Benedetta follia

Benedetta follia

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La sequenza centrale di Benedetta follia vede il Carlo Verdone di oggi preso in giro dallo specchio dal Carlo Verdone di venticinque anni prima; una metafora fin troppo facile di un cinema inerte, che non sa più uscire da schemi mentali usurati. Peccato.

Maledetta commedia

Guglielmo e Lidia si sono sposati venticinque anni fa, quando lui fece un incidente in moto pur di conquistarla lungo una strada litoranea; proprio il giorno del loro anniversario, mentre si trovano a cena in un ristorante esclusivo per prelati (Guglielmo è proprietario di un negozio di articoli religiosi), la donna gli comunica di volerlo lasciare perché ha scoperto di essere innamorata di un’altra donna, per di più commessa nel negozio del marito. Perse in un colpo solo consorte e impiegata, Guglielmo si trova in uno stato depressivo ad assumere, per un mese, la giovane borgatara Luna, del tutto inadatta al ruolo… [sinossi]

Lo snodo centrale di Benedetta follia, ventiseiesima regia per il cinema di Carlo Verdone, lo si ha quando Guglielmo, il proprietario di un rinomato negozio di articoli religiosi interpretato dallo stesso regista, prende per sbaglio una pasticca di ecstasy – credendola un paracetamolo – e si sballa in discoteca prima di svenire in bagno. Nello stato di incoscienza si trova davanti a uno specchio, e nel riflesso vede il se stesso di venticinque anni prima, quando andava in giro per l’Italia con la sua motocicletta e non era inguinato nel completo che è diventato nel corso degli anni la sua divisa d’ordinanza. Neanche fosse il Dale Cooper posseduto da Bob in Twin Peaks, il Guglielmo giovane schernisce e ridicolizza la versione anziana di se stesso, in un rinnovarsi del celeberrimo “guarda com’eri, guarda chi sei… Me pari tu’ zio!” con cui Angelo Bernabucci/Walter Finocchiaro apostrofa il Fabris interpretato da Fabio Traversa in Compagni di scuola. A suo modo vorrebbe essere una rimpatriata anche Benedetta follia, ennesimo viaggio di Verdone nelle sue ossessioni, nei suoi personaggi, nella sua Roma sempre più artritica e stereotipata. Anche il cinema di Verdone, a ben vedere, è diventato “su’ zio”, e ha ben ragione – nella sua veste “giovane” – a ridere di sé.
In Benedetta follia il regista e attore romano non fa che vestire ancora una volta i panni che si è cucito addosso nel corso dell’ultimo quarantennio: il suo Guglielmo, che finge di essere serio e rigoroso ma guarda in realtà con nostalgia i tempi in cui non si dava regole, non frequentava gli alti prelati e non si preoccupava di moderare i toni delle discussioni, segna la prosecuzione in linea diretta di una galleria di personaggi che si muove nella medesima direzione decennio dopo decennio, film dopo film. Arrivato in età di pensionamento, o giù di lì, il suo tipo ideale ha solo trovato una sistemazione più consona e borghese – negli ultimi film i suoi personaggi sono o sono stati benestanti – e ha a che vedere non con innamoramenti, ma semmai con divorzi e crisi coniugali.

Si apre non a caso con una separazione, Benedetta follia, perché Guglielmo viene lasciato dalla moglie proprio durante la cena per il festeggiamento dei loro venticinque anni insieme. La motivazione? Lei si è innamorata di un’altra donna, oltretutto commessa nel negozio del marito, che quindi si trova a dover non solo superare un trauma (tradito, abbandonato e per di più con moglie lesbica; che onta!) ma anche ad assumere una nuova dipendente. L’ingresso in scena di Ilenia Pastorelli, che riprende la parte della borgatara già interpretata ne Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti (e viene naturale chiedersi quali siano le reali potenzialità espressive di questa attrice, al momento piuttosto monocorde nelle sue presenze sceniche), per quanto sia stato accolto con una certa benevolenza dalla maggior parte della critica, certifica lo stato di crisi forse irreversibile del cinema di Verdone.
Ancora una volta i personaggi femminili si dividono in due tronconi indipendenti – anzi, quando si cerca a forza una relazione tra le due parti, come nel prevedibile svelamento finale, si sfiora il ridicolo involontario – che vedono da un lato le donne di media o alta borghesia, colte, raffinate, ovviamente con qualche leggera psicosi e dalla dizione inappuntabile, e dall’altra le ragazze delle classi meno abbienti, sottoproletarie ignoranti e dalla parlata dialettale e volgare. Una dicotomia che da sempre serpeggia nei film diretti da Verdone ma che con il passare degli anni si è fatta monolitica, e francamente stantia. Così la capra totale Luna, che non sa distinguere una Teresa di Calcutta da una Madonna, pensa che conoscere il termine hamburger equivalga a parlare inglese e non ha acuna consapevolezza del mondo che la circonda, entra nella vita del mediocre e austero Guglielmo e con la sua naiveté la fa ripartire da zero, verso orizzonti più rosei.

Una visione stanca, già vista e già digerita, che non aggiunge nulla a quanto Verdone abbia già esplicitato in oltre venti film. Dovendo ricorrere a una serie di gag per giustificare la sua appartenenza alla categoria “commedia”, Verdone ricorre solo ed esclusivamente a interminabili incontri tra Guglielmo e donne conosciute su un social network per appuntamenti: tutti destinati a fine tragicomica, ma sempre per colpa delle distonie della compagna di turno (una è una veneta ubriacona – tanto per evitare luoghi comuni triti e ritriti –, un’altra è una logorroica che ama discettare solo ed esclusivamente dei suoi problemi di dermatite, un’altra ancora è una ninfomane che trova godimento nell’infilare i cellulari nella vagina) perché a Guglielmo, come sempre per i personaggi che si cuce addosso Verdone, alla fin fine gli si perdona di tutto, perfino di essere state abbandonate senza una motivazione in un ristorante per fuggire dall’ex-moglie.
Al di là di questo Benedetta follia cerca di trovare nuova carne al fuoco giocando con alcuni stilemi del cinema d’oltreoceano, tra un omaggio/plagio alla sequenza onirica de Il grande Lebowski dei fratelli Coen e un orgasmo nel bel mezzo di un ristorante che fa tanto Meg Ryan in Harry ti presento Sally di Rob Reiner. Non è neanche il caso di specificare come al Verdone del 2018 manchino sia lo strapotere visionario dei Coen che il gioco d’amore tutto nevrastenico della sceneggiatura scritta da Nora Ephron per Reiner – sono lontani, molto lontani i tempi di Maledetto il giorno che t’ho incontrato. Resta solo una commedia stanca, che flirta molto malamente con il crime-movie all’amatriciana di Suburra (la sottotrama che vede Luna in debito con dei malviventi è davvero posticcia, mal scritta e del tutto priva di necessità narrativa) e costringe una volta di più Verdone nella gabbia (dorata) nella quale è recluso da anni. Peccato.

Info
Il trailer di Benedetta follia.
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