Un sacchetto di biglie

Un sacchetto di biglie

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Racconto “a misura di bambino” dell’occupazione nazista in Francia, Un sacchetto di biglie fonde abbastanza bene intrattenimento e impegno pedagogico, malgrado alcune forzature e un poco approfondito sguardo sul contesto storico.

Una biglia per domarli

1941: Joseph e Maurice, piccoli francesi di origine ebrea, sono costretti a lasciare precipitosamente la loro casa parigina, e la loro famiglia, in seguito all’intensificarsi delle persecuzioni antisemite nella Francia occupata. I due inizieranno così un viaggio lungo l’intero paese, mentre tutto intorno a loro risuonano gli echi della guerra, e il nemico sembra farsi sempre più insidioso… [sinossi]

Secondo adattamento dell’omonimo romanzo autobiografico scritto nel 1973 da Joseph Joffo, che descriveva la drammatica fuga dell’autore bambino insieme al fratello, nella Francia occupata dai nazisti, Un sacchetto di biglie arriva in sala solo una settimana prima delle tradizionali celebrazioni della Giornata della Memoria. Il film di Christian Duguay, che segue di ben quarantré anni la prima trasposizione del romanzo (firmata da Jacques Doillon), si va a inserire in un filone ormai ben codificato, che tende a mettere in evidenza l’impatto della tragedia della Shoah sul mondo dell’infanzia, la capacità di quest’ultimo di farvi fronte trovando in sé risorse insperate, con uno sguardo sul viaggio (visto più come tale, che come mera fuga) dei giovani protagonisti, quale metafora di una crescita certo imposta dalle circostanze, ma altresì valorizzata in senso positivo. Da Corri ragazzo corri di Pepe Danquart a Il viaggio di Fanny di Lola Doillon, per citare gli esempi più recenti, l’approccio sembra essere sempre quello teso a unire l’impegno divulgativo e pedagogico con la dimensione avventurosa, capace di risultare fruibile (soprattutto) per il pubblico più giovane.

In questo senso, almeno rispetto ai due film sopra citati, va detto che il film di Duguay riesce a risultare contemporaneamente più lucido e a fuoco nel tono e nell’atmosfera (coerenti con la scelta di rivolgersi, principalmente, a un target di famiglie) e più credibile nello sviluppo della narrazione. Il regista canadese, che già aveva avuto a che fare col mondo dell’infanzia nel suo Belle & Sebastien – L’avventura continua, opta fin dall’inizio per un racconto (realmente) a misura di bambino, in cui la voce narrante è sì quella del protagonista Joseph, ma non nella sua versione adulta: una scelta che dà ancora più forza alla dimensione da romanzo di formazione (pur sui generis) dell’intera storia, nonché alla sua componente più avventurosa. La regia, oltre a fare un largo uso di primi piani sui volti dei due giovani protagonisti (entrambi soddisfacenti, in particolare il giovanissimo Dorian Le Clech), puntando a valorizzare innanzitutto il loro naturale affiatamento reciproco, utilizza anche abilmente gli esterni che fanno da sfondo al viaggio, tanto quelli naturali quanto quelli urbani, in chiave di intelligente sottolineatura delle varie fasi del racconto. Non è altresì da disdegnare la scelta di non edulcorare in alcun modo la portata degli eventi narrati, non arretrando di fronte alle atrocità che scorrono davanti agli occhi dei due protagonisti (e a volte sui loro corpi), nelle varie tappe che compongono il loro viaggio. Un viaggio per raccontare il quale, dovendo sintetizzare quattro anni di storia, viene fatto inevitabilmente un largo uso di ellissi, ma mantenendo quasi sempre una buona coerenza di tono.

Tentativo di narrare la persecuzione nazista e gli orrori bellici mantenendo (anche se sembra un paradosso) un tono a suo modo lieve, Un sacchetto di biglie trova tuttavia i suoi limiti in una poco precisa, superficiale descrizione del contesto, che non fa sentire davvero allo spettatore la stretta di una nazione occupata, il clima di terrore nelle strade, la costante paura per una presenza (quella delle truppe naziste) che è quasi sempre declinata solo ed unicamente in funzione “oppositiva” rispetto al viaggio dei protagonisti. In questo senso, la parte teoricamente più interessante dell’intera storia, ovvero la frazione in cui il piccolo Joseph si trova a convivere con una famiglia di collaborazionisti, convinti sostenitori del regime di Vichy, viene malamente sciupata in un susseguirsi di poco credibili cliché, compreso un effimero accenno di love story, e in una conclusione più che mai nel segno del già visto. Più in generale la sceneggiatura, abbastanza efficace nel rendere lo sguardo immediato, a breve distanza, dei due giovani protagonisti, si perde quando deve (per necessità narrative) allargare il suo sguardo, per tentare di comporre un quadro un po’ più articolato dell’intero periodo storico.

Restano comunque da apprezzare, del film di Duguay, il modo lieve e non ridondante con cui viene richiamata (solo in pochi e selezionati snodi narrativi) la metafora del titolo, l’abilità nel fondere la componente di intrattenimento del racconto col suo portato più pedagogico, oltre alla semplicità (priva di sovrastrutture, o di voglia di barare) con cui viene messo in scena il rapporto che lega i due protagonisti alla loro famiglia, in particolare al padre interpretato da Patrick Bruel. Il tutto, a comporre un prodotto per molti versi ingenuo, non privo di forzature e di elementi poco credibili, ma sostanzialmente coerente, nei risultati, con le sue premesse di partenza.

Info
Il trailer di Un sacchetto di biglie.
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