senza disdegnare l’ampio contatto con il pubblico, da decenni si sente un’enorme mancanza.

Extra
“Quando si sognava che il cinema potesse cambiare il mondo” – introduzione al film di Gianni Canova.
Info
La pagina dedicata al DVD di L’attentato sul sito di CG Entertainment.
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