A Marriage Story

A Marriage Story

di

Trentacinque anni di vita di una coppia, documentati dal 1980 al 2015: in A Marriage Story, in concorso al Trieste Film Festival nella sezione documentari, Helena Třeštíková costruisce un impressionante ritratto dell’umano e del suo inevitabile arrendersi di fronte al tempo che passa.

Nelle famiglie personalità sempre in conflitto

Nei trentacinque anni di vita di una coppia, accadono molte cose: dai momenti di armonia assoluta a quelli più dolorosi. Questa è la vita di Ivana e Vaclav Strnad, proprietari di un negozio di mobili che la regista Helena Třestíková segue con la sua macchina da presa fin dal 1980. [sinossi]

Nata a Praga nel 1949, Helena Třeštíková è una documentarista il cui cinema è caratterizzato dal metodo dei “film di osservazione a lungo termine”. Il Trieste Film Festival nel 2010 le aveva già dedicato un omaggio e, per questa 29esima edizione, presenta un nuovo lavoro della Třeštíková, A Marriage Story, in competizione tra i documentari, che è la perfetta dimostrazione del suo modus operandi. Dal 1980 al 2015 la cineasta ha infatti seguito trentacinque anni di matrimonio di una coppia, mostrandone ogni aspetto, dai momenti più sereni a quelli più drammatici. Ciò che emerge è un ritratto insieme spietato e affettuoso della vita e dello scorrere inesorabile del tempo.
Ben più radicale di Boyhood, in cui Linklater inseriva – a tratti anche forzatamente – tutta una serie di elementi finzionali occludendo l’abbacinante epifania del reale, A Marriage Story comunque non cede a ingenue tentazioni da ‘cinema diretto’ – anche perché ci ricorda sempre la presenza della macchina da presa – e lascia che il Tempo, l’accidente, possa prendere il sopravvento, mostrando come la realtà sia sempre superiore alla finzione.

Ivana e Vaclav si amano? Forse si sono sempre amati alla follia, o forse non si sono mai amati, anche perché – se vogliamo dirla tutta – il loro è un matrimonio riparatore. Loro stessi, sin dall’inizio, riflettono davanti alla macchina da presa sul loro rapporto, sulle dinamiche che vanno instaurando, pervasi di dubbi e di speranze, di ottimismo e di improvviso pessimismo. Se Tolstoj diceva che “tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, mentre ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, A Marriage Story ci mostra una realtà ben più complessa, perché Ivana e Vaclav sono sia felici che infelici, attraversano delle fasi schizofreniche e contraddittorie, si mostrano estremamente comprensivi e poi repentinamente egoisti, amano i loro figli – arriveranno a farne ben cinque – e poi li odiano, li disprezzano, li trovano insopportabili, e quindi ricominciano ad amarli.
Non lavorando in continuità nel seguire i suoi protagonisti, anche perché avrebbe significato dedicare l’intera vita a loro, Helena Třeštíková li va a trovare di tanto in tanto, senza una precisa scansione temporale, come un’amica di lunga data cui mostrare le novità: il nuovo bambino appena nato, il bagno rifatto, il grande negozio di loro proprietà prima in costruzione quindi in crescita e poi in declino, la nuova casa in cui andare ad abitare. La Třeštíková viene informata a proposito di questi avvenimenti – e noi con lei – senza mai entrare in scena e facendo sentire solo raramente la sua voce. Eppure lei è lì, o – meglio – non lei, quanto esattamente la macchina-cinema è lì con loro, con i protagonisti; ogni tanto ritorna e vuole restare, pretende di restare per verificare sì i piccoli o grandi avvenimenti della vita, ma soprattutto per confrontarsi a tu per tu con il Tempo, con il suo impietoso potere di distruggere ogni cosa, di far sfiorire e scomparire tutto: la giovinezza di Ivana, i capelli di Vaclav, l’arroganza del loro secondogenito, l’avvenenza della loro unica figlia femmina, le titubanze e il senso del dovere del loro del figlio più grande. Tutto è destinato a perire e noi, Ivana, Vaclav, la Třeštíková, non possiamo far altro che osservare la registrazione di questo decadimento.

A Marriage Story riesce anche a essere delicato nel non invadere mai lo spazio privato dei suoi soggetti d’osservazione: non vi sono mai conflitti esasperanti in scena, quanto piuttosto piccoli bisticci, non detti, improvvise malinconie. Ma è da questi che si capisce tutto, che si capisce come si evolve la situazione all’interno della famiglia, e poi gli assolo di ciascuno dei personaggi in scena ci regalano una continua ri-semantizzazione dei rapporti. Ivana si rende conto man mano che ha sacrificato tutta la sua vita per la famiglia, ci racconta di sue crisi depressive, di sue improvvise e devastanti consapevolezze (come quando dice che, per essersi dedicata completamente agli altri, ha capito di non esistere più in quanto individuo), e poi veniamo a sapere dal marito del ricovero di lei in una clinica psichiatrica e quindi, ancora, di un improvviso istinto suicida. Poi, in maniera anche abbastanza inquietante, tutto sembra sistemarsi. Mentre lui, Vaclav, diventa di anno in anno più sentimentale, attaccato sempre più all’idea che bisogna restare insieme per poter continuare a vivere, per sopravvivere; la stessa ossessione per il lavoro arriva a spegnersi, sostituita – in un momento particolarmente drammatico – da un istinto di auto-distruzione (“basta accumulare ricchezze, ogni tanto potrei anche rompere qualcosa”, dice ad un certo punto).

E la Třeštíková riesce a restituirci tutto questo lavorando su una regia incredibilmente raffinata, dove ogni sequenza e ogni elemento scenico acquistano senso. Si guardi al primo momento di dolorosa commozione di Vaclav, contrappuntato dalla presenza di uno dei suoi figli più piccoli che gioca davanti a lui, completamente inconsapevole dei drammi riguardanti la sua famiglia. Oppure a una delle confessioni conclusive della coppia, in cui i due vogliono auto-convincersi che tutto andrà per il meglio e proprio in quel momento un giocattolo parlante erompe in una frase grottesca, come a ridicolizzare la loro serietà. E se si pensa che tutto questo non è stato organizzato, ma è semplicemente accaduto per caso e grazie alla prontezza della regista e della sua mini-troupe cambiata nel corso degli anni (nel tempo si sono succeduti ben otto direttori della fotografia), ci si rende conto una volta di più di come il cinema – nel suo afflato di catturare il reale – abbia ancora tantissime potenzialità inespresse.

Info
La scheda di A Marriage Story sul sito del Trieste Film Festival.
  • a-marriage-story-1980-2017-helena-trestikova-001.jpg
  • a-marriage-story-1980-2017-helena-trestikova-002.jpg
  • a-marriage-story-1980-2017-helena-trestikova-003.jpg
  • a-marriage-story-1980-2017-helena-trestikova-004.jpg
  • a-marriage-story-1980-2017-helena-trestikova-005.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    Trieste Film Festival 2018

    In programma dal 19 al 28 gennaio il Trieste Film Festival 2018, primo e più importante appuntamento italiano con il cinema dell'Europa centro orientale, giunto quest'anno alla 29esima edizione, diretta da Fabrizio Grosoli e Nicoletta Romeo.
  • Festival

    Trieste Film Festival 2018Trieste Film Festival 2018 – Presentazione

    La ventinovesima edizione del Trieste Film Festival, di cui anche quest'anno Quinlan è media partner, comincia oggi - venerdì 19 - e prosegue fino al 28 gennaio.
  • Trieste 2017

    Communion

    di Film d'esordio della regista polacca Anna Zamecka, Communion mette in scena, con una naturalezza sbalorditiva, l'intrusione della macchina-cinema all'interno della vita disastrata di una famiglia di provincia.
  • Archivio

    Boyhood RecensioneBoyhood

    di Il cinema di Richard Linklater tocca uno dei suoi vertici artistici. Un coming-of-age tenero e illuminante, la visione più esaltante della Berlinale 2014, finalmente anche nelle sale italiane.
  • Trieste 2018

    The Family

    di Dopo l'esordio con Class Enemy, Rok Biček si confronta con il cinema del reale, portando a termine un progetto filmato per dieci anni senza sceneggiatura. Già presentato a Locarno, The Family giunge con tutta la sua sconfinata sincerità nel concorso documentari del 29esimo Trieste Film Festival.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento