La testimonianza

La testimonianza

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Esordio dell’israeliano Amichai Greenberg, La testimonianza ha il merito di affrontare il tema della Shoah, e del suo rapporto col presente, da un punto di vista originale, facendo della doppia dimensione di ricerca storica, e di esplorazione dell’identità personale, il proprio faro narrativo.

La memoria che trasforma

Yoel, studioso della Shoah, si impegna in un’estenuante battaglia contro una potente famiglia di industriali del villaggio di Lendsdorf, in Austria, decisa a costruire un complesso immobiliare sul terreno in cui avvenne una terribile strage di ebrei, durante la Seconda Guerra Mondiale. Nella vasta area ci sarebbe una fossa comune in cui furono gettati i corpi delle vittime, la cui precisa ubicazione tuttavia non è stata ancora appurata: il ricercatore si impegna così in un’indagine a ritroso su quell’eccidio, parlando coi sopravvissuti e i testimoni di allora, cercando di individuare il luogo preciso in cui giacciono le 200 vittime. [sinossi]

Dopo la presentazione nella sezione Orizzonti dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, La testimonianza, film d’esordio del regista israeliano Amichai Greenberg, approda in sala in corrispondenza con la ricorrenza della Giornata della Memoria. Nel puntuale moltiplicarsi di iniziative dedicate a tale data (tra le quali si può anche far rientrare l’uscita, la settimana scorsa, del dramma <strong>Un sacchetto di biglie) va certo rimarcata la distribuzione (a firma Lab80) di un film che prova ad affrontare il tema stesso della memoria, del negazionismo e del rapporto col passato, da un punto di vista certamente originale. Quello di Greenberg, infatti, è una sorta di essenziale thriller sui generis, che cerca di scavare nel passato e nelle colpe collettive di una piccola comunità austriaca, andando a ricostruire a ritroso una vicenda che dagli eventi storici che la compongono interrogherà presto la coscienza stessa di un intero corpo sociale, oltre ad aprirsi a una ricerca personale (da parte del protagonista interpretato da Ori Pfeffer) dai risvolti inaspettati. Proprio il doppio binario storico/personale segnerà tutte le tappe dell’indagine portata avanti, con ferrea determinazione, dal protagonista.

La testimonianza punta a interrogare certo la memoria e il rapporto di ogni individuo con essa, ma il suo sguardo è innanzitutto e principalmente contemporaneo. Fin dalla prima sequenza (un’udienza in un’aula di tribunale dalle forme geometriche essenziali, quasi astratta) a essere messo sotto la lente di ingrandimento è il rapporto dell’attuale comunità di Lendsdorf con l’orrore che si consumò sul suo suolo, la voglia della politica locale di seppellire la memoria degli eventi sotto la generica retorica della riconciliazione, e la voglia dei potentati economici (incarnati dalla famiglia di industriali che si accinge a costruire un complesso immobiliare sul terreno sede della fossa comune) di liberarsi della memoria come di un fastidioso fardello, ostacolo a una speculazione che non si pone neanche il problema delle basi (fisiche e metaforiche) sulle quali edificare la sua fonte di profitto.
Le sequenze processuali de La testimonianza sono quanto di più “tecnico” e meno retorico il filone possa offrire: ma ugualmente in esse spicca, in modo quasi fisico, la determinazione del protagonista, anche in contrasto con l’attitudine al compromesso incarnata dalla sua collega. Lo stesso si può dire della ricerca storica portata avanti da Yoel, fatta di interviste dal taglio a tratti quasi documentaristico, che tuttavia restituiscono innanzitutto la figura di un protagonista tutto proiettato verso la ricostruzione della verità.

Ricostruzione, quest’ultima, che inizierà presto a muoversi sulla doppia pista che resterà il tracciato principale seguito dal film: con la componente politica e pubblica sovrapposta a quella personale, che interrogherà Yoel sulle proprie stesse origini. L’intrecciarsi di queste due dimensioni problematizzerà presto l’intreccio, che finirà per trasformarsi, per il protagonista, in una discesa all’interno della propria identità, con la lenta percezione del venir meno delle proprie basi di vita, e con una serie di interrogativi (alcuni dei quali riferiti alla stessa religione ebraica, ai suoi confini e al modo di esperire un’identità su di essa basata) che troveranno una composizione solo nel finale e nel coronamento della ricerca. Nel dipanarsi dell’indagine, il tutto è all’insegna di una certa sobrietà ed essenzialità di messa in scena (che tuttavia non escludono un’eleganza traslucida nella resa degli interni, tutta incentrata su una certa astrazione nelle forme e nella gestione dell’illuminazione), così come di una gestione analogamente parca ed essenziale dei dialoghi: più che su una sottolineatura retorica della valenza etica della sua missione, la resa dell’urgenza (personale e storica) della ricerca del protagonista passa per la recitazione, per le sfumature e le increspature sul volto di Ori Pfeffer, per i significativi dialoghi con la madre e la sorella, e per quelli con i suoi colleghi di lavoro. Passa, anche, per una sorprendente trasformazione fisica, nel finale, che finirà per diventare chiave di volta per il twist che porterà il film verso la sua conclusione.

Nella sua essenzialità (anche la colonna sonora è usata in modo estremamente parco), La testimonianza non è scevro da qualche schematismo di scrittura, specie nella descrizione dell’universo che si muove intorno (spesso contrapponendosi) al protagonista; inoltre, la riflessione sull’identità e sul suo legame con una fede (quella ebraica) che ancor più di altre compenetra il quotidiano dell’individuo, poteva essere spinta ancora probabilmente ancora più in là. Resta comunque il fascino poco tipico di un film come quello di Greenberg, che riesce ad approcciarsi al tema della memoria (restituendone la complessità e la multidimensionalità) senza cedere ai cliché del filone; ma anzi facendo del rigore (di scrittura e messa in scena) un punto di partenza per l’intera ricostruzione della sua vicenda.

Info
Il trailer di La testimonianza.
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