Fabrizio De André – Principe Libero

Fabrizio De André – Principe Libero

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Fabrizio De André – Principe Libero arriva in sala per due giorni per poi approdare sul piccolo schermo; un biopic che non approfondisce particolarmente il lato artistico del cantautore genovese, ma allo stesso tempo è rispettoso e dignitoso, grazie anche all’ottima interpretazione di Luca Marinelli.

Le storie dell’altroieri

Ciò su cui si concentra Fabrizio De André – Principe libero è l’umana avventura del suo protagonista: dall’infanzia ai capolavori della maturità, passando attraverso il racconto accurato degli anni di Genova, del rapporto con la famiglia e dell’apprendistato formativo svolto nei caruggi della città, contornato da amici vicini come Paolo Villaggio – sarà lui a coniare per De André il soprannome con cui è tuttora noto, Faber – e delicatamente più distanti, come Luigi Tenco. Seguono i primi successi – Mina che porta in televisione la sua Canzone di Marinella -, le prime timide esibizioni dal vivo, l’incontro con Dori Ghezzi, la vita da agricoltore in Sardegna fino alle drammatiche pagine del rapimento e al successivo ritorno sulle scene. [sinossi]

Fabrizio De André – Principe Libero arriva nelle sale italiane come evento Nexo Digital circa un mese prima del suo passaggio, in due serate, su RaiUno: il risultato al botteghino darà ovviamente una risposta solo parziale, ma servirà in ogni caso a comprendere quanto grande e piccolo schermo siano in grado davvero di dialogare. E se un film biografico di tre ore e un quarto su un cantautore dovesse riuscire a convincere il pubblico a uscire di casa e a raggiungere una delle molte sale che lo proietteranno (quasi 300 in tutta la penisola, un numero ragguardevole) sarebbe necessario interrogarsi una volta di più su cosa il pubblico italiano vuole vedere, e perché. Fabrizio De André è una figura iconica, è vero, ma fino a che punto è noto alle generazioni più giovani, magari quelle che hanno come punto di riferimento musicale Fedez, il “comunista con il rolex”? La visione pur sotto certi punti di vista sorprendente di Fabrizio De André – Principe Libero non scioglie poi un altro dubbio: ha senso raccontare la vita di un artista solo ed esclusivamente perché è stato un artista? Un interrogativo che potrà sembrare ozioso, ma che acquista un particolare senso proprio in relazione a una figura come quella di De André: se si esclude il rapimento in Gallura di cui fu vittima insieme alla compagna Dori Ghezzi, e la stessa storia d’amore con la donna dopo la fine del primo matrimonio con Enrica Rignon, detta “Puny”, cosa resta della vita dell’uomo De André? La passione per Genova, certo, e l’amicizia giovanile sia con Paolo Villaggio che con il povero Luigi Tenco, cui dedicò la struggente Preghiera in gennaio (“lascia che sia fiorito Signore il suo sentiero, quando a te la sua anima e al mondo la sua pelle dovrà riconsegnare quando verrà al tuo cielo, là dove in pieno giorno risplendono le stelle…”), ma non molto altro. La verità è che la vita di De André è stata la vita borghese di un grande artista, di un eccellente poeta e di un musicista spesso troppo sottovalutato e poco compreso nella sua veste puramente compositiva.

Anche per questo Fabrizio De André – Principe Libero appare una sfida aperta, un guanto lanciato contro/per un servizio pubblico che solo in maniera occasionale sembra aprire gli occhi sulle potenzialità dell’immagine, e sul senso di cosa significa effettivamente raccontare. È giusto intendersi, prima di entrare nel vivo del discorso: il film diretto da Luigi Facchini su sceneggiatura di Francesca Serafini e Giordano Meacci (già autori insieme a Claudio Caligari dello script di Non essere cattivo) non manca di un buon numero di difetti, a partire da una semplificazione eccessiva della storia fino a un’impasse che rende statica la parte immediatamente successiva all’inizio della storia d’amore tra De André e Ghezzi. La progressione narrativa è spesso meccanica, come se a ogni causa dovesse far necessariamente seguito un effetto immediato, e alcuni personaggi sono tagliati con l’accetta; inoltre l’appartenenza all’anarchia del cantautore è relegata in un angolo, a un unico scambio di battute, e la cronologia si fa un po’ nebulosa, senza che si capisca mai bene a quali album sta lavorando De André o perché li stia scegliendo. Non è neanche casuale, con tutta probabilità, che si scelga di dar spazio in scena per lo più a personalità che nel frattempo sono decedute, e non avranno dunque diritto di replica – mancano, tanto per fare un esempio, sia Nicola Piovani, che arrangiò le musiche di Non al denaro non all’amore né al cielo, che Francesco De Gregori, co-autore di buona parte di Volume VIII e Ivano Fossati, con il quale De André costruì Anime salve –, passando da Paolo Villaggio a Fernanda Pivano, fino al già citato Luigi Tenco.

Incastonato nell’episodio del rapimento da parte dell’Anonima Sequestri, che tenne banco nel 1979 per oltre tre mesi ed è – come già scritto – l’avventura più al di fuori della norma della vita di De André, Fabrizio De André – Principe Libero è dunque un’opera che non trova nella sua composizione il punto saliente che dovrebbe giustificare una visione, in sala o in prima serata televisiva che sia. Questo non vuol certo dire che il film non abbia dei pregi: è da apprezzare per esempio la scelta di mantenere la storia fuori dalla Storia, facile escamotage cui ricorre gran parte della fiction televisiva e cinematografica italiana per inquadrare un personaggio. Se si eccettua un passaggio in cui vengono citati i giovani che “manifestano” (comunque utile per citare la Canzone del maggio e con lui tutto Storia di un impiegato) Fabrizio De André – Principe Libero non mette in bocca ai suoi personaggi battute ad hoc per rendere palese un contesto storico, ed evita dunque di marchiare a fuoco un’epoca attraverso le gesta di una o più persone. Anzi, l’intento è quello di puntare in maniera più forte ed evidente sull’umano, sulle sue debolezze, con qualche blando riferimento alla posizione borghese di De André, pur cantore degli “ultimi”, e un’interessante citazione invece della provenienza proletaria di Dori Ghezzi. Fabrizio De André – Principe Libero tinteggia senza troppa empatia la Genova bene, ma allo stesso tempo mostra come il cantante e la sua famiglia ne fossero pienamente parte integrante – il padre fu anche vicesindaco per il Partito Repubblicano.

A dare luce a Fabrizio De André – Principe Libero sono soprattutto le interpretazioni. Fin dal primo lancio d’agenzia del trailer i social network furono inondati di commenti sull’accento tutt’altro che genovese di Marinelli, scelto per dare voce e corpo al protagonista: il linciaggio pregiudiziale non trova però conferme nel lavoro compiuto dall’attore romano, che riesce anzi a donare vita a un De André umbratile, sofferto, ma anche pronto allo scherzo, al riso, alla battuta. Se si riesce a evitare l’agiografia lo si deve anche ai toni e agli umori di Marinelli, vero e proprio mattatore che una volta di più (era già successo ne Una questione privata dei fratelli Taviani) dimostra come l’aderenza a un accento o a una calata siano dettagli che possono essere sorvolati senza troppi problemi, se si ha la capacità di entrare con forza e decisione nel personaggio a cui si sta dando vita. Sorretto qua e là da altri interpreti in stato di grazia – soprattutto l’eccellente Gianluca Gobbi nelle vesti di Villaggio – Marinelli ruba letteralmente la scena a tutti, e rapisce anche lo sguardo della videocamera, che non troppo in grado di rendere vivo un paesaggio (gli esterni sono sempre gli stessi, e ripetuti con una certa stanca metrica) può trovare rifugio tra le braccia di un mattatore allo stato puro. Se c’è un motivo per vedere Fabrizio De André – Principe Libero è tutto negli occhi di Marinelli e nelle canzoni di Faber che ovviamente fanno capolino da più di una piega del racconto. Quello che sembrava uno sfottò fin troppo facile si è dimostrato – capovolgendo le sorti – una solida verità: Fabrizio De André – Principe Libero è davvero “la canzone di Marinelli”. Chapeau.

Info
Il trailer di Fabrizio De André – Principe Libero.
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