Speciale Antonio Pietrangeli

Speciale Antonio Pietrangeli

Il nostro speciale su Antonio Pietrangeli, autore del cinema italiano tra gli anni Cinquanta e i Sessanta che ha saputo tracciare un percorso assolutamente personale rispetto alla coeva commedia all’italiana.

La decisione di ripercorrere mensilmente – con un titolo per volta – l’intera filmografia di un autore troppo spesso sottovalutato come Antonio Pietrangeli l’avevamo presa già nell’ottobre del 2014, diversi mesi prima che si sapesse che il Festival di Roma – esattamente un anno dopo – gli avrebbe dedicato una retrospettiva. Abbiamo deciso ora di riunire in un unico speciale i contributi di quest’anno e poco più per dare una sistematicità al nostro omaggio e per sottolineare ancora una volta l’emblematicità del caso del regista romano.
Autore di undici lungometraggi (e di due contributi in film a episodi) nel corso di un quindicennio, Pietrangeli è sovente ricordato per un solo titolo, Io la conoscevo bene, la cui fama ha finito per sopravanzare quella del regista. Del resto, nella memoria storica del nostro cinema vi sono delle lacune impressionanti, tali da finire per porre in risalto quasi solo i nomi degli autori più grandi, da Visconti a Rossellini, da Fellini ad Antonioni, tendendo a dimenticare invece che le loro filmografie sono anche il ‘frutto’ di una stagione ricchissima e apparentemente non più recuperabile in cui, sia pur in modo artigianale, avventuroso e spesso improvvisato, vi era un sistema cinematografico in pieno fermento. Vale a dire l’esatto contrario di quel che accade oggi, dove gli ‘sprazzi’ di singoli cineasti valgono da resistenza e reazione rispetto a un humus spaventosamente degradato.

Ripercorrere dunque l’intera opera cinematografica di Pietrangeli – ad esclusione dei due episodi nei film collettanei, ma includendo anche i progetti non realizzati – ci ha permesso di evidenziare un percorso autoriale che ha avuto sì il suo apice in Io la conoscevo bene, ma che si è espresso anche in film indispensabili come La parmigiana, Nata di marzo o La visita. Con questo non intendiamo però dire che tutto Pietrangeli ‘tenda’ al film con la Sandrelli, quanto piuttosto che tutto Pietrangeli, anche nei suoi lungometraggi d’occasione, come ad esempio Souvenir d’Italie, abbia seguito un filo logico assolutamente personale, capace di farlo procedere tangenzialmente sia rispetto alla coeva commedia all’italiana, sia ancor di più rispetto al cinema intimista e crepuscolare di un Bolognini o di uno Zurlini.

Infatti, Pietrangeli è stato innanzitutto un regista politico che, per ogni suo film, è sempre partito da un preciso dato sociale: non solo le conseguenze della legge Merlin per la condizione delle prostitute in Adua e le compagne, ma anche ad esempio il rifiuto delle regole del matrimonio che vediamo espresse, da prospettive opposte, sia ne Lo scapolo sia in Nata di marzo.
Ecco che allora la tanto – giustamente – decantata attenzione di Pietrangeli verso il mondo femminile nasce da un’esigenza precisa: raccontare la società dei decenni Cinquanta/Sessanta ponendo l’accento sui suoi esponenti più deboli, sulle falle di un sistema capitalistico che, attraverso il boom, rendeva più chiare le sue contraddizioni.
E, dunque, se da un lato Pietrangeli con il suo esordio, Il sole negli occhi, mette sotto accusa la piccola-borghesia in quanto strumento di assoggettamento di giovani ragazze sottoproletarie che dalla provincia arrivano in città per sopravvivere, dall’altro in un film come La parmigiana evidenzia l’ipocrisia della morale cattolica illustrando il percorso di una giovane la cui sensualità nasce in modo naturale ed è impossibile tenerla a freno o controllarla nell’ambito di schemi rigidamente composti. Ma persino nel suo ultimo lavoro, Come, quando, perché, che deve essere considerato “suo” solo parzialmente vista l’improvvisa morte del regista (venne poi concluso da Zurlini), vi si legge uno spiazzamento che è anch’esso profondamente politico: in un contesto infatti quasi da cinema erotico, l’immedesimazione avviene non con il maschio di turno ma con la donna, ribaltando così la classica meccanica del genere in cui la protagonista non è più oggetto dello sguardo, quanto soggetto attivo nella ricerca del desiderio sessuale.

Ma – ed è qui che si coglie la grandezza di Pietrangeli – non accade mai, nemmeno in Adua e le compagne, che il suo cinema si sciolga nel mero impegno, nella didattica da film sociale. Anzi, la sua capacità di aderire ai personaggi – in questo aiutato dal duo di sceneggiatori che gli fu più fedele, Ettore Scola e Ruggero Maccari – ha sempre permesso al regista romano di trascendere il dato empirico per arrivare a dimensioni universali. In tal senso la solitudine, lo sfruttamento, l’insoddisfazione, l’ambiguità dei protagonisti dei suoi film nei confronti del ruolo assegnatogli dalla società, diventano in Pietrangeli sconfitta e paradosso esistenziale, quasi eterno e ontologico. Basti vedere un film come La visita, in cui il ritratto di due anime solitarie arriva così a fondo da non lasciar intravedere alcuno spiraglio se non quello del tornare a rifugiarsi nelle rispettive ipocrisie e meschinità, fingendo che tutto sia rimasto come prima.
Ed è in questo riuscito equilibrio tra l’istanza politica e quella di aderenza assoluta al proprio mondo narrativo che il cinema di Pietrangeli ci appare oggi ancora più prezioso, quale possibile esempio per il presente, in un paese come il nostro in cui – per mille motivi e ragioni – si è man mano andata perdendo la capacità di raccontarci lucidamente.

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Il cinema di Antonio Pietrangeli

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Info
La pagina Wikipedia dedicata ad Antonio Pietrangeli.

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