No Place for Tears

No Place for Tears

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Preziosa testimonianza della resistenza curda nei confronti dell’Isis, No Place for Tears di Reyan Tuvi mostra la vita quotidiana di un popolo unito nella sofferenza e nel riscatto. Al Trieste Film Festival per il focus Made in Kurdistan.

Kobanê mon amour

Punto zero del confine turco-siriano, durante la guerra in Siria. Un chilometro l’uno di fronte all’altro, due insediamenti vicini: il villaggio turco-curdo di Maheser e la città siriano-curda di Kobanê, che hanno sviluppato legami nel corso dei secoli, sono inevitabilmente colpiti dalla guerra. Mentre le milizie dell’ISIS arrivano a Kobanê, la gente fugge della parte turca, attraversando il confine. [sinossi]

Proprio nei giorni in cui l’esercito turco scatena un’ennesima – e criminale – offensiva nei confronti del popolo curdo, qui alla 29esima edizione del Trieste Film Festival è stato possibile assistere a un fondamentale omaggio al cinema del Kurdistan, nazione senza Stato, bandiera senza un paese, come recita il titolo di uno dei film selezionati per il focus, A Flag Without a Country. E, oltre a questo film diretto da Bahman Ghobadi e a Meteors di Gürcan Keltek, già apprezzato alla scorsa edizione del Festival di Locarno, tra i titoli della sezione vi era anche No Place for Tears, imprescindile testimonianza dell’eroica resistenza portata avanti dai curdi nei confronti dell’avanzata dell’Isis. Tra il settembre del 2014 e il gennaio del 2015, le milizie islamiche hanno assediato la città di Kobanê, sita al confine tra la Siria e la Turchia, in modo da avere la possibilità di ampliare il conflitto in corso anche nel territorio del paese governato da Erdoğan. Ma non avevano fatto i conti con i curdi e con i loro combattenti, orgogliosamente di sinistra e orgogliosamente legati alla loro città. Così, l’assedio – che ha spinto la popolazione locale (da madri, ad anziani, a bambini) ad allontanarsi temporaneamente dalle loro case – è stato infine spezzato e l’Isis è stato ricacciato a sud.

La regista Reyan Tuvi ha documentato tutto ciò, raccogliendo immagini e testimonianze nel villaggio turco dove si sono rifugiati gli esuli di Kobanê, la cui presenza si intuisce da lontano, dal fondo della valle, da cui provengono i suoni della battaglia, e che è possibile intravedere attraverso un binocolo. Qui Tuvi individua alcuni straordinari personaggi-guida, che fanno da collante narrativo ed emotivo di No Place for Tears: un bambino che ha lasciato la sua famiglia in città e vive da solo e fa commoventi discorsi da adulto (“Kobanê è la mia terra, bacerei anche il suo fango”), una donna-matrona che intavola appassionati e appassionanti discorsi di fronte alla comunità per motivarla a resistere (ed è lei che dice le parole da cui prende il titolo il film: “Non c’è posto per le lacrime, ma solo per la resistenza”) e un anziano combattente che, mentre aizzava in diretta televisiva i cittadini di Kobanê contro l’avanzata dell’Isis, è stato ferito a un braccio e quindi è stato costretto a interrompere la battaglia.
Reyan Tuvi è abile nel’intervallare la dimensione singola di questi personaggi con quella collettiva di tutti gli altri rifugiati, passando agevolmente da un discorso privato tra due, tre persone a uno pubblico che coinvolge la comunità intera, mostrandoci dunque le operazioni quotidiane di sopravvivenza (il rimediare il cibo e i beni di prima necessità), e insieme i riti comuni (il saluto giornaliero a Kobanê, le storie di eroismo raccontate di notte davanti al fuoco). Quel che ne emerge è una comunità unita che parla continuamente di un luogo – Kobanê per l’appunto – e anela costantemente a tornarvi. Ciò innesca perciò una dimensione puramente cinematografica, che non si limita alla superficiale per quanto indispensabile documentazione dei fatti, e dove l’Altrove – che è allo stesso tempo il proprio luogo di appartenenza – è evocato come un luogo magico, paradisiaco, o semplicemente ‘normale’, ma comunque vitale per le radici comuni. È il discorso dell’Heimat che si fa strada in maniera cristallina e potente lungo (quasi) tutta la durata di No Place for Tears. Un Heimat che è sacro e che viene declinato in vari modi – dalle barzellette che mettono in ridicolo i miliziani dell’Isis (e l’ironia è da sempre fondamentale strumento di dequalificazione dell’avversario), al teatro di strada, alla forza della rappresentazione, visto che ad un certo punto viene messa in scena la battaglia in corso profetizzando la futura vittoria (attraverso un meccanismo tipico del teatro comunista).

Poi, finalmente, nell’ultima parte di No Place for Tears Kobanê è presa e i rifugiati possono fare ritorno nella loro città distrutta e ricominciare a vivere e a ricostruire: il bambino si mette a risistemare biciclette, l’anziano può incontrare di nuovo i combattenti che aveva dovuto lasciare al fronte, le donne ricominciano a fare il pane, i macellai a vendere la carne, ecc. Ed è qui che Reyan Tuvi finisce per attardarsi troppo, dando eccessivo spazio a una ricostruzione che poteva essere suggerita con pochi tratti.
Può sembrare eccessivo criticare un film che ha una tale prorompente forza di documento storico, ma bisogna sempre ricordarsi che l’efficacia della testimonianza aumenta di grado se si riesce a mantenere la coerenza espressiva. E l’impressione è che No Place for Tears finisca per perdere un po’ della sua potenza, un po’ della sua secchezza e giustezza, attardandosi nel quotidiano della ricostruzione, e prefigurando così un altro film, un film troppo lontano da quello della resistenza-evocazione che si era visto fino a quel momento.
Ciò detto, No Place for Tears resta una delle visioni più strazianti di questa edizione del Trieste Film Festival. Le lacrime che infatti i curdi si rifiutano di sprecare per eroismo e fermezza della lotta ci troviamo a piangerle noi spettatori di fronte alla splendida perseveranza di questo popolo.

Info
La scheda di No Place for Tears sul sito del Trieste Film Festival.
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