L’uomo sul treno – The Commuter

L’uomo sul treno – The Commuter

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Partendo da uno spunto tipicamente hitchcockiano, L’uomo sul treno – The Commuter imbastisce un thriller con suggestioni da whodunit, innestate su un clima da action urbano: ma il mix manca di compattezza, e di uno script sufficientemente equilibrato. Con Liam Neeson e Vera Farmiga.

Come corre questo treno…

Michael, che è stato appena licenziato dal suo posto di lavoro, sta tornando a casa sul treno urbano che utilizza quotidianamente. Seduto nel suo scompartimento, l’uomo viene avvicinato da una donna che gli propone un singolare “gioco”: identificare una persona che viaggia sullo stesso treno, e che non è ciò che dice di essere. Il compenso consisterà in una somma di centomila dollari. Verificato che la somma esiste davvero, Michael cederà alla tentazione di accettare l’incarico, inconsapevole di essere diventato una pedina di un gigantesco gioco criminale… [sinossi]

Giocattolo da tensione che vuole riattualizzare il motivo hitchcockiano dell’uomo ordinario calato in una situazione straordinaria, thriller concentrato in un’unica location (un treno in corsa) e narrato quasi in tempo reale, L’uomo sul treno – The Commuter segna la quarta collaborazione tra il regista Jaume-Collet Serra e l’attore Liam Neeson (l’ultima era stata, due anni fa, quella del thriller Run All Night – Una notte per sopravvivere). Gli anni che passano, e le rughe sempre più evidenti, non spaventano affatto Neeson nel suo dilettarsi in ruoli sempre più fisici, con intrecci invariabilmente mossi da un pretesto “familiare” (qui la necessaria protezione di moglie e figlio minacciati) sul modello della sua figura di giustiziere di Io vi troverò. È impossibile, in una esplicita interlocuzione telefonica tra il personaggio di Neeson e la sua persecutrice interpretata da Vera Farmiga, non pensare proprio alla fortunata serie action prodotta da Luc Besson, nonostante la sceneggiatura abbia fatto tutto, fin dai minuti iniziali, per presentarci l’ex poliziotto Michael MacCauley come individuo normale messo di fronte a una difficile prova morale. Ma, evidentemente, un ruolo del genere non può che rappresentare almeno in parte una sorta di “richiamo della giungla” per l’ormai sessantacinquenne Neeson.

Non è solo all’attore britannico, tuttavia, che va ascritta una certa tendenza di questo L’uomo sul treno a deragliare (è proprio il caso di dirlo) dalla sobria essenzialità della sua presentazione di base in territori da action urbano ipertrofico: Serra, fin dai suoi esordi, non è mai stato un regista propriamente improntato alla misura, e il suo gusto per la saturazione visiva si fa strada in più di un’occasione, anche qui, tra le maglie del racconto, trovando il modo per farsi giustificare tra le evoluzioni e i twist narrativi (sempre più complessi) dell’odissea del protagonista. Se la proposizione iniziale del film di Serra, infatti, è quella di un essenziale thriller psicologico, in cui l’evoluzione dell’intreccio è subordinata innanzitutto alla trappola stretta attorno al protagonista, e alla sua psicologia scissa tra la voglia di sopravvivere e il senso di colpa per aver innescato una difficile situazione, il soggetto si abbarbica poi presto al suo potenziale hi-tech, contaminando la sobria messa in scena dei primi minuti col thriller ipercinetico “à la Speed”, e mettendo quasi in secondo piano la struttura narrativa da thriller deduttivo a cui il film pareva inizialmente improntato.

In questo senso, un montaggio caratterizzato da una certa frenesia e da una leggibilità non sempre ottimale, nelle tante scene d’azione di cui il film è disseminato, non aiuta molto l’immedesimazione spettatoriale; quasi un contrappasso rispetto all’efficace scelta messa in campo nei minuti iniziali, in cui un interessante uso del montaggio andava a comporre un’ideale mattinata-tipo, nella vita del protagonista, attraverso l’insieme di frammenti di tante giornate, prese in periodi dell’anno diversi. Il senso di confusione (non ricercato) da cui questo L’uomo sul treno risulta spesso gravato, viene accentuato inoltre da un intreccio che, nelle sue varie precisazioni successive, si fa via via più cervellotico, introducendo nuovi personaggi e improbabili subplot, e allontanandosi sempre più da quell’idea di “straordinario” (declinata più quale irruzione improvvisa dell’insolito nel quotidiano, che come mero allontanamento dalla realtà) a cui lo script pareva inizialmente guardare. Tra psicologie (inevitabilmente) ridotte all’osso, corpo a corpo in cui Neeson sembra incassare malvolentieri, nel tentativo poco convinto di mantenere, nelle sequenze action, un realismo che non viene mai realmente perseguito, un intrigo che si allarga sempre più nel suo raggio, divenendo al contempo sempre meno leggibile, e rendendo il suo racconto fatalmente simile a un post complottista da social network, il film di Serra si avvia verso una conclusione coi fuochi d’artificio, che da par suo si incarica di sparigliare ulteriormente le carte.

Diviso tra un’idea semplice e potente (seppur non particolarmente innovativa) e una poco convinta contaminazione di immaginari, non privo di sequenze pregevoli (il già citato incipit, il lungo pre-finale) alternate ad altre registicamente più convenzionali, L’uomo sul treno si sfalda troppo presto in una realizzazione eccessivamente frammentaria e priva di compattezza, che lascia tra parentesi le molte potenzialità (anche in termini etici) del suo soggetto. Non era necessariamente da condannare, l’idea di fondere un motivo di partenza tipicamente hitchcockiano (con l’aggiunta di qualche eco da Assassinio sull’Orient Express) con un action movie che sembra fuoriuscito dalle propaggini degli anni ‘90: ma l’operazione, per raggiungere una sua compiutezza, necessitava probabilmente di un’altra mano.

Info
Il trailer de L’uomo sul treno – The Commuter.
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