Aritmija

Aritmija

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Una coppia di paramedici continuamente alle prese con la morte dei pazienti e con la fatale decisione di mettere fine al loro rapporto: Aritmija del russo Boris Khlebnikov, vincitore del concorso lungometraggi al Trieste Film Festival 2018, è il penetrante ritratto di due solitudini, con echi del cinema di Cassavetes.

Ma il cuore soffre un poco di aritmia

Una giovane coppia di paramedici, fra interventi d’emergenza, pause lavorative ad alto tasso alcolico e un sistema sanitario in continua evoluzione, lotta per trovare la forza di rimanere assieme. [sinossi]

Sin dai primi minuti di Aritmija, film del russo Boris Khlebnikov vincitore del concorso lungometraggi alla 29esima edizione del Trieste Film Festival, non può non venire in mente il sottostimato Al di là della vita di Martin Scorsese. L’ambientazione è la stessa, per lo più un’ambulanza, e per certi versi è molto simile anche il protagonista, un paramedico prigioniero dell’alcol e di un vortice di disperazione. Ma là dove, complice la sceneggiatura di Paul Schrader, in Al di là della vita Scorsese virava bergmanianamente il discorso sul silenzio di Dio di fronte a tanti orrori, Aritmija è un film totalmente terragno, in cui ci viene spalancata la precarietà dell’esistenza sia di fronte a malattie e morti di pazienti che si cercano di salvare, sia nel rapporto difficoltoso del paramedico con sua moglie, con la quale litiga continuamente. Ed è proprio sul continuo altalenarsi tra la vita di coppia e il quotidiano orrore dell’ospedale, dove lavora anche la moglie, che Khlebnikov articola il suo racconto, mostrando come tutto finisca per essere sempre troppo eccessivo per chi conduce una vita del genere, sempre a contatto con la morte e con orari sballati (lei spesso va a dormire quando lui si alza, o il contrario).

In tal modo, Aritmija finisce per diventare il ritratto di due disperate solitudini: lei è continuamente tentata dalla voglia di lasciarlo, anche perché lui nei rapporti umani – con chi non condivide il suo mondo – è un disastro. In tal senso è molto esplicativa la scena iniziale in cui vediamo i due andare al compleanno del padre di lei, dove il protagonista si ubriaca senza ritegno e si comporta in modo molesto e maldestro. Lui è impresentabile in società, mentre lei cerca comunque di darsi un tono, di mostrarsi ragionevole e sensata; ma in fin dei conti i due protagonisti incarnano le due facce della stessa medaglia, e lui non può che essere così estremo nel suo modo di comportarsi, perché questa radicalità d’approccio verso la vita gli serve per risolvere sul momento, senza indecisioni, i casi di pazienti che è chiamato a salvare.

Ha qualcosa del cinema di John Cassavetes Aritmija per il modo in cui sono gestite le sequenze spesso portate all’esasperazione delle situazioni, così pure per la profonda lotta che i personaggi portano avanti per cercare – vanamente – di cambiare se stessi (come ad esempio accade anche in La sera della prima) in una sorta di eterno inizio e di eterna fine di rapporti e relazioni, ma anche per la recitazione estremamente realistica – i due protagonisti, Aleksandr Yatsenko e Irina Gorbacheva, sono semplicemente straordinari. E in questo tentativo, decisamente riuscito, di giocare costantemente sul tema della precarietà dell’esistere, sugli improvvisi alti e bassi emotivi, Aritmija si rivela anche uno stratificato ed elaborato saggio sul realismo, sulla veridicità delle situazioni, dove si passa attraverso un’inesausta altalena da situazioni grottesche ad altre improvvisamente drammatiche, per una costante aspirazione da parte dei personaggi a tentare di tenere sotto controllo la loro vita. Ma la vita – e in fin dei conti anche loro lo sanno bene – non si controlla, non può scorrere in maniera ordinata e consequenziale. Scorre in maniera confusa e ci lascia sempre deragliare. Non resta allora che assecondarne il flusso e cercare di sopravvivere finché si riesce.

Info
La scheda di Arrhytmia sul sito del Trieste Film Festival.
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