The Post
di Steven Spielberg
The Post, racconto dei fatti noti come Pentagon Papers, permette a Steven Spielberg di proseguire nel suo racconto sui fondamenti costituzionali degli Stati Uniti d’America e allo stesso tempo di riallacciare la propria poetica alla messa in crisi del sistema (di potere e di immagine) promossa negli anni Settanta dalla New Hollywood. La guerra tra potere mediatico e potere governativo vede in prima linea le eccellenti interpretazioni di Meryl Streep e Tom Hanks.
Tutte le donne e gli uomini del Primo Emendamento
1971: Katharine Graham è la prima donna alla guida del The Washington Post in una società dove il potere è di norma maschile, Ben Bradlee è lo scostante e testardo direttore del suo giornale. Nonostante Kaye e Ben siano molto diversi, l’indagine che intraprendono e il loro coraggio provocheranno la prima grande scossa nella storia dell’informazione con una fuga di notizie senza precedenti, svelando al mondo intero la massiccia copertura di segreti governativi riguardanti la Guerra in Vietnam durata per decenni… [sinossi]
L’arco temporale durante il quale si svolge l’azione di The Post dice molto, ma non tutto, su ciò che si agita nel corpo del trentesimo lungometraggio diretto da Steven Spielberg [1]. Il film si apre nell’agone bellico del fango e della pioggia del Vietnam, con le truppe statunitensi massacrate dal fuoco nemico mentre nell’aria riecheggia Green River dei Creedence Clearwater Revival, dolce anacronismo – una didascalia informa lo spettatore che l’azione si sta svolgendo nel 1966, ma il singolo venne dato alle stampe solo nel 1969. “Well, take me back down where cool water flow, yeh / Let me remember things I love”, canta John Fogerty; ma se il Vietnam è una distesa di fango, l’acqua scorre forse fresca oltreoceano, nell’amata patria che ha mandato a morire la sua gioventù vendendogli la guerra come la necessaria punta dell’iceberg per combattere il pericolo comunista, l’espansione dell’influenza sovietica e cinese nell’Asia, ecc.? Forse le cose che più si amano si possono solo ricordare, e forse era così già nel 1971, quando Neil Sheehan del New York Times pubblicò i dossier segreti in cui il Ministero della Difesa discettava dell’inutilità del conflitto, e dell’ineluttabile sconfitta degli Stati Uniti d’America. La prima guerra persa.
Viene naturale leggere The Post nell’ottica della riflessione sul tempo, e sulla sua macerazione destinata a trasformarsi in distillati di nostalgia. Da un lato prettamente umorale, The Post è un film strutturalmente nostalgico: lo dimostrano quelle inquadrature sulla magnificenza di un gesto meccanico – la costruzione reale di un quotidiano nell’epoca delle rotative – che oramai la concezione digitale dell’editoria ha ampiamente superato. Ma sotto il profilo strettamente politico Spielberg rinnega qualsiasi ricorso alla nostalgia, ed è in questo contrasto (emotività e lucidità nella lettura di un tempo oramai andato e storicizzato) che il film sviluppa una parte consistente della propria dialettica.
Fin dal suo splendido poster, con le figure di Meryl Streep/Kay Graham e Tom Hanks/Ben Bradlee che si inerpicano lungo un’infinita scalinata, The Post ha marcato la sua appartenenza a un tempo passato, e a quella schiatta di titoli che hanno messo in dubbio la rettitudine dell’apparato governativo a stelle e strisce attraverso la nobile professione giornalistica. Al di là dell’ovvio apparentamento con Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula, del quale può apparire quasi come un prequel – anche in virtù della sua conclusione proprio nel bel mezzo dell’effrazione al Watergate – The Post si siede a una tavola rotonda che vede tra gli astanti Salvador di Oliver Stone, Barriera invisibile di Elia Kazan, Good Night, and Good Luck. di George Clooney, Sotto tiro di Roger Spottiswoode, Sindrome cinese di James Bridges, o State of Play di Kevin Macdonald, solo per citare alcuni titoli. Anche gli esempi più recenti (Clooney e Macdonald) sono di film che si guardano alle spalle, se non sotto il profilo dell’ambientazione della storia sicuramente nel riferimento a un’epoca produttiva, quella della New Hollywood, nella quale svelare il marcio nel reame era considerato dovere dell’informazione, e punto di stabilità di una democrazia che già aveva ampiamente vestito i panni dell’oligarchia di palazzo.
Spielberg non dirige, come Pakula, il suo film come si trattasse di un instant-movie (Tutti gli uomini del presidente narra avvenimenti accaduti quattro anni prima, non quaranta), ma allo stesso tempo The Post non ha alcuna necessità di ricorrere a stratagemmi puramente “di genere”. Là dove era il thriller a fare breccia nella narrazione di Pakula, soprattutto nelle sequenze in cui i due giornalisti devono incontrare il loro informatore – notturne e angosciose come prevede la regola aurea del noir –, nel film diretto da Spielberg tutto si sviluppa in maniera più piana, e anche il momento di massima tensione (riuscirà il reporter Ben Bagdikian a mettere le mani sulle migliaia di pagine dei dossier?) viene risolto con una naturalezza a suo modo quasi spiazzante. Insomma, sono trascorsi quarant’anni, e The Post non è un film in diretta su qualcosa che sta sconvolgendo in quel momento la nazione: tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 le preoccupazioni degli statunitensi non si muovono certo in direzione delle menzogne riferite dalla Casa Bianca nel corso di decenni sulla situazione in Indocina, né sul modo in cui Richard Nixon gestì il potere assoluto – per citare un film di Clint Eastwood che in qualche modo si interessa dell’argomento – o sulla pronuncia della Suprema Corte degli Stati Uniti riguardo le pubblicazioni di materiale segreto da parte prima del New York Times e subito dopo del Washington Post.
Proprio per questo The Post assume una forma ancor più politica, per quanto questo dettaglio rischi di passare in secondo piano. Non si tratta tanto delle supposte letture dell’oggi fatte attraverso la lente deformante di ciò che avvenne in passato: le prese di posizione contro la presidenza Trump da parte sia del regista che dei due protagonisti del film (Streep e Hanks, entrambi al massimo del loro splendore attoriale) fanno parte di una militanza dem e liberal che viene da molto prima della messa in piedi del progetto in questione. E allo stesso tempo, in un’epoca in cui si battaglia a colpi di fake news e di contro-fake news, non è solo il governo a essere messo sotto accusa, ma l’intera concezione di democrazia. Per questo The Post assume contorni ben più vasti del singolo scontro in campo aperto tra Casa Bianca e libertà di stampa – cosa che inevitabilmente a Tutti gli uomini del presidente, concentrato su un evento ‘fresco’, non poteva che sfuggire. The Post si accomoda nella stanza che Spielberg riserva alle sue messe in scena delle basi portanti del sistema statunitense, e delle falle che possono minare il percorso: l’apparentamento più diretto questo film ce l’ha dunque con Amistad (1997), Lincoln (2012) e Il ponte delle spie (2015), non a caso tutte narrazioni che prendono in esame il concetto di giustizia, ponendolo su più livelli e stratificandone il senso.
Il Times e il Post, è la Storia a ricordarlo, ottennero giustizia contro l’intervento censorio della presidenza della nazione, ma la stessa Casa Bianca era ricorsa ai tribunali per cercare quello che a suo modo di dire era comunque un atto di giustizia. Dov’è il discrimine reale tra giustizia del potere e giustizia per il potere? Risiede unicamente nell’atto morale di divulgare e difendere il vero. Il Primo Emendamento della Costituzione statunitense, perno centrale dell’intero discorso affrontato in The Post, afferma “Congress shall make no law respecting an establishment of religion, or prohibiting the free exercise thereof; or abridging the freedom of speech, or of the press; or the right of the people peaceably to assemble, and to petition the Government for a redress of grievances”, vale a dire “Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti”.
La libertà di parola e di espressione, questo mette in atto Daniel Ellsberg impadronendosi dei dossier top secret del Ministero della Difesa, fotocopiandoli e inviandoli a Neil Sheehan del New York Times. Null’altro che questo. La libertà di esprimere una contestazione nei confronti del governo basandosi su dati inoppugnabili perché redatti dal governo stesso (ma poi per l’appunto ritenuti segreti e quindi banditi alla diffusione pubblica). Spielberg però non si accontenta di sbandierare la libertà di stampa contro i soprusi di chi tiene in mani le redini della Federazione di Stati. Nel contrapporre un potere a un altro, nel descrivere la piramide famigliare che sorregge l’impero della carta stampata, nel sottolineare la sudditanza anche di quest’ultimo all’altro enorme gruppo di potere – insieme a quello legiferante e massmediatico –, il potere finanziario (proprio nei giorni nei quali si svolge la vicenda il Post sta per essere quotato in borsa, e questo potrebbe influire anche sulle scelte di ciò che può o non può essere pubblicato), il regista de Lo squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo sta anche disegnando una costituzione reale dello Stato incestuosa e incancrenita.
Kay Graham, proprietaria del giornale, è amica intima di Robert McNamara, segretario della difesa sotto Kennedy e Lyndon Johnson; l’irreprensibile Ben Bredlee, dal canto suo, era invitato a cena ogni settimana alla Casa Bianca durante la presidenza di JFK. Dove si interrompe il legame tra forze che si credono – o fingono di credersi – autonome e indipendenti? Dov’è, direbbe Totò, la libertà? The Post, contrariamente a quanto si sarebbe probabilmente fatto nel corso degli anni Settanta, infilza di spine dolorose anche il corpo pur sano della stampa, rimproverandole l’inedia con cui si è occupata di quei presidenti che considerava amici.
Per farlo, Spielberg disegna un’opera incalzante come una commedia d’antan ma allo stesso tempo austera, rigorosa, nella quale il blu e il grigio non possono che essere i colori dominanti, come il nero dell’inchiostro di stampa. Un film che si adagia sui ritmi di una stampa più frenetica nella ricerca di notizie – quando le agenzie di stampa erano meno attive e internet era ancora una sperimentazione a uso e consumo militare – ma anche costretta a tempistiche più lunghe, attese sfribranti. Una lentezza che conduceva forse a una maggiore riflessione (o forse no), che i tempi odierni hanno dimenticato.
Questa scelta attendista, con l’azione che si svolge come un tempo morto d’attesa (come si pronuncerà la Suprema Corte? Cosa deciderà di fare Kay Graham?), la si riscontra in effetti fin dalla scelta operata dal soggetto lavorato prima dalla sola Liz Hannah e quindi anche da Josh Singer, scelto in qualità di esperto di descrizione del mondo redazionale grazie al suo lavoro su Spotlight di Tom McCarthy – ma anche per le sceneggiature di West Wing e Law and Order, probabilmente. The Post non racconta la storia ponendo al centro della stessa quelli che furono considerati all’epoca gli eroi, vale a dire i già citati Ellsberg e Sheehan e ovviamente il New York Times che per primo lanciò in prima pagina i “Pentagon Papers”. In The Post si parla di chi è arrivato subito “dopo”, e ha dovuto decidere se e come proseguire una battaglia. La scelta di Graham (e di Bradlee, che però viene descritto privo di reali dubbi sulla questione) non è “solo” quella di dare o non dare seguito alla notizia lanciata in esclusiva da un altro quotidiano, ma è anche quella di mettere a rischio un’impresa, e di conseguenza anche molti posti di lavoro, perché esiste una linea di demarcazione tra profitto e giustizia che non deve e non può essere confuso.
Torna dunque la scelta morale, ultimo appiglio possibile là dove la struttura di una nazione mostra i propri segni di cedimento più evidenti: la stessa scelta morale che era il vero centro del discorso sia per Abraham Lincoln nella sua lotta per l’abolizione della schiavitù che per l’avvocato James Donovan nella difesa della spia sovietica Rudolf Abel. Lo stile di Spielberg si fa una volta di più netto, quasi cristallino: gioca sullo spazio scenico sfruttando le fughe prospettiche e nella sua moderna classicità si affida a una ripresa dall’alto per sottolineare i dubbi e la volontà di emancipazione di Kay Graham. Perché il film racconta anche – e non è affatto secondario come discorso – il passaggio per Graham da una socialità passiva a una socialità attiva: nel suo prendere finalmente le redini di un giornale che è suo di diritto ma che essendo donna ha ereditato non da suo padre (che lo aveva lasciato al genero) ma da suo marito, morto suicida alcuni anni prima, si avverte di nuovo quella spinta a voler sfruttare l’escamotage temporale per raccontare le distonie di una quotidianità sempre più mediocre e retrograda.
L’assunzione di responsabilità di Graham, che riesce in un lento apprendistato a sganciarsi dalle zavorre maschili per rivendicare il proprio diritto alla parola, e all’espressione, è un elemento che non dovrebbe passare in primo piano. Graham, molto più del libertario Bradlee e anche di quel Bagdikian che nel mezzo della tormenta riesce ad ammettere emozionato “ho sempre sognato di far parte di una piccola ribellione”, è l’esempio da seguire. Graham è il paradigma di un mondo soffocante e soffocato che può ancora alzare la testa, scardinare i concetti usurati e aprire gli occhi sulla propria condizione. In quel sublime movimento di macchina – atto della retorica che mai fu più sano, sincero e doveroso – che segue Graham mentre scende i gradini della corte di giustizia seguita dallo sguardo attonito e ammirato di centinaia di donne più o meno giovani che sono lì a contestare una cancrena dello Stato, c’è tutta la vis poetica e politica di un’opera a suo modo capitale. Sulla questione il modo migliore di concludere questa analisi è quello di affidarsi alle parole che Steven Spielberg ha pronunciato a Milano durante la conferenza stampa del film: “Non sono un sociologo o un esperto che possa parlare con competenza di un tema tanto arcaico quanto quello della battaglie dei sessi, ma quello che posso dire è che le donne in tutta la storia hanno cercato e talvolta sono riuscite a trovare il loro posto, come è accaduto durante la seconda guerra mondiale in cui con gli uomini al fronte le donne si sono ritrovate a guidare l’industria bellica e navale. Finita la guerra però non hanno avuto la possibilità di capitalizzare la propria esperienza, e non è stato loro riconosciuto il ruolo svolto: gli uomini sono tornati a casa e le donne in cucina. Il problema è principalmente un problema maschile, di uomini che non sono in grado di comportarsi correttamente e finché i maschi non sapranno accettare il “no” come una risposta questa guerra dei sessi continuerà. Io spero che il nostro film possa essere di ispirazione per quelle donne che non hanno ancora trovato la propria voce e che invece, dopo averlo visto, pensino: “Al diavolo, ora facciamo come dico io”.
NOTE
Il trentunesimo, Ready Player One, uscirà il prossimo 30 marzo nelle sale statunitensi, e un giorno prima in quelle italiane.
Info
Il trailer di The Post.
- Genere: biopic, drammatico, storico
- Titolo originale: The Post
- Paese/Anno: USA | 2017
- Regia: Steven Spielberg
- Sceneggiatura: Elizabeth Hannah, Josh Singer
- Fotografia: Janusz Kaminski
- Montaggio: Michael Kahn
- Interpreti: Alison Brie, Bob Odenkirk, Bradley Whitford, Brent Langdon, Bruce Greenwood, Carrie Coon, Christopher Innvar, Cotter Smith, Dan Bucatinsky, David Costabile, David Cross, Deirdre Lovejoy, James Riordan, Jesse Plemons, Jessie Mueller, John Rue, Kelly AuCoin, Matthew Rhys, Meryl Streep, Michael Stuhlbarg, Pat Healy, Philip Casnoff, Rick Holmes, Sarah Paulson, Stark Sands, Tom Hanks, Tracy Letts, Zach Woods
- Colonna sonora: John Williams
- Produzione: Amblin Entertainment, DreamWorks, Pascal Pictures
- Distribuzione: 01 Distribution
- Durata: 118'
- Data di uscita: 01/02/2018















Incontri ravvicinati del terzo tipo
A.I. – Intelligenza Artificiale
Prova a prendermi
Snowden
War Horse
Il GGG – Il grande gigante gentile
Il ponte delle spie
Truth – Il prezzo della verità
Il caso Spotlight
Jurassic Park
Citizenfour
Lincoln
Lo squalo
Le avventure di Tintin: il segreto dell’unicorno
State of Play