Over the Limit

Over the Limit

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Dai Mondiali di Stoccarda 2015 fino all’oro olimpico di Rio, Over the Limit segue l’ormai ex ginnasta russa Margarita Mamun negli allenamenti e nelle gare, nelle videochiamate con il ragazzo lontano e nel rapporto con le sue due allenatrici, tracciando attraverso la ginnastica ritmica una parabola dell’uomo alla ricerca di motivazioni, proteso al costante superamento dei propri limiti. Presentato al 29mo Trieste Film Festival nel concorso documentari.

Altius, citius, fortius

Margarita Mamun, famosa ginnasta russa, si sta allenando per diventare una campionessa olimpionica. È l’anno più importante della sua carriera e l’ultima occasione per conquistare la medaglia d’oro alle Olimpiadi. Il film ci restituisce un ritratto affascinante di una giovane donna che sta disperatamente cercando di gestire le proprie ambizioni e le aspettative del sistema ufficiale russo di preparazione atletica. Offre uno sguardo esclusivo sul mondo delle super-ginnaste e sul triangolo formato dalla giovane ginnasta e le sue due allenatrici. [sinossi]

Uno degli aspetti maggiormente interessanti di un film come Over the limit, documentario di pura osservazione che porta sullo schermo la preparazione della ginnasta russa Margarita Mamun per quei Giochi Olimpici di Rio dai quali tornerà con la medaglia d’oro al collo, è la sua focalizzazione non sulla vittoria, ma sulla sconfitta, sulla fragilità umana, sulla gestione a volte (im)possibile delle emozioni, sull’umiliazione dalla quale nascono le più forti motivazioni che spingono l’uomo, appunto, “oltre il proprio limite”.
Quando la giovane documentarista polacca Marta Prus iniziò a seguire Margarita Mamun, del resto, nessuno poteva sapere come sarebbe andata a finire, nessuno poteva sapere che, al di là delle speranze e dei sogni, al termine del percorso sarebbe davvero arrivato il tanto agognato oro, il gradino più alto del podio, l’alloro sotto i cinque cerchi carioca. Il punto del film, durante le riprese, non è mai stato realmente il risultato sportivo che sarebbe potuto arrivare come no, e forse nemmeno più in generale l’aspetto fisico degli allenamenti, duri ai confini con il militare, dettati dal protocollo dell’efficiente modello russo.
Quello che interessava a Marta Prus, e quello che davvero emerge dalla visione di Over the limit, è invece la psicologia dell’allenamento, il cuore e la sua negazione, la necessità di “smettere di tremare” nel momento in cui ci si ritrova a dover eseguire di fronte ai giudici un esercizio riuscito alla perfezione mille volte nella solitudine della palestra ma che ora, con la pressione della gara, si fa molto più difficile e pieno di possibili “fatali” sbavature. L’equilibrio delle brave allenatrici sta proprio nel saper rincuorare l’atleta ma al contempo nell’ingigantire ogni suo piccolo errore in modo che non venga più ripetuto, nell’alternare i baci e gli insulti per cercare di allontanare ogni minima insicurezza dalla ginnasta, nel caricarla di responsabilità patriottiche per farle tirare fuori tutto ciò che si può dare senza risparmiarsi, a costo di umiliarla, a costo di spingerla sull’orlo delle lacrime, a costo di ricordarle, a fin di bene, persino del padre malato terminale impegnato negli ultimi giorni di vita. Nello sport individuale a un simile livello valgono anche l’annientamento e lo shock, purché facciano portare in gara la rabbia e la disperazione necessarie per il superamento dei limiti. Ricordando sempre che, a volte, la soluzione giusta può essere anche quella di mollare per un attimo la presa, di lasciare Margarita – pur sempre una ragazza – libera di rilassarsi per qualche ora fra il mare di Rio e la spiaggia di Copacabana. In attesa che il giorno dopo faccia risuonare in tutto il mondo l’inno nazionale.

È curioso, per quanto assolutamente casuale, che un film come Over the limit giunga a illuminare gli schermi più o meno in contemporanea con I, Tonya di Craig Gillespie. Al di là dell’evidente apparentamento dovuto all’ambientazione sportiva al femminile – il pattinaggio sul ghiaccio di Tonya Harding nel film di Gillespie, la ginnastica ritmica di Margarita Mamun in questo lavoro presentato nel concorso documentari del 29esimo Trieste Film Festival, e con loro i rispettivi allenamenti e le rispettive gare, i rispettivi cedimenti e le rispettive prove di forza, le rispettive ricerche di motivazioni e la rispettiva fame di vittorie – sono molti i punti per i quali viene quasi naturale accostare due film che appaiono in un certo senso uguali e contrari.
Da una parte è la sconfitta e dall’altra è la vittoria, da una parte è la ricostruzione degli anni Novanta e dall’altra è lo sguardo sulla contemporaneità di questi anni Dieci, da una parte è la (ri)messa in scena di uno scandalo che si traveste da documentario per giocare con la veridicità e le contraddizioni processuali e dall’altra è una pura osservazione del vero che prende a prestito i linguaggi della finzione con una narrazione fluida che non tradisce l’assenza di sceneggiatura e con una macchina da presa sempre invisibile, che mai influisce sulla realtà che filma, che mai si palesa e che mai incrocia uno sguardo, e che nemmeno in questo rigore fa mai pensare a una costruzione, mai scalfisce la sua aura di pura realtà documentaria. È un interessante chiasmo, quello delle dissimulazioni linguistiche fra vero e finzione che si scambiano a distanza I, Tonya e Over the limit, che potrebbe potenzialmente aprire a nuovi e infiniti discorsi sulle possibilità narrative e formali del mezzo cinema, ma per quanto sia estremamente coerente nella forma scelta e portata avanti fino in fondo non è il film teorico o sperimentale l’obiettivo di Marta Prus: la regista segue Margarita Mamun per complicità umana, cercando di concentrarsi non tanto sull’atleta quanto sulla giovane donna, forte ma con i suoi punti deboli, straordinaria in pedana con gli attrezzi ma (ancora) vittima delle proprie emozioni, insieme figlia e nemica di due allenatrici che sono al contempo tenere madri e spietate arpie.

Margarita si allena ogni giorno non solo per la forma fisica, ma anche e soprattutto per imparare a controllare la propria emotività, o per lo meno per imparare a cavalcarla, a sfruttarla per essere gioia e dolore, per impersonificare ciò che prova trasformandolo in prestazioni. L’occhio meccanico di Marta Prus è paziente e discreto, segue la sua protagonista nei ritiri e nelle gare, negli allenamenti e nelle videochiamate con il fidanzato lontano, nel gioco sbirro buono/sbirro cattivo e nella crudeltà a fin di bene delle sue allenatrici, nei piccoli infortuni e nel dolore che nemmeno i massaggi riescono ad alleviare. Quando però Margarita entrerà, pochi giorni prima di partire per Rio, nella stanza d’ospedale del padre, la regista saprà fare un passo indietro, saprà rimanere al di là della porta, saprà rispettare la riservatezza e la malattia, con tutto il cuore e il respiro umano che stanno, sin dalla genesi, alla base del suo progetto. Da Over the limit emerge la macchina (in)umana che sta dietro l’efficienza degli atleti russi, emerge la tensione che sta dietro alle responsabilità di chi rappresenta il proprio Paese, emerge la pressione quasi insostenibile che si cela dietro alle paillettes che decorano i costumi sgargianti e il nastro rosso con il quale esibirsi, ma soprattutto emerge un potente ritratto di donna in lotta contro i propri limiti, consapevole delle proprie possibilità, pronta a qualsiasi sacrificio, ma mai disposta a rinunciare ad essere se stessa. E forse è proprio questo, la sua spiccata personalità, ad avere portato Margarita sino al gradino più alto. L’occhio meccanico di Marta Prus ha avuto la capacità, l’audacia e la fortuna di essere al posto giusto nel momento giusto, cogliendo il dietro le quinte di una futura campionessa e sapendolo restituire in tutta sincerità, senza sovrastrutture, senza forzature di alcun tipo. Quella di Margarita Mamun è la parabola di qualsiasi uomo alla ricerca del più bruciante fuoco interiore, alla ricerca di motivazioni fra competitività e gelosie, alla ricerca di un proprio posto nella Storia. Alla ricerca di una medaglia da portare al collo, con la quale tornare a casa sorridenti, vittoriosi, eterni. Di nuovo, o forse ancora e sempre, umani. Fino in fondo, oltre i limiti, altius, citius, fortius.

Info
La scheda di Over the Limit sul sito del Trieste Film Festival.
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