Hanagatami

Hanagatami

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Presentata all’International Film Festival Rotterdam l’ultima opera del maestro giapponese Nobuhiko Ōbayashi, Hanagatami, che racconta un capitolo della storia del paese che rappresenta ancora un nervo scoperto, il Giappone militarista, imperialista e fascista alla vigilia del suo ingresso nella Seconda guerra mondiale.

Hai visto Humanity and Paper Balloons?

Siamo alla vigilia dell’attacco giapponese a Pearl Harbour. Toshiko, un teenager, fa ritorno, da Amsterdam, nella città sulla costa di Karatsu. Stando dalla zia, entra a far parte di di una cerchia di amici del vicinato, che verrà coinvolta nel caos di quell’epoca. [sinossi]

Ultima opera di Nobuhiko Ōbayashi, classe 1938, con una carriera cinematografica che inizia nel 1960, Hanagatami è stata presentata all’International Film Festival Rotterdam dal regista con un messaggio video, non riuscendo a intervenire per le sue precarie condizioni di salute. Hanagatami è il racconto di un periodo storico controverso, nei confronti del quale il paese non ha ancora completamente fatto i conti: il Giappone militarista, fascista e imperialista che si appresta, con l’attacco di Pearl Harbour, a entrare nella Seconda guerra mondiale. Un nervo ancora scoperto su cui il cinema continua a tornare, come dimostra il caso di The Little House di Yōji Yamada, altro cineasta dalla carriera che affonda le sue radici nei primi anni Sessanta. Un’epoca, quella bellica, che Ōbayashi affronta da diversi punti di vista, sociale, storico e culturale, fornendo il ritratto di una nazione morente, decadente, vicina al capolinea, incarnata dalla figura di Mina, la ragazza malata di cancro. Si fa riferimento alla guerra in Manciuria e anche a un filo conduttore con la guerra russo-giapponese che aveva dato al Giappone l’illusione di invincibilità. Il ritratto culturale si incarna nelle figure simbolo dell’epoca, quella dello scrittore Osamu Dazai e del regista Sadao Yamanaka, evocato in più parti del film, di cui si rimpiange la morte, mandato in guerra in Manciuria, che ha fatto in tempo a consegnare alla storia del cinema il suo struggente capolavoro, Humanity and Paper Balloons, titolo pure citato da Ōbayashi.

Ma ricorrono anche altre personalità dell’arte e della cultura in un paese che già conosceva le opere occidentali. Si parla di Shakespeare, del romanzo Paul et Virginie di Jacques-Henri Bernardin de Saint-Pierre, e di Poe, sottolineando la superiorità dell’arte rispetto alle misere contingenze umane, o l’arte come ponte e dialogo tra i popoli. “Come potremmo entrare in guerra contro un paese che è la patria di Edgar Allan Poe?” si chiedono i ragazzi del film. Viene citato anche Mori Ōgai, lo scrittore di epoca Meiji a sua volta contatto tra Europa e Giappone. E il sicretismo culturale che il film vuole mettere in scena è proprio incarnato in una rappresentazione di teatro Nō, Hanagatami (che dà il titolo al film), accompagnato da un violoncello, che già nel film Departures assurgeva a simbolo di un’armonia occidentale coniugabile con quelle orientali. Uno dei ragazzi, Kira, si dichiara discendente di uno dei 47 ronin che rappresentano la saga popolarissima in Giappone, mentre altri personaggi possiedono statue della Madonna, sostenendo la perfetta coesistenza della religione cristiana con quelle autoctone giapponesi.

Nei suoi film, Ōbayashi tende spesso a ripercorrere la storia estetica del cinema, e anche in Hanagatami comincia con il bianco e nero e il formato 1,33:1 che poi vira al colore e all’anamorfico. E il passaggio tra le due parti è raccordato con le nuvole di petali di ciliegio, il simbolo nipponico dell’impermanenza, del carattere effimero della vita, colorati che pervadono lo schermo in bianco e nero. E il colore è anche un presagio di morte, quello del sangue che perde la ragazza facendo intuire una grave malattia. Il surrealista Ōbayashi gioca con i colori, li mescola e confonde come nella scena in cui la ragazza bacia con il rossetto l’hachimachi, la bendana giapponese, del ragazzo sostituendo l’impronta rossa delle sue labbra con il disco rosso del sol levante, un simbolo erotico con uno nazionalista. Come nel suo stile, di effetti speciali artigiali, Ōbayashi fa poi largo uso delle sovrapposizioni in matte, posticce, facilmente rivelabili per l’alone attorno alla sagoma inserita. E le usa anche nei momenti in cui non servirebbero sovrapposizioni, per esempio con i personaggi nel bosco. I raccordi tra le diverse scene sono giocati con effetti push e turnpage, come nello sfogliare le pagine di un libro o nello scorrimento degli shoji, le porte giapponesi tipiche delle abitazioni.

Tutto il film porta al tripudio finale del matsuri, della festa coloratissima, ricca di costumi e balletti, che Ōbayashi rende con il suo senso del collage, del patchwork cinematografico, della composizione di immagini di diversa natura. Arricchendolo di situazioni inquietanti, le parate dei soldati che si sovrappongono a quelle dei bambini, per concludersi con la composizione della bomba atomica.
Hanagatami è un film che percorre le estetiche del cinema, che parla del cinema, e si conclude con lo svelamento dell’artificio del cinema, nell’immagine della sedia da regista di Ōbayashi. Forse il suo film testamento.

Info
Il trailer di Hanagatami.
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