Early Works

Early Works

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Presentato al Trieste Film Festival nella retrospettiva “rebels 68. east ‘n’ west revolution_east”, Early Works, opera del 1969 di Želimir Žilnik, è un film cardine del cinema dell’Onda nera jugoslava, un film che ragiona sul Sessantotto e la rivoluzione durante l’era di Tito, un film che rappresenta esso stesso una rivoluzione del linguaggio.

Chi fa la rivoluzione a metà, si scava solo la propria fossa

Dopo le ribellioni del 1968, quattro studenti jugoslavi, ispirati dalle prime opere di Karl Marx, intraprendono un viaggio per visitare i villaggi rurali e parlare con i contadini di socialismo ed emancipazione… [sinossi]

“Le rivoluzioni sono le locomotive della storia” recita una frase di Karl Marx che campeggia in una delle ultime didascalie godardiane, o più verosimilmente vertoviane – visto che nella Jugoslavia del tempo non erano arrivate opere considerate maoiste come La chinoise –, di Early Works, uno dei caposaldi dell’Onda nera jugoslava, presentato al Trieste Film Festival. L’immagine che segue è quella sì di una locomotiva, che procede però a ritroso, cavalcata da Jugoslava, la bellissima protagonista del film, equivalente, così almeno vorrebbe, della Libertà che guida il popolo, il famoso quadro di Delacroix. Nella scena successiva i protagonisti si ritrovano ad arringare gli operai che entrano in fabbrica, un momento di verità sottolineato dagli sguardi in camera dei lavoratori. Due situazioni successive che non possono non far pensare ai fratelli Lumière, in scene invertite, il treno che va all’indietro, gli operai che entrano. La vera rivoluzione compiuta da Želimir Žilnik con Early Works è in realtà una rivoluzione del linguaggio cinematografico. Con uno stile brechtiano di straniamento, con l’uso frequente di canzoni, politiche, con momenti da teatro dell’assurdo, con un portato allegorico forte; ma anche gravido di comicità slapstick e guardando ovviamente alle avanguardie sovietiche. In un film fatto da scene scollegate, i cui stacchi sono violentissimi: non sono riprese le scene precedenti, come dimenticate, e ogni volta si comicia da capo.

Una delle prime didascalie annuncia in effetti un teatro politico. Un cinema che si avvicina sì a Godard, anche involontariamente, ma che si inserisce nel comune substrato delle varie nouvelle vague europee, di cui condivide la freschezza espressiva. Un cinema politico, un cinema militante. Che si pone alla giusta distanza rispetto all’oggetto che rappresenta. I quattro ragazzi ribelli sessantottini appaiono spesso fuori luogo, sembrano non capire e non avere il polso dei contadini che cercano di indottrinare, e da cui vengono invece brutalizzati, e nemmeno degli operai da cui sono ignorati. Sono rivoluzionari amatoriali, come vengono riconosciuti nel film, equivalenti di quei figli di papà, come definiti in quello stesso momento, da Pasolini in Italia. Illusi, sognatori, che trasportano la macchina su una zattera su un fiume quasi in secca, ma che ben presto si impantaneranno nel fango.

La presa di posizione di Žilnik è netta ed esplicita ed è espressa nel lapidario epitaffio finale: “Chi fa la rivoluzione a metà, si scava solo la propria fossa”, riprendendo le parole di Saint-Just. Frase che si collega all’incipit del film, che vede un contadino scavare nel terreno, probabilmente per lavori di fognatura, mentre in montaggio alternato vediamo una ragazza coperta di schiuma da bagno, che si richiama a una generazione successiva alla guerra, con istruzione, come suggerito dalle prime battute.

Per proseguire con i parallelismi fortuiti, i quattro ragazzi rappresentano un quadrilatero amoroso, da Jules et Jim aumentati di un’unità, laddove il vertice femminile, dal nome significativo di Jugoslava, è la rivoluzione, una bellissima ragazza con le trecce. Una ragazza disinibita, che si concede e si spoglia davanti agli uomini, anche quando fa la doccia in uno spogliatoio dicendo al ragazzo di non guardarla ma poi cambiando atteggiamento. Che orina in pubblico insieme ai suoi amici, declamando frasi rivoluzionarie. Che accusa i compagni di essere gli unici maschi che conosce che si masturbino. Che incarna la femminilità, e il femminismo, della rivoluzione, insegnando educazione sessuale alle donne del popolo, in un momento molto esilarante, cominciando con le posizioni della masturbazione femminile: come far a meno degli uomini. Che rivendica come biologicamente la donna sia più forte. Con la consapevolezza del portato rivoluzionario della sessualità. come nel film del collega dell’Onda nera Dušan Makavejev, W.R. – I misteri dell’organismo. Ma Jugoslava viene spesso brutalizzata, abusta, stuprata fino a essere infine massacrata dai suoi stessi compagni, in un passaggio drastico dalla simulazione, i tanti colpi di pistola finti, alla realtà. Compagni che poi ne bruciano il cadavere dopo averla avvolta nella bandiera del partito comunista.

Il senso del film è racchiuso in una bellissima scena di un’inquadratura capovolta, sottosopra, dei ragazzi al bivacco, tra le tante inversioni spaziali, di coordinate del film. Quasi rendendosi conto dell’essere a testa in giù nello schermo, si cimentano in verticali ginniche, cercando così di ristabilire il giusto orientamento dell’immagine, ma alla fine lo sforzo è troppo e ricadono a terra. Rivoluzione dell’immagine e rivoluzionari si rincorrono, ma solo la prima funziona e i secondi non possono che cercare di scimmiottarla. Early Works è cinema rivoluzionario su un tentativo incompiuto di rivoluzione.

Info
La scheda di Early Works sul sito del Trieste Film Festival.
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