Country for Old Men

Country for Old Men

di ,

Presentato al Trieste Film Festival per il Premio Corso Salani, Country for Old Men riesce a raccontare con efficacia il sogno americano alla rovescia, visto dall’Ecuador, dove centinaia di cittadini statunitensi, ormai pensionati, hanno costruito una comunità della terza età, un paradiso del nulla.

This land is made for you and me

Dove finisce oggi l’American Dream? In Sudamerica, naturalmente! Benvenuti a Cotacachi, Ecuador, un piccolo paese nelle Ande dove centinaia di pensionati statunitensi sono i protagonisti di una singolare emigrazione al contrario alla ricerca del loro sogno a stelle e strisce. [sinossi]

Gli esordienti alla regia Stefano Cravero – abituale montatore dei fratelli De Serio – e Pietro Jona – fonico e filmmaker freelance – sono riusciti a raccontare con Country for Old Men, presentato al Trieste Film Festival per il Premio Corso Salani, una curiosa e inquietante deriva del sogno americano, quella di pensionati statunitensi che hanno trovato il loro buen retiro a Cotacachi in Ecuador, dove hanno finito per fondare una sorta di comunità ‘monadistica’. Come novelli padri pellegrini – o forse sarebbe meglio dire nonni pellegrini – fuggono dalla violenza, dalla corruzione e dall’alto costo della vita degli USA e vanno sostanzialmente a morire in un luogo ben temperato dal punto di vista atmosferico, oltre che estremamente bisognoso del loro apporto economico. E quella che, in anni recenti, hanno finito per costruire, si capisce ben presto – grazie all’attenta regia di Jona e Cravero – non è altro che un paradiso del nulla, un nuovo non-luogo, una finta comunità, dove ciascuno vive racchiuso nel suo piccolo mondo, nella sua automobile, nel suo giardino, nella sua villetta, in cui campeggiano manifesti di blockbuster hollywoodiani anni Ottanta e Novanta, fontane neoclassiche ultra-kitsch e retaggi dell’iconografia americana anni Cinquanta, come ad esempio dei juke-box. D’altronde, tra questi stagionati pionieri, non poteva mancare un esponente della macchina hollywoodiana, il produttore Michael D’Addio, che un bel giorno ha deciso di abbandonare la Fabbrica dei sogni per costruirsi la sua Graceland.

Country for Old Men ha l’abilità di accompagnarci con cura in una progressiva presa di coscienza spettatoriale. Nell’incipit ci mostra l’arrivo di alcuni nuovi espatriati, che vengono istruiti con delle regole base (come contrattare, ad esempio, il prezzo di beni di prima necessità al mercato) e con delle essenziali parole di spagnolo (che saranno le uniche che impareranno). E in questa prima fase lo sguardo dei registi sembra puntare più sul grottesco, sul ridicolo di questi anziani caracollanti e perlopiù obesi che si trovano ad affrontare una nuova vita, quando è evidente che gli resta ben poco da vivere. Un aspetto che, se può divertire a prima vista, porta però con sé il rischio di disprezzare i propri protagonisti e di insistere allo stesso tempo sulle stesse meccaniche e sulle stesse situazioni. Invece, ben presto, veniamo a capire che Country for Old Men mira ad altro, a darci una visione sempre più stratificata intorno a questa neonata comunità, cambiando spesso punto di vista e facendo parlare ora l’uno ora l’altro dei personaggi che si è deciso di seguire. Si viene così a cogliere l’individualismo che impregna l’animo di ciascuno di loro e anche l’invidia verso chi è più abbiente di altri. Ma si viene a cogliere anche la loro innata ambiguità ideologica: sostanzialmente questi attempati americani sono dei migranti in un paese latino proprio mentre Trump progetta di costruire un muro per fermare l’immigrazione ispano-americana verso gli USA. E i nostri protagonisti altro non sono che dei Trump in miniatura, visto che circondano le loro villette con filo spinato e con elaborati sistema di sicurezza, ossessionati dalla paura di essere derubati dagli ecuadoregni.

In tutto questo però non c’è disprezzo da parte di Jona e di Cravero, anzi c’è profonda comprensione verso l’umana debolezza. I nostri si fanno delle domande (come una signora che si chiede come mai i suoi connazionali passino le giornate davanti alla tv invece di visitare le bellezze del paese straniero in cui si trovano a vivere), ma sono domande senza risposta. Perché quello che vogliono è esattamente quello che volevano i loro antenati fondatori degli Stati Uniti d’America: starsene tranquilli col loro puritanesimo, evitare in ogni modo l’incontro con l’Altro (che gli fa istintivamente paura) e prendere possesso di una nuova Terra Promessa, scansando chi ci abitava prima di loro. Potrebbe anche non essere sbagliato il parallelismo tra gli indiani di un tempo e gli ecuadoregni di adesso (e, non a caso, i registi suggeriscono alcune dinamiche western, come ad esempio nella chiacchierata al patio davanti al paesaggio), con la differenza che lo ‘sterminio’ qui lo si cerca di fare grazie alla forza del dollaro; e dunque, se si vuole costruire una bella palazzina limitrofa a una cadente abitazione abitata da nativi, si pensa subito a come nascondere quell’obbrobrio allo sguardo, o edificando il solito muro o magari facendo crescere una gigantesca edera. Il fatto è però che questa comunità, vista l’età dei suoi artefici, è senza futuro: non c’è e non ci sarà mai una nuova generazione cui far ereditare i territori conquistati, ci saranno forse solo nuovi anziani che verranno a sostituire quelli che passeranno a miglior vita. Ed è impossibile non provare affetto e pena per quella moglie che nel corridoio di un qualunque ospedale ecuadoregno piange silenziosamente, temendo la perdita del marito che si deve sottoporre a una delicata operazione.
In tal senso, Country for Old Men assume anche una dimensione teorica: quella di un’ideologia, di un senso del possesso, che è diventata con gli anni – da dopo il Vietnam – eternamente moribonda. L’ideologia americana WASP che impone il suo imperialismo e che continua a voler difendere pateticamente la sua purezza – e non è un caso che tra questi esuli non vi siano afroamericani. La sua incarnazione e la sua declinazione non poteva essere più esatta di come, mostrandoci questo mondo sconosciuto e assurdo, sono riusciti a fare Cravero e Jona.

Info
La scheda di Country for Old Men sul sito del Trieste Film Festival.
  • country-for-old-men-2017-pietro-jona-stefano-cravero-001.jpg
  • country-for-old-men-2017-pietro-jona-stefano-cravero-002.jpg
  • country-for-old-men-2017-pietro-jona-stefano-cravero-003.jpg
  • country-for-old-men-2017-pietro-jona-stefano-cravero-004.jpg
  • country-for-old-men-2017-pietro-jona-stefano-cravero-005.jpg
  • country-for-old-men-2017-pietro-jona-stefano-cravero-006.jpg
  • country-for-old-men-2017-pietro-jona-stefano-cravero-007.jpg
  • country-for-old-men-2017-pietro-jona-stefano-cravero-008.jpg
  • country-for-old-men-2017-pietro-jona-stefano-cravero-009.jpg
  • country-for-old-men-2017-pietro-jona-stefano-cravero-010.jpg
  • country-for-old-men-2017-pietro-jona-stefano-cravero-011.jpg
  • country-for-old-men-2017-pietro-jona-stefano-cravero-012.jpg
  • country-for-old-men-2017-pietro-jona-stefano-cravero-013.jpg
  • country-for-old-men-2017-pietro-jona-stefano-cravero-014.jpg
  • country-for-old-men-2017-pietro-jona-stefano-cravero-015.jpg
  • country-for-old-men-2017-pietro-jona-stefano-cravero-016.jpg
  • country-for-old-men-2017-pietro-jona-stefano-cravero-017.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    Trieste Film Festival 2018Trieste Film Festival 2018 – Presentazione

    La ventinovesima edizione del Trieste Film Festival, di cui anche quest'anno Quinlan è media partner, comincia oggi - venerdì 19 - e prosegue fino al 28 gennaio.
  • Venezia 2017

    Intervista a Giorgio Ferrero

    I pozzi di petrolio, una nave cargo, la camera anecoica, un termovalorizzatore. Sono i luoghi dis-umanizzanti in cui Giorgio Ferrero ha ambientato Beautiful Things, tra i migliori titoli della scorsa edizione di Venezia. Lo abbiamo intervistato.
  • Venezia 2017

    Nico, 1988

    di Titolo d'apertura di Orizzonti alla 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Nico, 1988 è la disamina dolente, a tratti incerta, a tratti folgorante, degli ultimi due anni di vita di Nico.
  • Venezia 2015

    Intervista a Gianluca e Massimiliano De Serio

    Con I ricordi del fiume, Gianluca e Massimiliano De Serio, partendo dalla documentazione degli ultimi mesi di vita del campo nomadi Plat di Torino, hanno realizzato un film che ragiona sull'universale concetto di casa/rifugio. Li abbiamo intervistati a Venezia.
  • Venezia 2015

    i-ricordi-del-fiumeI ricordi del fiume

    di , La documentazione del processo di smantellamento di una delle più grandi baraccopoli d'Europa dà luogo in I ricordi del fiume di Gianluca e Massimiliano De Serio a un dolente ritratto sulla fragilità dell'abitare. Fuori concorso a Venezia 2015.
  • Festival

    Trieste Film Festival 2018

    In programma dal 19 al 28 gennaio il Trieste Film Festival 2018, primo e più importante appuntamento italiano con il cinema dell'Europa centro orientale, giunto quest'anno alla 29esima edizione, diretta da Fabrizio Grosoli e Nicoletta Romeo.
  • In sala

    L'ingrediente segreto RecensioneL’ingrediente segreto

    di Un curioso film macedone, vincitore dell’ultima edizione del Bergamo Film Meeting e distribuito da Lab 80, che mette in scena in maniera sgangherata ma sincera un rapporto padre-figlio e una vicenda gustosamente in bilico tra sferzate di critica sociale e momenti più leggeri e distensivi.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento