L’assoluto presente

L’assoluto presente

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Fabio Martina con L’assoluto presente racconta una Milano livida, dominata da colori freddi e un’umanità crudele, che nasconde la sua disperazione in un accumulo di violenza e gratuità; uno spaccato giovanile privo di speranza.

Un giorno in SUV

Milano, giorni nostri. Notte. Tre ragazzi, sui diciotto anni, a bordo di un Suv, percorrono le strade deserte del centro città. All’improvviso fermano l’autovettura in prossimità di un parco, scendono e aggrediscono un passante occasionale, lasciandolo steso sull’asfalto, in un lago di sangue e privo di conoscenza. I tre scappano via in preda all’euforia, e negli istanti successivi all’aggressione, non danno l’impressione di aver capito la gravità di ciò che hanno fatto. [sinossi]

I protagonisti del nuovo lungometraggio di Fabio Martina vivono “l’assoluto presente”, intelligente definizione rubata a Umberto Galimberti, ma si tratta in fin dei conti di una metafora che potrebbe rivolgersi direttamente al cinema italiano, e alla sua condizione di perenne asfissia. Come Cosimo, Riccardino e Giovanni, anche il cinema italiano sembra procedere alla giornata, magari in maniera meno sbandata e criminale ma con lo stesso istinto all’autodistruzione, all’inseguimento di un superfluo su cui si riversa un senso spropositato, del tutto fuori dalla logica. L’assoluto presente della produzione italiana è anche quello strano meccanismo – fin troppo razionale, e dominato da ferree logiche oligarchiche – che fa sì che solo a determinati registi o, ancor più grave, a determinate produzioni e distribuzioni sia concesso l’accesso dalla porta principale, con la partecipazione ai festival di maggior rilievo e una distribuzione capillare, certosina, in grado di raggiungere potenzialmente l’intero territorio nazionale. Una fortuna, per chi vi incappa. Una dannazione, per chi continua a muoversi ai margini senza poter mai forzare l’ingresso. Un discorso vecchio e trito, che si rinnova a sua volta in maniera stanca ma che è doveroso riportare alla ribalta; L’assoluto presente, che pure ha un ufficio stampa attento a seguirlo e cerca di dialogare con il sistema e la sua stratificata rete di sale, al momento è uscito solo ed esclusivamente a Milano, dove è stato accolto allo Spazio Oberdan in viale Vittorio Veneto, che lo ha tenuto in cartellone per l’intera durata del periodo natalizio. Un atto (ir)responsabile, un segno di distinzione rispetto alla prassi. Non l’unico – si pensi alle poche ma coraggiose sale che hanno rinunciato ai titoli più forti sul mercato per trascorrere le festività con Ado Arrieta e il suo Belle dormant, per esempio – ma senza dubbio uno dei più degni di nota.

Anche perché L’assoluto presente è un lavoro che non merita in nessun modo il silenzio mediatico e critico cui andrà con ogni probabilità incontro. Livido e severo sguardo su tre adolescenti, il film di Martina nasconde al proprio interno molto più di quanto potrebbe apparire a uno sguardo disattento: nel racconto della giornata balorda di tre amici (Cosimo festeggia gli anni, e il babbo gli ha regalato un SUV con cui può scorrazzare indisturbato per la città), che tra un vizio e una lite termina con il pestaggio a sangue freddo e immotivato di un giocoliere di strada, non c’è solo il discorso morale sulla degenerazione di un’Italia alto-borghese sempre più gelida, incurante dell’altro, nazista nel senso più concettuale del termine. Per quanto questo aspetto sia dominante, e tratteggiato con una certa cura da Martina, L’assoluto presente si muove seguendo, è nuovamente il caso di citarlo, l’esempio filosofico di Galimberti. Ecco dunque i derivati della fenomenologia di Husserl che cercano di trovare il punto di connessione tra questi tre corpi giovani e troppo (in)sicuri di loro stessi e il mondo che li circonda; ed ecco soprattutto che la camera di Martina non si ferma per giudicare – per quanto in più di un’occasione l’impressione è che si trattenga a forza dal farlo – ma più che altro per cercare di comprendere, di cogliere il motivo che si cela dietro un comportamento così barbaro, nichilista, assoluto e presente a sé, ma proprio per questo mostruoso.

Non tutti i nodi vengono al pettine, e L’assoluto presente si perde di quando in quando dietro qualche psicologismo un po’ troppo facile e immediato nel suo rapporto di causa ed effetto, ma per la maggior parte del tempo riesce a tenere lo spettatore incollato sulla poltroncina, con gli occhi allo schermo. Merito di una regia attenta, che parcellizza lo spazio-tempo gestendolo a proprio piacimento ma senza alcun intento puramente edonista; merito della fotografia lavorata da Giorgio Carella, che mostra senza fronzoli un universo spietato; merito del cast scelto per la bisogna, ricco di partecipazioni straordinarie (tutte dell’ambiente meneghino, che ha sposato un progetto che fa del lavoro sul territorio e sulla popolazione che lo abita uno dei suoi principali punti di forza), e in cui mostrano le loro potenzialità i tre protagonisti Yuri Casagrande Conti, Gilberto Giuliani e Claudia Veronesi, che veste gli abiti maschili del più insicuro della “banda”, Riccardino.
Storia di inquietudini, rabbia repressa, indolenza e solitudine, L’assoluto presente riesce anche a veicolare un interessante discorso sulle classi, sull’oligarchia metropolitana, e sullo scollamento sempre più raggelante tra soggetti dominanti e dominati. Non è poco.

Info
Il trailer de L’assoluto presente.
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