Monica e il desiderio

Monica e il desiderio

di

Tra i titoli della prima parte della filmografia di Ingman Bergman, Monica e il desiderio si segnala come il più moderno, già pienamente intriso dei tratti distintivi della poetica dell’autore svedese: la nostalgia della memoria, il desiderio inappagabile, l’illusione della felicità solo nella fuga dalla stratificazione sociale. Un’opera splendente e tragica, cui basta uno sguardo in camera per rivoluzionare il linguaggio, e fare uscire il cinema dalla pubertà. Un viaggio pre nouvelle vague, con protagonisti gli straordinari Lars Ekborg e Harriet Andersson. Nella retrospettiva Bergman 100, organizzata al Palazzo delle Esposizioni da La farfalla sul mirino e Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale.

Fuga nell’arcipelago

Monica e Harry, due proletari che mal sopportano le rispettive vite, si conoscono in un caffè e si innamorano; partono dunque sul motoscafo del padre di lui per vivere la loro passione di isolotto in isolotto, liberi e privi di qualsiasi costrizione. Ma l’estate è una stagione che passa in fretta, e l’autunno porta responsabilità che non sempre possono o vogliono essere accettate… [sinossi]

Monica e il desiderio uscì nelle sale italiane con ben otto anni di ritardo rispetto alla sua realizzazione; girato tra il luglio e l’ottobre del 1952 e distribuito in Svezia nel febbraio del 1953, non trovò spazio in Italia prima del 1961. In quella frazione di tempo, pur apparentemente esigua, Federico Fellini aveva realizzato Le notti di Cabiria ed era esploso a livello planetario il fenomeno transalpino della Nouvelle Vague; due dettagli che permettono anche di comprendere in qualche modo il valore di una distribuzione tardiva. Senza la Nouvelle Vague, o per meglio dire senza le parole di Jean-Luc Godard, o per meglio dire senza la retrospettiva che la Cinémathèque française dedicò al cinema di Ingmar Bergman, probabilmente Monica e il desiderio sarebbe rimasta un’opera esiliata dalla mente dei cinefili, o peggio ancora letta come minore, residuale, di relativa importanza (così come d’altro canto ne scrissero alcuni dei più importanti critici italiani dell’epoca, da Mario Verdone a Giacinto Ciaccio). La storia di due giovani tutt’altro che esperti della vita che si incontrano, si innamorano, decidono di fuggire per l’arcipelago di Stoccolma nel cuore dell’estate per poi conoscere l’autunno della vita, non risvegliò un interesse particolare nella critica prima dell’intervento entusiasta di Godard. L’ovvio riconoscimento di stretta parentela tra Monica e il desiderio e i temi portanti della Nouvelle Vague, e del cinema godardiano in particolar modo, è il primo tassello dal quale è necessario partire per cercare di comprendere fino in fondo, e senza più dubbi di sorta, la modernità espressiva e ancor prima concettuale della dodicesima regia di Ingmar Bergman.

Godard scrive: «Ognuno dei suoi film nasce da una riflessione dei protagonisti sul presente, approfondisce tale riflessione attraverso una sorta di frantumazione della durata, un po’ alla maniera di Proust, ma con maggior forza, come se Proust fosse stato moltiplicato da Joyce e Rousseau insieme, e infine diventa una gigantesca e smisurata meditazione a partire da un’istantanea. Un film di Bergman è, per così dire, un ventiquattresimo di secondo che si trasforma e si dilata per un’ora e mezza. È il mondo fra due battiti di palpebre, la tristezza fra due battiti di cuore, la gioia di vivere tra due battiti di mani.»
Al di là dell’ispirata vena poetica del regista francese, in tutta evidenza esaltato dall’incontro con un’opera libera, traboccante di idee e di un’idea vitale, carnale, materica del fare e dell’essere cinema, a rapire l’attenzione nelle poche righe sopracitate è uno degli aspetti fondamentali per la comprensione di Monica e il desiderio: il senso del tempo, inteso sia come tempo cinematografico – e quindi ritmo del racconto – sia come tempo ideale nella vita dei due protagonisti – e quindi ritmo nel racconto. Sovrapponendo il set allestito da Bergman e dai suoi sodali alle vicende che prendono corpo in scena, la parte più consistente di Monica e il desiderio si svolge tra l’estate e l’autunno, il periodo in cui Harry e Monica prendono il largo a bordo del motoscafo del padre di lui per poi tornare mesi dopo in città e affrontare la vita “civile”. Bergman affronta il concetto di Tempo, che tanta parte avrà nella sua poetica espressiva, proponendo allo spettatore una narrazione che divide in modo tranciante e perentorio l’esperienza cittadina e il girovagare senza meta con il motoscafo. Se la città è un concentrato di ritmi, di doveri, di scansioni temporali definite e inscalfibili (Harry che attraversa le strade metropolitane per il suo lavoro di consegne pacchi, la sveglia, gli incontri al caffè, le uscite serali, il ritorno a casa dei mariti ubriachi), la fuga tra gli isolotti nudi e selvaggi è un unico lungo interminabile giorno, passato tra un tuffo in mare, un ballo improvvisato in beata solitudine, e un bacio appassionato sugli scogli.

Nella parte centrale di Monica e il desiderio i due ragazzi vivono al di fuori del tempo, privi di collocazione, lontano da tutto e da tutti. Si bastano perché non hanno altro che loro stessi. Si amano alla follia perché nella loro relazione non c’è spazio per l’altro; anzi, quando qualcuno entra a interrompere il loro duetto – si tratti di un teppista che vorrebbe dare fuoco al motoscafo o dei padroni di un frutteto che intercettano la ragazza mentre li sta derubando – l’equilibrio si incrina, ristabilito successivamente solo dal ritorno a uno stato inselvatichito. E se Harry, dallo spirito più pragmatico, vorrebbe tornare a Stoccolma, Monica si oppone fermamente a una simile proposta: neanche la scoperta di essere rimasta incinta la spinge a ipotizzare un ritorno. “Voglio godermi l’estate fino alla fine”, afferma con convinzione. Un’estate che è ovviamente quella che i due stanno vivendo, ma che è metaforicamente anche l’ultimo bagno di sole infantile prima dell’assunzione di responsabilità, prima della maturazione, prima dell’accettazione delle regole di una società che è grigia, in cui si beve per dimenticare di essere vivi – di essere vivi a quel modo – e si viene picchiati in un vicolo, quando meno ce lo si aspetta. Un’estate con Monica suggerisce il titolo originale; eppure proprio nella fuorviante traduzione italiana si trova il senso intimo del film, la sua lettura filosofica dell’umano e della sua corsa sfrenata verso la disillusione.
A guidare Harry e Monica è, in primo luogo, il desiderio. Desiderio di lei, della sua bellezza, della sua pelle – così straordinariamente esibita, per l’epoca, con tanto di nudo integrale – per Harry, ma soprattutto desiderio della libertà per Monica. Libertà non solo dai vincoli di una famiglia con troppi fratellini e poco spazio a disposizione, e neanche solo libertà dal giogo di una società grigia (dopotutto l’etimologia del nome Monica riporta al concetto di eremitaggio, di solitudine). La libertà che brama Monica è quella di non appartenere a nulla che non sia il proprio estatico godimento. Bergman fin dalle prime battute del film la ritrae oziosa, querula, del tutto disinteressata al mondo esterno, affascinata dalle riviste di moda. Attratta, pur in maniera a tratti inconsapevole, dal potere. In questa declinazione, così come nella descrizione minimale ma arguta dell’ambiente proletario, Monica e il desiderio assume i contorni di una commedia drammatica sull’emancipazione impossibile dalla propria classe di appartenenza. L’accusa finale al marito non è quella di non essere l’uomo che si aspettava – anche perché il povero Harry si prodiga oltre ogni dire per cercare di andare incontro ai desideri della giovane consorte – ma di non possedere abbastanza denaro per soddisfare le sue voglie. I suoi desideri. Monica non accetta il matrimonio perché è un vincolo economico che la lega strutturalmente a una classe sociale dalla quale sogna di evadere, così come fu possibile scappare dalla famiglia solo accendendo il gas di un motoscafo.

Se Harry è un personaggio più monocorde, per quanto non privo di finezze e di stratificazioni dovute anche all’eccellente interpretazione di Lars Ekborg (con Bergman girerà anche Il volto, per poi morire appena quarantatreenne per un cancro al fegato), Monica è il vero punto di partenza e di arrivo del film: è lei ad attaccare bottone nel locale con il ragazzo chiedendogli un fiammifero, è lei ad abbandonare la casa accusando il padre di averla picchiata, ed è sempre lei prima a instillare nel fidanzato l’idea della fuga nella natura selvaggia e porre le basi per la fine della relazione, tradendolo nel suo stesso letto con una vecchia fiamma. Harry, solido e concentrato sulla costruzione di una vita semplice ma ordinata non può che essere trainato da una valchiria che non ha timore di patire la fame o di vagare per il mare. Monica ha già nei suoi modi di fare, per quanto ancora da svezzare e intrisi di un infantilismo fastidioso, l’animo di molti dei personaggi femminili che Bergman scriverà nel corso dei decenni. Prepotente e fragile, infida e dolcissima, Harriet Andersson inaugura con Monica e il desiderio la lunga collaborazione con il regista, che attraverserà tre decenni con nove film interpretati fino a Fanny e Alexander.
Nel primo piano con sguardo in camera che anticipa il tradimento di Harry, Monica non solo sfida apertamente lo spettatore borghese, ponendolo in una duplice condizione di repulsione e desiderio allo stesso tempo (e svelandone quindi, con un’unica inquadratura, la sottile ipocrisia ‘di classe’), ma rivoluziona il linguaggio cinematografico senza mai scendere a compromessi con una messa alla berlina della narrazione tradizionale. Il già citato Godard vi arriverà solo anni più tardi, allargando poi il discorso alla messa in crisi del concetto di finzione, ma anche Fellini con Le notti di Cabiria, e con l’analogo gesto compiuto da Giulietta Masina giungerà solo quattro anni più tardi. Il senso sarà irrimediabilmente diverso, ma Bergman avrà comunque aperto una falla per lasciare finalmente entrare l’acqua, affondando i concetti statuari attorno ai quali ruotava il classico. Il cinema è finalmente, e definitivamente, uscito dalla pubertà.

Monica e il desiderio è un film straordinariamente moderno, del tutto impossibilitato all’incanutirsi e all’invecchiamento, non solo perché racconta il dramma della crescita, e dell’assunzione di un ruolo definito e in qualche maniera predefinito, ma anche per un linguaggio che non ha paura di utilizzare gli stilemi dell’avanguardia – si vedano le riprese delle onde, la luce del sole che le sfiora e che sembrano unire l’espressionismo al naturalismo francese – per raccontare il contemporaneo, e non ha paura di tramutare il linguaggio sullo schermo in una nuova grammatica, che verrà infatti saccheggiata nel corso di pochi, pochissimi anni. Nello sguardo in macchina di Monica, che Godard aveva ragione nel considerare “il più triste della storia del cinema”, c’è tutta la disillusione di una giovane che va incontro alla propria distruzione (il marito la abbandonerà al suo destino una volta scoperto il tradimento, e dopo una lunga e tormentata lite) e non sa se abbandonare prima la strafottenza o il dolore. Monica e il desiderio è il racconto puntuale e vivo, vibrante, di un’illusione: quella della vita, del sogno di un’esistenza felice e compiuta, costretta invece a confrontarsi con un mondo che non ha pietà, e non ha più tempo da dedicare all’istante. Tutto è morto, non c’è più spazio per la vita. Non ce n’è nell’incipit silente, con quelle vedute del porto che sembrano tante nature morte, e non c’è neanche nel sublime finale, in cui ancora esiste l’immagine di Monica nuda al sole, tra gli scogli. Ma è la sovrimpressione che si crea – attraverso l’atto cinematografico – nella mente di Harry. Svanisce la sovrimpressione, e con lei il ricordo, quella nostalgia di un’estate che è finita e non ritornerà mai, e che Harry negli anni ricorderà chiamandola con il suo nome: (illusione della) vita.

Info
Il trailer di Monica e il desiderio.

Articoli correlati

  • Bergman 100

    Il settimo sigillo RecensioneIl settimo sigillo

    di Titolo di apertura della rassegna Bergman 100, Il settimo sigillo mantiene inalterata la sua ossimorica levità, mostrandosi anche oggi, a sessant'anni di distanza, una straordinaria allegoria della vita e della morte, dell'esistenza umana, della fede...
  • Rassegne

    Bergman 100Bergman 100

    Nel centenario della nascita la rassegna Bergman 100 omaggia il cinema del maestro svedese con una selezione dei suoi film più celebri, rigorosamente proiettati in 35mm. Al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 18 gennaio al 4 marzo.
  • Bergman 100

    Persona

    di Titolo ineludibile della filmografia di Ingmar Bergman, Persona aggredisce con ricercata essenzialità nella messa in scena i temi più frequentati dal regista: la metamorfica molteplicità della psiche, la menzogna che si cela in ogni identità sociale e in ogni identità che non fa i conti con la propria “ombra”.
  • Bergman 100

    Il posto delle fragole

    di Terzo titolo dalla rassegna Bergman 100, Il posto delle fragole è una delle pellicole più note del cineasta scandinavo, un road movie catartico e intriso di rimpianti per una giovinezza e una felicità oramai lontanissime, per una vita che sta inevitabilmente volgendo al termine.
  • Bergman 100

    Conversazioni private

    di Su sceneggiatura di Ingmar Bergman, Conversazioni private di Liv Ullmann s'ispira alle vicende dei genitori del Maestro svedese per comporre un'ulteriore riflessione su sacro, individuo, morale e coscienza. Al Palazzo delle Esposizioni per la rassegna Bergman 100.
  • Bergman 100

    Crisi

    di Opera prima su commissione, Crisi di Ingmar Bergman rivela un universo espressivo già fortemente personale, che fin dal primo film scava a fondo nelle ambiguità psicologiche dei suoi personaggi, alla ricerca di una (impossibile) idea d'amore libero e necessario per l'altro.
  • Bergman 100

    Fanny e Alexander RecensioneFanny e Alexander

    di Fanny e Alexander sono i piccoli protagonisti del fluviale racconto televisivo che Ingmar Bergman dedicò alla famiglia Ekdahl, liberi teatranti a Uppsala nella Svezia di inizio Novecento. Un'opera che racchiude forse la summa del pensiero bergmaniano sulla memoria, il tempo, e la vita.
  • Bergman 100

    Il porto delle nebbie

    di Mettendo in gioco conflitti mitici e archetipici, Il porto delle nebbie di Marcel Carné esula dalle strette definizioni di "realismo poetico" verso una riflessione sulla fragilità dell'essere umano e sulla tormentosa inconsistenza del vivere.
  • Bergman 100

    Un’estate d’amore

    di Tra i lavori giovanili di Ingmar Bergman Un'estate d'amore è uno di quelli in cui con maggior forza sembrano emergere i tratti distintivi della poetica del regista, dalla metafora dell'estate come istante di giovinezza fino al concetto della perdita della fede, e dunque anche dell'amore.
  • Bergman 100

    La fontana della vergine

    di Parabola sacra e fiaba pagana, opera di altissimo rigore espressivo, La fontana della vergine di Ingmar Bergman si delinea come una presa di coscienza del travaglio tra Fede e dubbio, poco prima del "silenzio di Dio". Oscar per il miglior film straniero.
  • Bergman 100

    Sussurri e grida RecensioneSussurri e grida

    di Non esiste più il dubbio, né il silenzio di Dio, né la patetica parola dell'uomo, ma solo il rantolo di fronte alla morte che incombe: Sussurri e grida è tra gli approdi più estremi della filmografia di Ingmar Bergman.
  • Bergman 100

    Il carretto fantasma RecensioneIl carretto fantasma

    di Folgorazione giovanile di Ingmar Bergman, Il carretto fantasma è fra i capolavori più celebrati di Victor Sjöström, che già nel 1921 incastonava in un perfetto connubio visivo di naturalismo ed espressionismo la sua parabola morale di rimorsi, pentimento, perdono, redenzione e resurrezione.
  • Bergman 100

    Sorrisi di una notte d'estate RecensioneSorrisi di una notte d’estate

    di Raffinata opera che suggellò il successo internazionale di Ingmar Bergman, Sorrisi di una notte d'estate è un'agrodolce «commedia romantica» di marca elisabettiana che, nei suoi intrighi amorosi, innesta alcune fra le ossessioni più care all'autore.
  • Bergman 100

    Il silenzio RecensioneIl silenzio

    di Film scandalo nel '63, censurato in Italia, Il silenzio appare oggi, nella sua carnalità di messa in scena e nel contemporaneo scacco del linguaggio verbale, un fondamentale film di passaggio da una fase all'altra della filmografia di Ingmar Bergman.
  • Bergman 100

    La notte RecensioneLa notte

    di Sesso, arte e denaro. In La notte, Michelangelo Antonioni presenta la sua lucida analisi di tre fondamentali problemi borghesi. Senza offrire soluzioni, tanto non ce ne sono. Un film amato da Ingmar Bergman e per questo inserito nella rassegna Bergman 100, organizzata da CSC-Cineteca Nazionale e La farfalla sul mirino. Al Palazzo delle Esposizioni.
  • Rotterdam 2018

    Intervista a Paul Schrader

    Paul Schrader è uno degli autori cardine della New Hollywood, cui si devono alcune tra le opere fondamentali della storia del cinema americano, tanto in qualità di sceneggiatore, che di regista. Abbiamo incontrato Schrader a Rotterdam.
  • Bergman 100

    La leggenda di Gösta Berling RecensioneLa leggenda di Gösta Berling

    di Il finlandese di origine polacca Mauritz Stiller, tra i nomi più lucenti della ricca cinematografia svedese di inizio Novecento, è oramai dimenticato. Con lui rischia l'oblio anche La leggenda di Gösta Berling, il suo capolavoro della maturità, che segna la prima apparizione di rilievo sullo schermo per Greta Garbo.
  • Bergman 100

    Come in uno specchio RecensioneCome in uno specchio

    di Primo capitolo della cosiddetta trilogia del silenzio di Dio, Come in uno specchio rappresentò anche il primo deciso passo verso un sempre più complesso studio della luce naturale e verso un asciugamento degli orpelli estetici, per approdare al tipico dramma da camera bergmaniano.
  • Bergman 100

    La prigione RecensioneLa prigione

    di Primo lavoro di Bergman basato su una sceneggiatura originale, pensato appositamente per il grande schermo, La prigione anticipa molti dei temi successivi del cineasta, esplicitando la tensione morale e spirituale (ma anche l’approccio intimamente pessimista) del suo cinema.
  • Bergman 100

    Luci d'inverno RecensioneLuci d’inverno

    di Secondo e più esplicito capitolo della Trilogia del silenzio di Dio, Luci d'inverno scava con ineguagliabile profondità nelle crisi della Fede e nei tormenti dell'uomo, delineando la personale parabola di Passione di un pastore/padre non più in grado di offrire conforto nemmeno a se stesso.
  • Bergman 100

    Il volto RecensioneIl volto

    di Tra verità e menzogna, maschera e smascheramento, scienza e fede, teatro e vita, Il volto - girato da Ingmar Bergman nell'estate del 1958 - costruisce il ritratto del cinema quale perfetto meccanismo illusionistico.
  • Bergman 100

    Dopo la prova RecensioneDopo la prova

    di Tra le ultime opere di Bergman, Dopo la prova è un film televisivo finito al cinema contro il volere del regista. Un momento introspettivo per il grande regista, un bilancio e un primo epitaffio di una vita dedicata al cinema e al teatro.
  • Bologna 2018

    Ciò non accadrebbe qui RecensioneCiò non accadrebbe qui

    di Titolo rimosso dalla cosmogonia cinematografica di Ingmar Bergman, Ciò non accadrebbe qui, girato nel 1950, riesce a mettere in scena - pur nelle sue grossolanità ideologiche - un convincente thriller dal sapore hitchcockiano, al cui centro vi è la figura di una donna sposata a una spia comunista. Al Cinema ritrovato 2018.
  • Giornate 2018

    Captain Salvation RecensioneCaptain Salvation

    di Blockbuster ante-litteram, Captain Salvation di John S. Robertson è un melodramma avventuroso sulla fede e la carità cristiana, che sogna un Nuovo Mondo più libero e giusto. Film d'apertura delle Giornate del Cinema Muto 2018.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento