Lady Bird

Lady Bird

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Teen movie con annessa formazione di una ragazza di provincia, Lady Bird di Greta Gerwig trova la sua strada, tra le maglie del genere di appartenenza, attraverso un autobiografismo sincero e a tratti toccante.

Mi hanno regalato un sogno

Il legame turbolento tra una madre e la figlia adolescente. Christine “Lady Bird” McPherson combatte, ma è esattamente come sua madre: selvaggia, profondamente supponente e determinata. Ambientato a Sacramento, in California nel 2002, in un panorama economico americano che cambia rapidamente, Lady Bird è uno sguardo commovente sulle relazioni che ci formano, le credenze che ci definiscono e l’ineguagliabile bellezza di un luogo chiamato casa… [sinossi]

«Chi parla dell’edonismo della California non ha mai trascorso il Natale a Sacramento». Si apre con una dichiarazione d’intenti piuttosto eloquente Lady Bird, prima regia in solitaria (dopo Nights and Weekend, co-diretto con Joe Swanberg nel 2008) della regina indiscussa dell’indie-mumblecore Greta Gerwig, compagna, musa nonché co-sceneggiatrice di Noah Baumbach in Frances Ha e Mistress America.

Premiato come miglior commedia e miglior attrice protagonista (una impeccabile Saorsie Ronan) ai recenti Golden Globes, il film della Gerwig scivola con grazia e studiato equilibrio su due binari: da un lato, quelli ben oliati del teen movie indie statunitense, dall’altro verso un percorso à rebours semi-autobiografico, dove i codici del genere di appartenenza sono rivitalizzati da notevoli punte di originalità, che rendono il tutto, seppur con una certa intermittenza, sincero e a tratti spiazzante.
È un ritratto quasi di stampo rinascimentale Lady Bird, come ben esprime la locandina scelta per il film, dove l’effigie di profilo della protagonista si staglia su uno sfondo nebuloso quanto ben riconoscibile, testimonianza imperitura del suo lignaggio, della sua appartenenza. Lady Bird, all’anagrafe Christine, è infatti incastonata in una realtà (la città natale, la famiglia, la scuola cattolica) che al tempo stesso odia e ama visceralmente, verso la quale riversa quel suo esplicito, brillante sarcasmo e da cui trae la forza per guardare oltre, verso quel sogno irreprimibile di trasferirsi a New York, dove pulsa l’ambiente culturale cui sente di appartenere realmente. E dove forse, alla fine, ritroverà la sua vera identità, nome di battesimo compreso.

Racconto di formazione classico e lineare, Lady Bird snocciola dunque tutti gli step narrativi del teen-movie, compresi la perdita della verginità, il ballo di fine anno, il cambio repentino (e il successivo pentimento) della migliore amica (dalla corpulenta Julie alla più popolare Jenna), la scelta del college da frequentare. Accanto a questi topoi usurati, si fanno strada però elementi assai più originali, a partire dal milieu proletario del film in quell’inedito Midwest californiano, per proseguire poi con l’ambiente scolastico cattolico, con tanto di ostie non consacrate utilizzate come snack e gustosi scherzi goliardici alle suore.
Ma è soprattutto nel rapporto contrastato tra Lady Bird e la madre Marion (un’eccelente Laurie Metcalf) che il film della Gerwig raggiunge le sue vette. La matriarca, il cui lavoro da infermiera costituisce l’unico sostentamento per la famiglia dopo il licenziamento del marito (incarnato da Tracy Letts, lo sceneggiatore e drammaturgo, cui si devono Bug, Killer Joe e I segreti di Osage County) è una donna correttamente definita nel film come affettuosa e inquietante, poco propensa a sostenere i sogni velleitari della figlia e perennemente intenta, attraverso una serie di acri e puntigliosi battibecchi, a riportarla verso più realistici approdi, siano essi la loro casa, modesta ma dignitosa, per quanto dal lato sbagliato della ferrovia, oppure la prospettiva di un’istruzione nel college cittadino.
Colpisce in particolare la breve sequenza in cui madre e figlia si dedicano, per riappacificarsi, alla loro attività preferita, ovvero visitare, sotto le mentite spoglie di due possibili acquirenti, una sontuosa magione in vendita. In questo momento particolarmente toccante, Lady Bird riesce a trasmettere, in maniera precisa e senza cercare il sostegno di alcun cliché, rimpianti e brama di cambiamento, spennellati da un senso pervasivo di malinconia rivolto al tempo stesso verso il presente (la famiglia, la casa) e quel futuro altrove che la protagonista guarda di sguincio, e non senza preoccupazione, dal già citato poster del film.

Se Lady Bird, come stigmatizza il suo epilogo, rappresenta in fondo anche una sorta di prequel ideale di Frances Ha, bisogna ammettere che nel confronto con il maestro-mentore Noah Baumbach, il film risulta carente proprio di quei momenti di amarezza e disillusione che caratterizzano il cinema dell’autore di Giovani si diventa e Lo stravagante mondo di Greenberg. Ma pazienza, Greta Gerwig e la sua protagonista posseggono senza dubbio sufficiente acume per sapere di essere, come recitavano i versi di una blanda pop-song nostrana, ragazze fortunate, a cui è stato regalato un sogno, e con tutta probabilità sapranno farne buon uso.

Info
Il trailer di Lady Bird.
La pagina dedicata a Lady Bird sul sito della Universal.
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