Bastardi senza gloria

Bastardi senza gloria

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L’occupazione della Francia da parte dei nazisti secondo Quentin Tarantino, in un’opera fiammeggiante e di rara intelligenza cinematografica. Bastardi senza gloria è il tripudio del pensiero del regista statunitense, in cui il cinema diventa l’arma per combattere il fascismo e riscrivere letteralmente la Storia.

La vendetta di Shosanna

Nella Francia occupata dai nazisti, Shosanna Dreyfus assiste all’uccisione di tutta la sua famiglia per mano del colonnello nazista Hans Landa. Shosanna risce a sfuggire miracolosamente alla morte e si rifugia a Parigi, dove assume una nuova identità e diviene proprietaria di una sala cinematografica. Altrove in Europa, il tenente Aldo Raine mette assieme una squadra speciale di soldati ebrei : noti come “The Basterds”, i soldati vengono incaricati dai loro superiori di agire come cani sciolti sul territorio uccidendo ogni soldato tedesco che incontrano e prendendogli lo scalpo. La squadra di Raine di troverà a collaborare con l’attrice tedesca Bridget Von Hammersmark, una spia degli Alleati, in una missione che mira ad eliminare i leader del Terzo Reich. La loro missione li porterà nei pressi del cinema parigino dove Shosanna sta tramando un piano di vendetta privata… [sinossi]

Bastardi senza gloria riscrive la Storia. Sì, proprio quella con la S maiuscola. Vero, e impossibile da controbattere: dopotutto non è mai esistito un film di propaganda nazista dal titolo Stolz der Nation (“Orgoglio della nazione”), così come non è mai esistito un soldato-attore di nome Friedrich Zoller e quindi a nessun membro delle SS, ancor meno a Joseph Goebbels, è mai venuto in mente di organizzare in pompa magna un’anteprima cinematografica nella Parigi occupata. Al di là dell’evidente mancanza di conoscenza, da parte di coloro che si scandalizzarono già dalla prima proiezione a Cannes nel 2009 per il tradimento della realtà da parte di Tarantino, dell’ucronia, messa in atto in campo letterario da duemila anni – Tito Livio e il suo Ab Urbe condita dovrebbero far risuonare qualche campanello, ma ancor prima lo stesso dovrebbe fare Le storie di Erodoto –, il problema risiede più che altro in un secondo passaggio, più sottile e più pericoloso da un punto di vista ideologico: la Storia, sempre quella con la S maiuscola, non si tocca. Esiste, ha un tempo, un luogo e un’azione, e non è possibile metterla in dubbio. Mai. Forse non tutta la Storia, ma senza dubbio quella che riguarda gli eventi della Seconda Guerra Mondiale, la lotta contro il nazismo, la Shoah, e via discorrendo. Tutti punti su cui la chiarezza d’intenti di Tarantino attraverso Bastardi senza gloria si fa cristallina, quasi adamantina: tutti i personaggi positivi del film sono tali perché impegnati in prima persona nella lotta contro il nazismo. Vale per i “bastardi” capitanati da Aldo Raine, ma anche per il tenente Archie Hicox, per la doppiogiochista Bridget Von Hammersmark e, ovviamente, per Shosanna Dreyfus, l’ebrea sfuggita al massacro della propria famiglia.
Potrà apparire banale, ma tutto il senso intimo di Bastardi senza gloria ruota attorno a Shosanna, per quanto sullo schermo si seguano le vicende di una decina di personaggi. Anche quando la storia si inerpica per i boschi per raccontare le gesta della squadra di Raine e del famoso e temuto “Orso ebreo”, il cuore pulsante resta quello di Shosanna. La sua vendetta, nella quale cade lei stessa come vittima, è la redenzione di un popolo distrutto, annientato, sconfitto, massacrato. Non solo il popolo ebreo, ma un popolo multiforme, composto da tutti coloro che sono stati distrutti dalla macchina di guerra nazista. Esistono molte armi adatte a uccidere un nazista, è evidente, ma tra queste si può annoverare anche il cinema. Un cinema che brucia, e un cinema che riscrive sulla propria pelle una storia che è il punto di svolta dell’intero Novecento.

Nella sublime (auto)distruzione di Shosanna, che ride tra le fiamme in primo piano mentre i nazisti e i loro ospiti bruciano vivi, costretti a un inferno in terra che non avevano minimamente immaginato – altro che orgoglio della nazione! –, non c’è solo la voglia spasmodica di poter modificare ciò che nella realtà accadde, ma si annida anche il germe di un pensiero consolidato e a suo modo rivoluzionario: il cinema può essere un’arma. Il cinema ha diritto di essere un’arma. Il cinema deve essere un’arma. Un’arma della memoria, certo, ma che non può esaurirsi nel suo compito documentario. Come propaggine dell’immaginario, il cinema ha il dovere di essere anche arma della ricostruzione della memoria, della possibilità di un percorso inverso. Un’arma riparatrice. Un’arma consolatrice. Se la chitarra di Woody Guthrie uccideva fascisti, lo stesso compito lo svolge con grande puntualità la macchina da presa di Tarantino. L’atto fagocitante, quel cinema della bulimia che aveva partorito il più baluginante e caleidoscopico degli inni alla Settima Arte, l’omoteleuto imperativo Kill Bill, trova qualche anno dopo la sua glorificazione ideologica. L’atto non è più gesto supremo, gratuito ed essenziale allo stesso tempo, ma è il risultato di un pensiero: la vendetta di Beatrix Kiddo non è più la rivalsa rabbiosa di una donna cui gli ex-colleghi (e l’amante) hanno strappato via la figlioletta ancora in gestazione, ma è il punto d’unione tra vittime che vogliono sconfiggere il loro carnefice. L’atto è ora collettivo, non più individuale. Non c’è neanche bisogno che questa collettività trovi connessioni tra i vari personaggi – Raine ignorerà sempre la vicenda di Shosanna, che a sua volta agirà senza immaginare che altri stanno portando avanti un piano proprio durante la proiezione del film nel cinema che gestisce – perché è la comunione dei sensi a dominare la scena.

Tarantino costruisce Bastardi senza gloria seguendo lo stesso schema di scomposizione della narrazione che è da sempre, fin dai tempi de Le iene, uno dei suoi tratti distintivi. Una riscrittura della storia che non è mai orpello né vezzo autoriale, ma trova le sue radici nella necessità di disunire il nucleo per poterlo rendere ancora più forte, ed evidente. Non un mero gioco di adesione al post-moderno, ma una viva urgenza di ritrovare il senso nella dispersione, nel caos. Tarantino immerge i suoi protagonisti in paesaggi e contesti storici al limite della sopravvivenza perché solo nel caotico affanno può germinare il senso di una ricostruzione, che non è mai (ed è giusto sottolinearlo) ricomposizione di un quadro preesistente. Non è mai un conservatore, Tarantino, né il suo sguardo all’indietro può vagheggiare singulti da passatista. È una continua incessante rilettura, la sua, non solo della Storia, ma anche e soprattutto della narrazione. Per questo è indispensabile che i quadri che compone insieme per trovare il centro del discorso – la barbarie nazista – e scoprire il modo per annientarlo, siano netti. A tratti quasi immoti. Per quanto sia un’opera rutilante, una cavalcata verso la morte e l’annientamento – si può dire che i sopravvissuti alla fine del film si contano sulle dita di una mano – Bastardi senza gloria vive di poche e chiare location: la fattoria La Padite, il cinema Le Gamaar a Parigi, la cantina in cui i bastardi si devono incontrare e che sarà teatro di una furibonda sparatoria, e poco altro. La stasi intesa non come immobilismo ma come concentrazione di tutte le potenziali spinte centrifughe.
Ma al di là di questo Tarantino racconta, com’è evidente fin dal titolo (che rimanda alla mente il titolo inglese di Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari, che è ospitato anche con un breve cameo nel film), una storia di bastardi. I bastardi sono la base della piramide sociale, ed è da loro che deve partire la logica rivolta: come gli apache, altri reietti massacrati da un potere altrettanto ferale – la sovrapposizione tra Germania nazista e fragile democrazia statunitense troverà nuovi riverberi nella rilettura dell’epoca a cavallo della Guerra di Secessione presente nei successivi Django Unchained e The Hateful Eight, con i quali compone di fatto un trittico sulla Storia –, anche gli ebrei capitanati da Raine tolgono lo scalpo ai nazisti caduti sul campo. Sono pellerossa, sono ebrei, sono mezzosangue – il tenente anglo-tedesco interpretato da Michael Fassbender –, sono africani portati in Francia dalle colonie, come l’amante di Shosanna. Sono bastardi, ma non tutti senza gloria. I soldati verranno ricordati, anche quelli caduti sul campo, con medaglie al valore. La loro azione non sarà mai vana. Ma questo non vale per Shosanna. Nessuno conoscerà il suo sacrificio, colpita al petto nella cabina di proiezione, mentre il suo cinema brucia uccidendo schiere di nazisti. Nessuno saprà mai nulla di Shosanna. È lei l’unica, vera, bastarda senza gloria. Per questo è lei il centro del film, è per lei che esiste Bastardi senza gloria. Perché il dovere del cinema, e Tarantino lo insegna a ogni nuovo lavoro, non è solo quello di superare le angherie della Storia e cambiarne i connotati, mostrandone volti ignoti e (in)verosimili; il dovere del cinema è quello, attraverso l’immagine, di costruire nuovi eroi, svicolando dalla propaganda di regime e ridendo del potere, schernendolo fino alle lacrime. Fino alla morte. Nella morte di Shosanna vive il cinema. Nel cinema, e nel suo bruciare naturale al sole, vive sempre Shosanna e la sua vendetta, che è quella di tutti.

Info
Bastardi senza gloria, il trailer.
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