Il ragazzo invisibile – Seconda generazione

Il ragazzo invisibile – Seconda generazione

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Dopo l’esperimento super-eroistico del 2014, Salvatores tenta con Il ragazzo invisibile – Seconda generazione di espandere la storia del giovane Michele creandovi intorno una “mitologia”: ma il risultato è goffo, prevedibile e mancante di ironia.

Generazione (mancata) di fenomeni

Dopo aver scoperto di essere “speciale”, Michele si trova ad affrontare i problemi di crescita comuni a tutti gli adolescenti: la ragazza dei suoi sogni ama un altro, mentre il mondo adulto sembra sempre più lontano e ostile. La sua vita, tuttavia, subisce un’improvvisa scossa con l’irruzione di due donne, che ne complicheranno ulteriormente il rebus: una è una misteriosa ragazza di nome Natasha, l’altra è Yelena, che si presenta come sua madre naturale. [sinossi]

Sono passati tre anni da quando Gabriele Salvatores tentava la sua incursione (praticamente inedita, nella storia del cinema italiano) nel genere super-eroistico col suo Il ragazzo invisibile. Tre anni durante i quali è passata (cinematograficamente parlando) più acqua sotto i ponti di quanta il mero esame del calendario potrebbe far pensare: nel frattempo, abbiamo avuto l’inatteso hit de Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, originale e felice declinazione nostrana del genere, seguito a ruota da una rinnovata vitalità nel panorama del cinema di genere (nell’accezione più globale del termine) che, pur nelle sue criticità, ha dato tanto da pensare, e da scrivere, agli analisti del nostro cinema.
Tornare oggi a quel soggetto introdotto nel 2014, dovendosi confrontare con aspettative forzatamente superiori a quelle che accompagnarono il film originale, non era (va detto per onestà) compito facile per il regista napoletano. Eravamo, invero, scettici sulle potenzialità del film di Salvatores di originare un franchise sul modello di quelli statunitensi, che fosse in grado di fidelizzare il pubblico e (per usare le parole del produttore Nicola Giuliano, durante la conferenza stampa di presentazione di questo sequel) “creare immaginario”: una scommessa che invece il regista ha voluto tentare, incurante degli enormi rischi connessi.

Facciamo questa premessa perché la sostanziale non riuscita di questo Il ragazzo invisibile – Seconda generazione va letta, oltre che alla luce delle indubbie responsabilità del regista, anche di contingenze che rendevano particolarmente ardua l’operazione. Il pubblico italiano ha rapidamente dimenticato, di fatto, il prototipo del 2014, eleggendo altresì il film di Mainetti a termine di paragone per chiunque si volesse cimentare nel filone, una sorta di pietra miliare che andava a rileggere il genere da un’ottica personale e (cosa ben più importante) squisitamente locale.
Prendendosi molto (forse troppo) sul serio, Salvatores ha provato qui a fare tabula rasa di tutto ciò, puntando a perseguire un modello di film di genere che andasse a ricollegarsi direttamente agli esempi statunitensi (Marvel in primis): sfidandoli, nella sua ben più ridotta dimensione produttiva, sul loro stesso terreno. Un’operazione certo da non stigmatizzare in partenza, che ha mostrato se non altro il coraggio di perseguire una strada ben definita, ma che a distanza di tre anni partiva con l’inevitabile crisma della sconfitta. La mancanza di ironia e autoironia, ma soprattutto l’assenza di quel necessario “filtro” (presente in parte nel – pur non riuscitissimo – prototipo) che adattasse i topoi del genere alla realtà (innanzitutto sociale) italiana, ha inficiato pesantemente la riuscita del film.

Il ragazzo invisibile – Seconda generazione ha innanzitutto il limite di pagare troppo, in termini di struttura narrativa, di estetica, di respiro di trama, al modello dichiarato degli X-Men. Un modello che la sceneggiatura prova a innestare (tal quale) sulla realtà adolescenziale borghese tipica di tanta commedia italiana, creando un mix stridente e mal calibrato. Non ci sentiamo di sottoscrivere l’opinione di chi evidenzia una maggiore cupezza di questo secondo capitolo rispetto al prototipo, una sua supposta natura più complessa e adulta: questo sequel ci appare semmai inutilmente serioso, macchinoso e artificioso nei principali snodi narrativi, dalle ambizioni non calibrate al contesto in cui si muove. Il carattere lieve e per molti versi naïf del primo film, che gli conferiva, pur nei suoi limiti, una certa qual simpatia, viene qui annullato dalla scommessa (evidentemente superiore alle possibilità del film) di creare una mitologia, un coerente universo di riferimento, a cui manca tuttavia il respiro. Concluso il romanzo di formazione (sui generis) del giovane Michele, compiuta la presa di coscienza dei suoi poteri, il focus viene qui consapevolmente allargato: mentre la struttura diviene collettiva (con l’introduzione di un vero e proprio gruppo di nuovi personaggi) si punta a svelare contemporaneamente il background del giovane protagonista, cercando di sovrapporre all’esile intreccio di base un altrettanto debole, maldestro sottotesto melò e familiare.

Parte dei limiti del film sono da ascrivere alla non esaltante prova del giovane Ludovico Girardello, che qui affronta la maturazione del personaggio limitandosi a mostrare per (quasi) tutto il film un poco credibile broncio adolescenziale. Ma sarebbe ingeneroso, invero, addossare al protagonista le colpe di un fallimento che è innanzitutto di concept, derivante da premesse non adeguate all’effettivo respiro della storia: la struttura collettiva si va a infrangere su una serie di caratteri mal ricalcati sul modello dei mutanti di casa Fox/Marvel, mentre il tema della maternità e del conflitto generazionale (che si voleva cuore del film) viene qui appena, maldestramente, sfiorato.
La prevedibilità della vicenda, esplicitata in tre personaggi principali di cui si intuiscono, fin da subito, tratti ed evoluzione (nonché i supposti twist narrativi che li coinvolgono) raffredda rapidamente l’interesse; mentre sequenze come quella del sogno del protagonista (pur tecnicamente pregevole) danno il senso di un’ambizione decisamente poco commisurata alla qualità del materiale (soprattutto narrativo) a disposizione.

Restano, di questo Il ragazzo invisibile – Seconda generazione, un generale buon livello tecnico, una cura produttiva tuttavia non supportata da un “manico” narrativo adeguatamente in grado di giustificarla; persino in 96 minuti, in questo contesto, il film finisce per mostrare presto il fiato corto, fallendo innanzitutto nella sua dimensione di prodotto, a sé stante, di intrattenimento. E gli auspici per un ipotetico terzo capitolo, stavolta, finiscono per destare più sconforto che curiosità.

Info
Il trailer di Il ragazzo invisibile.
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