The Family

The Family

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Dopo il sorprendente esordio con la finzione di Class Enemy, lo sloveno Rok Biček si confronta nella sua opera seconda con il cinema del reale, portando a termine un progetto filmato per dieci anni senza sceneggiatura. Già trionfatore alla Semaine de la Critique dell’ultimo Festival di Locarno, The Family giunge con il suo straordinario protagonista, con tutta la sua portata teorica e con tutta la sua sconfinata sincerità nel concorso documentari del 29esimo Trieste Film Festival.

Matejhood

Matej è nato, unico sano, da una famiglia di persone affette da problemi e ritardi mentali in un villaggio e in una terra dimenticata da Dio, ma il ragazzo è così unico nel suo genere – né diverso, né normale – che non sembra essere toccato dalle pressioni dell’ambiente circostante. Tuttavia, quando Matej e la sua ragazza hanno una figlia e poco dopo si separano, anche lui sarà costretto a fare i conti con il destino, mentre la battaglia per la custodia della figlia diventa sempre più aspra… [sinossi]

«Presto Rok, vieni!». La dalmata di famiglia, già con il primo cagnolino della cucciolata teneramente attaccato alle mammelle, sta di nuovo partorendo, senza dolore, senza sangue, senza fare una piega. Matej aveva solo 14 anni quando, nel 2008, l’allora studente Rok Biček iniziò le riprese di The Family, e ancora non sapeva che, solo pochi anni dopo, il cucciolo che avrebbe visto nascere sarebbe stato proprio il suo, la sua bambina, in un parto/Origine del mondo altrettanto naturale ma fatto anche di grida e di sangue, di spinte e di placenta – quando alla poesia si mescola una realtà anche cruda, e che il seguito svelerà essere, magari, difficile e ingiusta. Quasi sempre isolato davanti al computer, Matej era a quel tempo un ragazzino privo di fiducia in se stesso, ancora lontano da una presa di coscienza non solo dei propri mezzi, ma anche della propria “normalità”, figlio di genitori affetti da handicap mentali, fratello di un tenero ragazzone portatore della sindrome di Down, bisognoso egli stesso di un supporto che gli permettesse di superare quello che si credeva un ritardo e che invece erano solo piccoli deficit di apprendimento.
Matej era un ragazzino troppo solo, (auto)emarginato, outsider (anche) fra gli outsider, “normale” fra i “diversi” e “diverso” fra i “normali”, con il suo problema ai denti incisivi, con le sue carenze d’attenzione, ma anche con la sua energia vitale, con la sua sincerità, con il suo bisogno di scoprirsi, di maturare, di aprirsi, di crescere, di avere un amico. Quando, per la prima volta sullo schermo, si rivolge direttamente a Rok Biček – il regista, colui che sta filmando, colui che sta osservando senza intervenire – in modo che il suo occhio meccanico non si perda un evento imperdibile come il miracolo della vita, la macchina da presa fino a quel momento invisibile danzatrice diventa un vero e proprio personaggio, pronto a correre nell’altra stanza, pronto a ricomporre l’inquadratura, pronto a rivelare la sua presenza per poi rimettersi in disparte a osservare, rispettoso e accorato, quello che accade, la realtà, gli istanti di vita che gli è possibile catturare.

Avrebbe potuto spegnere la macchina e poi farla ripartire, Biček, ma non lo ha fatto. Ha preferito correre continuando a girare, senza staccare, senza perdere un solo secondo di quel momento. Da questo breve imprevisto, e dalla sua risoluzione, è già possibile esperire tutto quello che è il senso più intimo di The Family. Prima di tutto c’è la ricerca di una veridicità assoluta e del tutto scevra di sovrastrutture, certificata sia dalla completa assenza di sceneggiatura in virtù della presenza fisica e dello sguardo dell’autore a costo di dover correre e improvvisare per catturare la “verità”, sia dalla perfetta unità temporale del piano sequenza sulla quale Biček (per sua stessa dichiarazione entusiasmato dal linguaggio cinematografico utilizzato da Cristian Mungiu in 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, Palma d’Oro a Cannes l’anno precedente) ha impostato le intere riprese, al punto di non tradirla nemmeno per un evento estemporaneo come il rapido e silenzioso parto di un animale. E poi, o forse soprattutto, nell’entusiasmo adolescenziale di quel «Presto Rok, vieni!» seguito dalla corsa a perdifiato del regista verso la cuccia, sta la definitiva rottura da parte di Matej della gabbia di silenzio e indifferenza che si era costruito attorno, e proprio da qui parte tutta l’impronta etica e umana del lavoro di Biček, diventato ormai l’amico di cui Matej aveva bisogno, diventato ormai un vero e proprio membro della famiglia, The Family, con il quale aprirsi, con il quale essere sincero, con il quale condividere quelli che saranno i momenti più importanti del proprio percorso di crescita.

Per il rapporto umano che si era instaurato, e per il cambio di focalizzazione di Biček dall’integrazione di quella famiglia a metà strada fra Tod Browning e Franco Maresco a Matej, l’adolescente un po’ rude impegnato nel proprio romanzo di formazione alla ricerca di una propria vita, The Family non poteva fermarsi ai sei mesi di quel cortometraggio/compito del 2008. Il corto venne al tempo terminato e presentato a chi di dovere con lo stesso titolo ora ripreso per il lungo che ne prosegue il lavoro, ma il discorso su Matej era per Biček ancora aperto e sempre più bruciante, e non si poteva non continuare a filmare. Nel frattempo il regista si è saputo dedicare anche ad altri progetti, prima diversi cortometraggi divisi fra l’osservazione e la messa in scena e poi la finzione d’esordio del sorprendente Class Enemy, con il quale The Family presenta una ben chiara contiguità tematica. È infatti ancora una volta l’adolescenza ciò su cui Biček posa il suo sguardo, la fase (traumatica, a volte atroce) di passaggio di ogni individuo, sviscerata nel film d’esordio attraverso una scrittura rigorosa, e al contrario in questo secondo lavoro semplicemente trovata e osservata, lasciandola alla sua assoluta spontaneità.
Il progetto di The Family andava avanti da ben prima che Class Enemy fosse ideato e realizzato, e ha continuato a seguire il suo protagonista nel giro di dieci lunghi anni attraverso le sue esperienze, i suoi traumi e le sue (in)decisioni. Matej nel frattempo ha trovato coscienza in se stesso, ha capito di essere perfettamente “normale”, ha perso il padre che ora il fratello teneramente commemora con un cero così difficile da accendere sotto la neve, ha avuto una figlia con Barbara e si è ben presto separato dalla sua compagna, ha lottato per l’affidamento di una bambina che gli veniva negata anche nei giorni pattuiti e ha trovato Eli, nuova e cara ragazza di appena 14 anni della quale teneramente innamorarsi.
Fra i vari pensieri che lo hanno sfiorato quando la “non più sua” Barbara è rimasta di nuovo incinta del nuovo compagno c’è stata pure la possibilità di far congelare un modesto quantitativo di sperma e di farsi praticare una vasectomia, come una sorta di dispetto, come una piccola e irreversibile follia, come una necessità di andare ostinatamente “contro”, di cercare conflitti ed errori irreversibili nei quali specchiarsi e trovare un se stesso. Fra abbracci e passioni, fra gioie e dolori, fra litigi e minacce, fra decisioni sofferte e costante ricerca e difesa della propria dignità, il tempo passa e il ragazzo diventa uomo, dai 14 ai 23 anni, da una paternità per la quale non era pronto alla costante ricerca di scontri per sentirsi vivo. Matej cerca l’alterco verbale, perde le staffe, lotta per passare un po’ di tempo con sua figlia, e poi prende la decisione più difficile e forse più saggia della sua vita. Sceglie di rinunciare a ogni tipo di diritto sulla bambina, lasciandola in adozione a chi avrebbe smesso di trattarla alla stregua di un pacco postale, donandole serenità, amore, una famiglia.
Se la decisione di Matej arrivi per il bene della figlia, per la raggiunta consapevolezza che non gli era mai interessata oppure all’apice del proprio egocentrismo, a noi, e forse nemmeno a lui, non è dato saperlo, ma è la decisione che evita altri litigi, altre lotte e altre notti insonni. È la decisione della maturità, è la decisione con la quale Matej smette di cercare e anzi risolve i suoi conflitti, e non poteva quindi che essere il momento in cui Biček ha capito di aver concluso il suo percorso. Con “il nuovo” Matej, Rok Biček ha deciso di chiudere un film per il quale la sua macchina da presa era rimasta sempre al fianco del ragazzo per oltre nove anni, discreta eppure presente e accorata, a raccogliere oltre 120 ore di girato. Di certo, però, Biček non ha chiuso i rapporti personali con Matej, suo personale Antoine Doinel, né con la sua famiglia, e chissà che prima o poi un altro The Family non torni ancora una volta a illuminare qualche schermo, catturando altri momenti di vita, portando avanti un progetto potenzialmente infinito che è (stato) prima di tutto un bisogno intimo e ancestrale.

A un primo sguardo, per la natura pluriennale delle riprese e per lo scorrere del tempo che inevitabilmente emerge dalle immagini, è evidente un apparentamento di The Family con il Richard Linklater di Boyhood, e non è certo difficile trovare un aperto dialogo con l’ottimo A Marriage Story di Helena Třeštíková, lavoro lungo 35 anni intelligentemente programmato dal Trieste Film Festival 2018, che ospita entrambi i film nel suo concorso documentari, immediatamente a precedere questo lavoro di Biček. Ma, dove nella finzione di Linklater e nel documentario sulla lunghissima distanza della Třeštíková lo scorrere del tempo si attiene rigorosamente alla linearità e alla cronologia, The Family preferisce ribaltare ogni tipo di progressione balzando continuamente avanti e indietro nel suo arco temporale: quello di Rok Biček è un montaggio che piega il tempo alle emozioni, nel quale a tenere le fila dei raccordi sono i turbamenti e le commozioni, le risate e le inquietudini, i rapporti personali che cambiano e le canzoni urlate sotto il palco al concerto che continuano chissà quando a tutto volume in autoradio. Biček costruisce The Family come un flusso emotivo, o se vogliamo come l’adolescenza, matassa apparentemente inestricabile di corsi e ricorsi nella quale però ognuno, prima o poi, riuscirà a trovare il proprio verso.
Apre il film con “l’evento”, con il parto di Barbara, con Matej che diventa padre, e subito dopo lo trasporta nel suo passato, nella sua famiglia “stramba”, nei suoi colloqui con le assistenti sociali che ne certificavano l’intelligenza al di là della sua chiusura in se stesso. Al suo fianco un padre affetto da ritardi mentali che, di lì a poco, si ritirerà in un piccolo cimitero di campagna, ma che nella gestione temporale di Biček saprà tornare di quando in quando, come una sorta di angelo custode, come uno specchio dei ricordi e dei rimpianti, come una mancanza con la quale ancora commuoversi. Fra luci stroboscopiche e minacce urlate al telefono per far valere i propri diritti, fra le telefonate della polizia e il rapporto che inizia a nascere fra Eli e la bambina, Matej vive indisturbato dallo sguardo di Biček il romanzo di formazione che la vita gli ha riservato, passando dai propri errori, passando dai propri complessi, passando dalle proprie (in)adeguatezze.
Con a fianco un amico con la macchina da presa con il quale essere sincero, con il quale confidarsi, con il quale esprimere la propria più ancestrale intimità, Matej reagisce a modo suo alle avversità, con il suo carattere ruvido e con la sua personalità acerba che lentamente prende una forma sulla quale solidificarsi come uomo. Biček rimane sempre accanto a Matej e alla sua famiglia, capace di fare un passo indietro quando la sua presenza diventerebbe invasiva e di farne due in avanti, se non addirittura a mettersi a correre, quando la sua presenza diventa fondamentale, urgente, crepitante come il suo sguardo.

Non c’è nulla di costruito, in The Family, non c’è nulla di artificiale, non c’è alcun inganno. Ci sono solo i piani sequenza messi a dialogare con la nobile arte del montaggio, sul cui tavolo il film è nato, è cresciuto, ha preso vita, riuscendo a catturare la piena essenza di un adolescente e quindi dell’adolescenza. Sono piani sequenza vicini ai propri protagonisti eppure discreti, che non hanno paura a immergersi nello sporco, nel sangue e nella sofferenza della vita, che non hanno paura a mettere sul piatto i pochi aspetti dolci e i tanti aspetti desolanti della vita e della percezione della famiglia che il destino ha riservato a Matej, ma che mai si spingono oltre il limite, mai diventano invadenti, mai mettono a disagio, nemmeno durante la massima intimità del parto.
Perché, nel suo parlare direttamente al cuore e nel suo alternare angoli oscuri e istanti di strazio e tenerezza quasi insostenibili, The Family nasconde nella sua genesi e nella sua struttura un film profondamente teorico, che forse addirittura al di là di Matej e della sua famiglia si interroga compiutamente sulla realtà nel cinema, sulla presenza e sull’improvvisazione di chi tiene in mano la macchina da presa, sulla necessità di trasporto umano e di emotività da parte dell’autore. In questo, l’opera seconda di Rok Biček costituisce un nuovo e importante tassello di etica del documentario, di sguardo di chi filma, e ovviamente di montaggio, il momento in cui la lingua cinematografica prende forma e si fa bruciante come l’adolescenza, eppure sfuggente e provvisoria come il passato e il futuro che si inseguono, si raggiungono, si cristallizzano in un raccordo che annulla il tempo che passa fra speranza e ricordo.
Matej ora è cresciuto, è pronto alla vita, ma in fondo ai suoi occhi ci sarà sempre quel ragazzino di quattordici anni che stava scoprendo di essere una persona e non un “mostro”, non un “ritardato”, non un emarginato da una società xenofoba che fatica ad accettare mezzo cromosoma in più terrorizzata dalla “diversità”. Ci sarà sempre quel ragazzo in cortile che ha in mano un CD appena ricevuto in regalo, e che ha il padre ancora (di nuovo/sempre) al suo fianco. Il piccolo stereo portatile di casa non riesce a leggere il disco, probabilmente ci sarà della polvere, o forse si è proprio rotto, ma per fortuna, nella gioia della gioventù, «Si può ascoltare nella macchina di Rok». Nella macchina di un amico, di un fratello, di un affetto. Nella macchina di un membro della famiglia.

Info
La scheda di The Family sul sito del Trieste Film Festival.
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