Per amare Ofelia

Per amare Ofelia

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Esordio d’attore al cinema per Renato Pozzetto, Per amare Ofelia di Flavio Mogherini è un curioso oggetto d’epoca che mescola nobili ascendenze nel cinema italiano, nuove forme di comicità e temi audaci. Con Giovanna Ralli e Françoise Fabian. In dvd per Mustang e CG.

Il trentenne Orlando Aliberti appartiene a una ricca famiglia di industriali e dirige una propria agenzia pubblicitaria. Vive in un totale stato di simbiosi con la madre Federica, giovane e piacente vedova che ancora fa fatica a separarsi dal culto del marito defunto. Sorta di adolescente intrappolato nel corpo di un adulto, Orlando è prigioniero di un totalizzante complesso edipico che gli impedisce qualsiasi approccio con le donne. Per caso incontra la prostituta Ofelia, proletaria romana che vede in lui una possibilità di “buona sistemazione”. Tuttavia, il blocco psico-sessuale di Orlando sarà difficile da abbattere… [sinossi]

Renato Pozzetto arrivò al cinema nel 1974 tramite un film, Per amare Ofelia, che solo in parte pare adeguato a trasformarsi in veicolo della sua comicità surreale. O meglio, forse è anche grazie a quella comicità che il film riesce a rendere recepibile un tema sì tanto scabroso, ma la caratterizzazione del protagonista, Orlando Aliberti, spesso va per conto proprio, legandosi solo occasionalmente alle esigenze del racconto. Tutto sommato, la fisicità e ingenuità di Pozzetto sembrano profilarsi come buoni contenitori di una figura infantile in corpo di adulto, caratteristica che ritornerà più volte nel prosieguo della carriera cinematografica dell’attore (basti pensare, come massima sovrapposizione tra adulto e bambino, al proverbiale Da grande, 1987, Franco Amurri), e l’intento è quello di inserire il Pozzetto attore in un contesto leggero e gradevole ma senza il rifiuto di aperture occasionali in chiave drammatica, ciò che successivamente accadrà sempre più raramente nella sua carriera.
In tal senso Per amare Ofelia assume le vesti di un frullato di istanze, non tutte ben controllate nei loro rapporti, che danno vita a un film interessante per la sua bizzarra natura composita, ma sostanzialmente confuso e superficiale. Ingenuità e leggerezze, al fianco di letture superate dal tempo e oggi decisamente poco accettabili.

Vi è un primario braccio narrativo che separa il racconto in due versanti ben distinti, volutamente contrapposti uno all’altro: l’alta borghesia industriale, inquadrata nella sua apertura a nuove realtà produttive (il mondo della pubblicità), che nella sua esclusività sociale pare nascondere anche il terreno migliore per il germogliare di un’egotistica dimensione erotica, e il sottoproletariato romano, qui identificato nel sano e sboccato erotismo della prostituzione, con annessi papponi che sbarcano il lunario come comparse a Cinecittà. Una doppia natura narrativa forse più riuscita nell’intaglio dei bozzetti sociali tra la “povera gente” che nelle lussuose toilettes e residenze dei benestanti.
Su tale duplicità si regge l’impalcatura principale del racconto, ma sempre su un piano superficiale, che sembra rimandare a un’assodata tradizione cinematografica italiana più che a una personale ispirazione. Nella Roma proletaria della prostituta Ofelia riverberano nobili ascendenti di casa nostra, dal Fellini di Le notti di Cabiria (1957) a tanta commedia di neorealismo rosa: in più di un momento Fellini è apertamente evocato, anche con benevola ironia, a cominciare dal riutilizzo di vecchie scenografie di Cinecittà costruite per Amarcord (1973), dalla speranza di redenzione riposta nel contatto con la Fede (Cabiria e il Santuario del Divino Amore: Ofelia e il consulto con la monaca che ha visto la Madonna) fino a una delle migliori battute del film. “Me perdo il lavoro. Peccato. Quattro notti de lavoro, che poi capirai, co’Ffederico diventano quattordici…” dice Spartaco, protettore di Ofelia e figurante di cinema.
Proprio qui, nell’attore che dà volto a Spartaco, si rintraccia una prova in carne e ossa dell’ascendenza alla commedia proletaria di casa nostra: è infatti Maurizio Arena, precocemente invecchiato e doppiato da Ferruccio Amendola, a vestire i buffi panni del lenone. Nella sua fisicità rapidamente mutata, che lo porterà a morte prematura pochi anni dopo per malattia, vi si può leggere il rapido decadere di un’ingenuità socio-cinematografica che già a metà anni Settanta assume i tratti di sopravvivenza culturale a un mondo schiacciato dalla nascente omologazione.

I “poveri ma belli” non sono più ingenui ed entusiasti, ma sopravvivono a se stessi rincorrendo modelli di benessere calati dall’alto (Ofelia, più che innamorata di Orlando, è conquistata dal miraggio della “sistemazione” con un uomo ricco) che trovano la propria espressione anche nel fascino di ridicoli e fastosi abbigliamenti. Certo, così ragionando sfondiamo apertamente nella speculazione e ci allontaniamo dal film in sé. Nelle intenzioni di Flavio Mogherini, giunto alla sua opera seconda dopo una lunga carriera come scenografo e costumista, è rintracciabile forse solo il gustoso bozzetto di una Roma marginale. Ma in diacronia l’utilizzo di Maurizio Arena sotto tali vesti evoca invece immediate riflessioni sulla strada percorsa dal cinema italiano e, all’esterno/interno di esso, dalla società di casa nostra. Negli anni Cinquanta la figura di Spartaco Cesaroni, ancorché protettore di prostitute, poteva essere accolta con un sorriso addirittura compiacente; nei Settanta è soltanto un povero cristo che si dibatte per sopravvivere.
A contraltare di tale panorama proletario si pone infatti la comicità di Renato Pozzetto, oggetto nuovo ed estraneo se calato nella decaduta ingenuità della Roma popolare. E in questo risiede forse il maggiore difetto, ma anche il coté più interessante, di Per amare Ofelia: la totale incomunicabilità tra due universi espressivi, che spesso riducono i dialoghi tra Orlando e Ofelia a uno scambio tra sordi. Renato Pozzetto sciorina un suo repertorio di assurdità spesso esilaranti, fondate sovente sul ritorno di leit-motiv del tutto immotivati (il tema dei parenti di Rovereto, “gente di un’ambizione smodata”, fa rotolare dal ridere), che spesso non hanno alcuna stringente necessità narrativa. Sull’altro fronte, l’Ofelia di Giovanna Ralli rispolvera la popolana di lunga tradizione, tutta centrata su una romanità divenuta pressoché linguaggio nazionale tramite il cinema. I due spesso non si capiscono, mentre più di una volta la sceneggiatura “cambia discorso” a metà di un dialogo per ovviare all’impasse di tale mancata intercomprensione.

A questa principale dicotomia si aggiungono numerose altre dissonanze, in un accumulo spesso alla rinfusa di temi “moderni” e ironie. Pure sullo sfondo di un’operina tutto sommato esile e superficiale, viene spesso da chiedersi durante la visione del film quali produttori italiani avrebbero oggigiorno il coraggio di finanziare una commedia che con tanta disinvoltura tratta di complesso edipico e incesto affidandola al lancio cinematografico di un comico già allora piuttosto popolare. Per amare Ofelia affronta un tema così indicibile con una libertà che spesso lascia frastornati, sempre sul crinale del dubbio tra ingenua spontaneità, spregiudicatezza e inaccettabile superficialità. Mogherini lascia poco all’intuito, dando piena parola e visibilità a fantasmi incestuosi senza arretrare neanche davanti al rischio della sgradevolezza. L’introduzione al rapporto tra Orlando e la fascinosa madre Federica è tutta affidata a un’espressione da puro romance, con annesso commento musicale quasi da fotoromanzo di lusso. E l’attrazione del trentenne Orlando per il corpo della madre è del tutto esplicita e mostrata, senza giri di parole o allusioni.
Eppure Per amare Ofelia non è mai sgradevole, poiché tale materia, assai corposa sulla carta, è veicolata dalla figura di Renato Pozzetto, capace di traslare nel surreale una premessa narrativa che altrove ha costituito il fondamento di ampi trattamenti tragici. Anzi, anche nella sua piena carnalità il film rimane dominato da un bell’accento di levità e tenerezza. Certo, sul finale Mogherini e i suoi sceneggiatori se la cavano con un colpo di scena piazzato col chiaro intento di giustificare e ammorbidire tutto quel che fino a quel momento si è visto, ma resta comunque la piena mostrazione e traduzione in parola di fantasmi generalmente intraducibili. Oltre alla particolare comicità di Pozzetto, porta il suo contributo anche la rilettura di tale tema scottante effettuata da Ofelia e Spartaco: il blocco psico-sessuale di Orlando è tradotto in dialoghi semplici e terra-terra, che l’appartenenza proletaria dei due personaggi rende accettabili e veicolabili senza scosse per il grande pubblico (che per inciso all’epoca tributò al film un grande successo, magari anche grazie al suo lato scabrosetto).

Resta ben percepibile insomma la volontà di farsi beffe del dilagante psicologismo, prendendo un po’ in giro la psicanalisi e il suo nuovo Vangelo. Restano però ben evidenti anche i segni del tempo, varie ingenuità d’epoca che ad oggi risultano ridicole (più di una volta si rasenta un rozzo equivoco tra blocco sessuale e omosessualità). Più in generale, Per amare Ofelia soffre di mancanza d’identità e di profonda necessità espressiva. Non è una commedia da risate a scena aperta, tutt’al più suscita qualche gustoso risolino, fatte salve le trovate verbali di Pozzetto che però spesso risultano extradiegetiche. Non è un dramma: non ne ha la forza e tutto sommato nemmeno le intenzioni. Più di una volta Mogherini si lascia tentare anche dal gusto erotico italiano del tempo, e se pure il regista mostra un reiterato e interessante uso di panoramiche orizzontali “tra i veli” (frapporre tessuti, tendaggi o semplici séparés colorati tra la macchina da presa e i personaggi), più spesso si ricava l’impressione di un film girato per l’appunto da uno scenografo-costumista, interessato alla mostrazione di una facile eleganza profilmica che valorizzi la bellezza delle due protagoniste. Così come il montaggio appare decisamente affrettato, schizoide quanto l’insieme del racconto. In tutto questo resta però vivido e pulsante il bel ritratto di Ofelia, uno dei ruoli migliori per Giovanna Ralli. Che mentre cerca di capire con il sodale Spartaco che cos’è “er transfert”, rivitalizza con ottimi accenti un profilo umano ben riconoscibile nella nostra tradizione cinematografica.

Extra: trailer cinematografico.
Info
La scheda di Per amare Ofelia sul sito di CG Entertainment.
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