Intervista a Kazuhiro Sōda

Intervista a Kazuhiro Sōda

Filmmaker di documentari giapponese, che ha studiato e iniziato la sua carriera negli Stati Uniti, Kazuhiro Sōda ha sviluppato un suo personale stile per quelli che definisce i suoi “Observational Film”, basato su un decalogo di purezza che prevede il rifiuto di impostazioni preconcette, di ricerche preliminari, l’eliminazione di qualsiasi commento off e musica extradiegetica, così come la totale autoproduzione dei lavori. Abbiamo incontrato Kazuhiro Sōda durante la scorsa edizione del Festival dei Popoli di Firenze, dove è stato oggetto di una retrospettiva.
[La foto è di Ilaria Costanzo]

Riconosci un debito importante verso il cinema documentario di Frederick Wiseman. Oltre ad analogie nello stile, trovo anche una convergenza tematica a volte. Per esempio nello scrutare i meccanismi interni che regolano il funzionamento di enti e istituzioni. Questo si vede per esempio nel tuo film Oyster Factory, quando segui i pescatori al lavoro, quando ricevono soldi, ecc.

Kazuhiro Sōda: Sì, certo. Quando l’ho girato non avevo in mente se Wiseman avrebbe fatto così o meno. Wiseman è un punto di partenza per me. Sono stato influenzato da lui nel cominciare la mia carriera di filmmaker di documentari. Continuo ad adorare la sua opera, ma ora mi reputo abbastanza lontano da quello che fa. Siamo diversi, siamo diversi esseri umani, abbiamo differenti background culturali, l’era in cui viviamo ora è la stessa, ma poi è anche molto più vecchio di me. Per Oyster Factory come conseguenza puoi trovare qualche somiglianza tra il mio lavoro e il suo, ma non ci mai avevo pensato.

Nella tua serie di film sul teatro, sul drammaturgo Oriza Hirata e la sua compagnia, arrivi comunque a mostrare alcune dinamiche proprie anche dei tanti film di Wiseman sugli enti dello spettacolo, i conflitti, le problematiche interne come nel caso degli attori che parlano dei loro pagamenti.

Kazuhiro Sōda: Non cerco queste dinamiche, le vedo. E credo siano molto importanti specialmente perché trovo un parallelo tra la mia produzione di film e la loro produzione. Io pure devo cercare di fare i film e devo produrli. Questo problema dei soldi è enorme. Quello dei soldi non è un problema che puoi ignorare perché il nostro è un mondo molto capitalista. Per sopravvivere in questa società devi fare soldi, devi trovare un modo per farli. Ovviamente quando incontro questi problemi nella compagnia, il mio istinto naturale è quello di descriverli, rappresentarli.

Per noi occidentali vedere una compagnia teatrale come quella di Hirata, che fa spettacoli nello stile occidentale, va un po’ contro l’idea che abbiamo del teatro giapponese che è quello classico del noh e del kabuki. Forse è un po’ un nostro stereotipo?

Kazuhiro Sōda: Non ho nessun interesse a rappresentare immagini cliché o immagini idealizzate del Giappone. Sono interessato a rappresentare la nostra vita così com’è.

Forse il più grande documentarista giapponese è Kazuo Hara che annoveri tra i tuoi punti di riferimento. C’è qualcosa del suo cinema che ti ha ispirato?

Kazuhiro Sōda: Quello che trovo in lui è davvero il potere della camera, la sua capacità di entrare nella mente delle persone, la sua vicinanza mentale. Che è un qualcosa di violento a volte. A volte credo che stia eccedendo nell’uso della camera, ma mi ha aperto gli occhi vedere il potere della sua macchina da presa. E anche il pericolo. Mi considero all’opposto di Kazuo Hara. Perché lui è un filmmaker che agisce, che attacca il soggetto con la sua camera. E cerca di rivelare qualcosa. Io invece sono qualcuno che aspetta. Io uso questa analogia con la storia di Esopo del duello tra il sole e il vento, una competizione tra i due per togliere i vestiti a un viandante. Il vento cerca di strappare gli abiti del viaggiatore, cerca di farlo ma lui non se li toglie. Così è Kazuo Hara. Ma il vento è troppo forte. Mentre io sono il sole che fornisce luce al viaggiatore e calore così che lui senta caldo e si tolga i vestiti spontaneamente, con calma. Credo che questo sia vicino alla mia concezione. Credo che Kazuo Hara faccia parte della stessa scuola di Michael Moore. Credo che il secondo sia stato influenzato dal primo. Kazuo Hara però rischia in prima persona e questo è un po’ diverso dal collega americano. Io ammiro Kazuo ma so che a lui non piacciono i miei film. Lui crede che i film debbano essere una battaglia, ma io non sono d’accordo.

Rivendichi spesso anche una particolare adesione alle filosofie orientali. Immagino che questo riguardi l’atteggiamento della contemplazione.

Kazuhiro Sōda: Non è che sia stato influenzato ma ho trovato delle somiglianze. Io do importanza all’osservazione, guardare e ascoltare, guardare attentamente, il mondo, tutto il mondo e anche te stesso. Loro dicono che il bene è nell’illuminazione attraverso questa meditazione che si chiama Vipassana. È stato tradotto come osservazione e meditazione. Lui raggiunge l’illuminazione osservando se stesso e il mondo. Questa è la storia ufficiale del Buddhismo. Quando ho notato la somiglianza, ho anche notato che quello che faccio sembra la meditazione. Non puoi osservare altro, non puoi osservare il futuro o il passato. Quello che puoi fare è osservare il presente. Non puoi osservare qualcosa che non è qui. Puoi osservare qualsiasi cosa che sia di fronte a te. Ora posso osservare quello che c’è qui. Non posso osservare per esempio New York, il Giappone. Non posso osservare questo posto domani. Non posso osservarlo ieri. È sempre qualcosa che riguarda qui e ora. Quello che faccio con i miei Observational Film è molto simile alla meditazione. Noi siamo sempre distratti da molti pensieri circa il passato e il futuro. Abbiamo paura del futuro e non viviamo bene il presente. Siamo distratti anche dal passato. Se qualcuno mi ha fatto qualcosa di terribile comincio a odiarlo e questo odio rimane con me rovinando il mio presente, la mia vita. La nostra mente è anche contaminata dal futuro, e dal passato. E la meditazione è un metodo di concentrarsi nel presente.

Giri per molto tempo, quindi?

Kazuhiro Sōda: Non essendo una persona perfetta, conosco l’importanza dell’osservazione, dell’essere presente, del focalizzarsi sul presente, qui e ora. Quando giro ho sempre dei pensieri indesiderati. Per esempio se ti riprendessi probabilmente vorrei che tu potessi dire qualcosa così. Voglio dire che se giro ho delle aspettative. Ma questo è un modo in cui sei distratto dal futuro. Non sei nel presente, se hai quei pensieri. Se ho quel tipo di pensieri commetto degli errori nel girare. Posso avere anche pensieri sul passato, come per esempio due minuti fa ho cercato di catturare un’importante azione con la camera, e ciò mi fa venire i rimorsi mentre sto usando ancor la camera. Questo contamina la mia mente. Quando noto questi pensieri, dico a me stesso: “No, no, no, ora devo osservare!”. Io osservo quello che sta succedendo e miracolosamente la mia mente torna al presente. Perché non puoi osservare nient’altro, non puoi che osservare quello che hai di fronte.

La contemplazione immagino ti avvicini a quello che è sempre stato un tuo dichiarato punto di riferimento, il grande regista Yasujirō Ozu.

Kazuhiro Sōda: Credo che lui rappresenti la vita così com’è. Come un dipinto. Dipinge le parti luminose ma anche quelle oscure della nostra vita. E raffigura la natura temporanea della nostra esistenza. Raffigura lo scorrere del tempo. Raffigura la tristezza e la gioia, la rabbia. Tutte le esperienze che abbiamo. E non dà giudizi su nessuno. Era particolarmente interessato a qualsiasi cosa stesse scomparendo. Era davvero sensibile a queste cose. Ma non era depresso per questo. Ne era distaccato. E questo è molto vicino alla mia sensibilità. Anch’io ho un punto di vista simile. So che la vita è una cosa temporanea. Che tutti moriremo. Che tutti dovremo dirci addio tra di noi. Non importa quanto ami la tua famiglia, i tuoi amici. Quando muori sei solo. Un fatto davvero duro e triste, ma dobbiamo affrontarlo tutti. Allo stesso tempo però non penso ci si debba deprimere. Dobbiamo accettarlo e vivere al meglio. Perché è una cosa temporanea. Dobbiamo fare uno sforzo e concentrarci su quello che possiamo fare da subito, come possiamo vivere pienamente. Sono il tipo di cose a cui penso continuamente e ancora di più quando faccio i miei documentari perché non appena li giro diventano subito il passato. E non puoi più ripeterli. È impossibile. Sento davvero che questo carattere effimero su tutto il mondo è il motivo per cui faccio documentari. Quello che mostro è il Giappone contemporaneo che pure se n’è andato. È semplicemente il passato adesso.

Non c’è nessun lavoro preliminare ai tuoi film, come previsto da vari comandamenti del decalogo. Come trovi e decidi quindi i tuoi soggetti?

Kazuhiro Sōda: Io non faccio alcuna ricerca, conto su incontri casuali. In molti casi i personaggi sono persone che conosco o persone che conoscono qualcuno che conosco. Il candidato di Campaign, Yamauchi, è un mio amico dai tempi dell’università. La clinica in Mental l’ho conosciuta attraverso mia suocera. I protagonisti di Peace sono i miei suoceri. Per Theatre 1 e 2 venni messo in contatto con la compagnia perché un mio amico vi si unì alla compagnia. Per Oyster Factory diventai amico dei pescatori quando mi recai in quei luoghi per una vacanza. Sono tutti eventi casuali.

Emerge un ritratto del Giappone contemporaneo con molti problemi, dall’immigrazione ai postumi del disastro del 2011. Non c’è però nessun giudizio nel tuo sguardo.

Kazuhiro Sōda: Sì, vedo tanti problemi e non so come risolverli. Non ne ho idea. E abbiamo davanti un futuro davvero incerto. Nessuno sa come fare. E molta gente non si rende conto che ci sia un problema. Perché questi problemi sono un po’ qualcosa che non vorremmo proprio affrontare.

In tutti i tuoi film appaiono dei gatti, sono come una tua firma. Come mai?

Kazuhiro Sōda: Amo i gatti, questo è il motivo. Quando vedo un gatto non ho scelta che non riprenderlo, o riprenderla. Non posso ignorarlo. Così ho incluso gatti nei miei film. È diventata la mia firma.

Il tuo decalogo è rigido? È impossibile violarlo?

Kazuhiro Sōda: No, sono abbastanza flessibile. Devo essere attento. Un esempio è l’Observational Film numero 8, The Big House ora in post-produzione, sul più grande stadio americano del football. In questo caso non ho pagato. Questo viola il comandamento numero 10 sull’autoproduzione. Ma cerco sempre di avere la massima libertà artistica possibile. È un progetto didattico universitario e l’università ha il copyright. Ma non vogliamo dare il controllo editoriale all’università. Non vogliamo che nessuno più in alto ci imponga dei tagli o dei cambiamenti nel montaggio. Vogliamo organizzare il progetto in modo da essere indipendenti con l’università. Bisogna stare molto attenti.

Info
La pagina dedicata a Kazuhiro Sōda sul sito del Festival dei Popoli.

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